5. Voglio solo stare sola

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5. Voglio solo stare sola

Appena sentii le chiavi entare nella serratura della porta, mi posizionai esattamente davanti ad essa, nel centro della stanza, in modo che, entrando, potessi essere io la prima cosa ad ottenere la sua attenzione.

Incrociai le braccia e piantai fermanente i piadi sul paviemento.
Ero del tutto cosciente, in quel momento, di sembrare una vera rompi palle o una di quelle donne quarantenni che riprendono il marito dopo aver guardato senza pudore il fondoschiena di una ragazza di vent'anni con la gonna troppo corta il sabato sera. Però, me ne importava ben poco.

"Gen, sono tornato" disse dopo aver messo via il cappotto, senza però controllare nella mia direzione.
Quando finalmente mi vide, fece come se stesse guardando oltre il mio corpo, puntando subito al divano.

Chiuse la porta d'ingresso alle sue spalle e, dopo essersi tolto le scarpe si mise seduto sul divano, accendendo il televisore.

Fortemente irritata, mi avvicinai a lui e continuai a fissarlo, aspettando una sua risposta.

Mio padre continuava a guardarmi e per pochi secondi lui fissò me ed io fissai lui, senza staccare gli occhi sull'altro. Sapeva benissimo la motivazione che mi spingeva a comportarmi in quel modo.

Continuò a cambiare canale, finchè non si fermò a guardare una partita di hockey, anche se stava per svolgersi al termine.

"Allora Gen" disse finalmente, "com'è andata oggi?"

Continuava a fissare quei giocatori di hockey, così robusti da sembrare giganti o forse così robusti grazie alle loro tute da guerra. Avevo sempre invidiato la loro forza, anche se in realtà avevo sempre invidiato qualsiasi tipo di forza.

Stavo per parlare, però venni interrotta dalle urla dei tifosi scatenati dopo che la loro squadra ebbe messo a segno un altro punto.

"E me lo chiedi pure, papà?" gli chiesi cercando di sovrastare le urla dei tifosi. "Ma che ti è saltato in mente?"

Lui prese il telecomando e abbassò il volume, evitando così di urlare.

"Non vedo dove sia il problema" disse grattandosi leggermante il collo.

Sospirai cercando di controllarmi.
"Ma come fai a non vederlo?" dissi sbuffando e avvicinandomi a lui.

"No, non vedo nessun genere di problema, okay?" tagliò corto per poi alzare nuovamente il volume della televisione e fissare impietrito lo schermo.

"Papà" continuai io, "sto solo cercando di parlarti"

Continuò ad ignorarmi, come se fossi invisibile ai suoi occhi e agli occhi di tutto il mondo, anche se era palesemente vero.
Presi il telecomando posto alla sua destra e spensi la televisione.

"Sto solo cercando di parlarti"
Ero veramente stanca di non essere considerata, da lui per primo. Non è bello non essere ascoltati seppure si stia parlando, non è bello essere ignorati.

Era mio padre, avrei dovuto essere il suo primo pensiero al risveglio e il suo ultimo pensiero la sera. Invece no, non era così, non lo era mai stato.
Lui mi voleva bene, questo sì, ma sotto sotto non gli importava tanto di me. Lo rendevo felice, ero l'unica persona che aveva, ma non era realmente così. Lo diceva per convincere se stesso, per farsi credere meno solo e felice della sua vita.

Il fatto che mi avesse affidato a qualcuno durante la sua assenza non era una dimostrazione d'affetto, come potrebbe sembrare. Lo faceva non per tenere al sicuro me, ma lo faceva invece per tenere al sicuro se stesso e non perdere così l'unica persona che gli rimaneva nella vita.

"Posso parlarti, per favore?" gli chiesi sospirando, sperando con tutto il cuore di fargli aprire una volta per tutte gli occhi e fargli capire che ero a conoscenza della realtà.

Continuai a starmene in piedi, mentre lui nemmeno si degnava di guardarmi in faccia.
Sapeva benissimo tutto, lo sapeva, eppure lo negava.

Esistono persone tristi, infelici e sole al mondo. Tanti dicono di esserlo, ma la maggior parte lo fa solo per non affrontare la vita e mio padre aveva sempre fatto parte di quella categoria.

"Papà" continuai "devo parlarti, è urgente. Potresti ascoltarmi?"

Come risposta, lui continuò ad ignorarmi.

Sospirai. Ero sull'orlo delle lacrime, ma riuscii comunque a non lasciarmi andare. Non avevo mai pianto davanti a lui dopo la morte di mia madre e mi ero promessa di non farlo mai, nè davanti a lui nè davanti a nessuno.

"Per piacere" provai per l'ultima volta "ascoltami. Ascoltami almeno per questa volta. Ascoltami se ti importa veramente di me".

Si alzò e ci ritrovammo faccia a faccia e per la prima volta dopo che lui mise piede in casa; mi guardò negli occhi.

"Ascolta Genesis" disse con un tono di voce stanco e stufo, ma prima che potesse finir di dire la frase, lo bloccai.

"No papà, questa volta dovresti ascoltarmi tu"

Mio padre continuò a guardare il pavimento, dopo aver tolto lo sguardo da me.

Stavo per aprire finalmente bocca, quando lo vidi allontanarsi da me e andare via.

"Ho cose più importanti da fare che ascoltare i tuoi capricci infantili" borbottò andondo in camera sua e sbattendo la porta.

Sospirai passandomi una mano tra i capelli. Tornai in camera mia e mi avvicinai alla finestra. Il sole ormai era scomparso da tempo. Vedevo solo i camini delle case sotto la nostra fumare rilasciando nell'aria una piccola nuvoletta grigia.
Tirai le tende, in modo da non vedere più niente e nessuno.
Volevo solo stare da sola.

Mi appoggiai al termosifone, cercando di scaldare le mie mani con la stessa temperatura di un cubetto di ghiaccio in una bibita.

Come ogni volta che venivo nuovamente lasciata da sola, scartata dal mondo intero, mi rinchiusi nel mio terribile silenzio e, cercando di farmi sentire meglio, iniziai a cantare.

Lo facevo sempre quando mi sentivo sola.

Quando ero piccola, mia madre cantava sempre per me e dopo la sua morte non lo fece più nessuno. Allora decisi di non aspettare qualcuno che mi calmasse con lo suo stesso modo e decisi di farlo da sola.
Mi convinsi che l'unica cosa di cui avevo bisogno, ero io, anche se poi, con il passare del tempo era innegabile il fatto che non mi bastavo più. In realtà, non mi ero mai bastata.

Avevo deciso di non aspettarmi più nulla dalla vita, di non credere che qualcuno mi avrebbe amato sul serio e decisi di vivere la mia vita senza più nessuno scopo, da sola, come ero destinata a rimanere.

Agorafobia; jdbLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora