Il soldato Jeffrey di ritorno da delle missioni militari viene scosso nella notte dalla richiesta d'aiuto gridata da sua zia Noelle, risiedente nella casa accanto alla propria con il marito Mark e il figlio Fabian, al momento in Irlanda per conclude...
Merda! Era proprio nella merda! Come quel suo atteggiamento infantile che fino a poco prima aveva avuto... Quanto odiava l'effetto che aveva su di lei! La innervosiva, la agitava, la rendeva pazza! La sballottava da un sentimento all'altro come una pallina da ping pong. Le stava venendo il mal di testa... Ma d'altronde suo padre poteva risparmiarsi quelle uscite tanto per fare il simpatico... Già che era chiaro che le piacesse ancora, poi se ci aggiungeva la sua innata passione per tutto ciò che riguardasse la fazione militare, diventava proprio lucente, meglio di centomila riflettori. Sentì bussare alla porta. Odiava quando suo padre veniva a chiederle cosa avesse fatto. Era ovvio! - Non ho voglia di parlarti, papà!- - Non sono tuo padre. Sono Jeffrey.-, le parole suonarono da Star Wars. - Posso entrare?-, non era pronta per lui, non era bella come desiderava essere ed era stanca. Non era il momento migliore per vederlo, ma aprì la porta. Lo vide come al solito rigido con le spalle tese, immobile ad aspettare un consenso. A piccoli passi entrò nella camera. Vedendolo lì come altre innumerevoli volte, la testa le si riempì di ricordi, costringendola a spostare lo sguardo. - È proprio come la ricordavo.-, sospirò in modo calcolatorio Jeffrey. - Ho ancora il tuo pupazzo, se per questo...-, vide il suo volto illuminarsi di luce propria. - Davvero?! Pensavo non fosse mai stato di tuo gusto.-, allacciò le mani dietro la schiena e sembrò rilassare leggermente le spalle, come se fosse anch'egli trascinato dai ricordi evocati. - Ho sempre amato gli orsacchiotti di pezza...-, Jeffrey si voltò a guardarla, come se cercasse conferma nei suoi occhi di ciò che era pronta ad affermare. - Arriviamo al punto. Perché prima hai sfuriato in quella maniera? Non è da te.-, non era da lei tutto ciò che riguardasse lui ultimamente, ma ciò non poteva saperlo. Abbassò lo sguardo e si allontanò da lui, come se avesse bisogno di riflettere a distanza. - Non mi piace che mio padre dia... questi, ecco... espedienti sul mio passato...-, tentò di spiegare. Jeffrey le si avvicinò cautamente. - Se mi permetti, ho un'altra teoria. Ovvero che in realtà non ti piaccia rendere noti i tuoi reali sentimenti a chi ti sta intorno. Più una persona si avvicina al tuo cuore più tu te ne allontani o la allontani che dir si voglia. È un brutto modo per distruggersi, lascia che te lo dica chi ci prova ogni giorno come te.-, sembrava premuroso e allo stesso tempo malizioso... Ma non in senso troppo cattivo... Per di più in senso che volesse nasconderle ciò a cui realmente si riferisse. - Cosa vorresti insinuare?-, non riuscì a nascondere un po' di stizza nella domanda. - Non centra ciò che riguardava noi, se pensi questo. Voglio solo che tu stia bene.-, gli tremò la voce per l'emozione che a volte non riusciva a contenere. - Anche tu non vuoi rendere noti i tuoi veri sentimenti...-, insinuò, mettendo le braccia conserte sul petto. - I sentimenti sono debolezze per quelli come me. Se il nemico capisce ciò che ti rende debole, ti sa distruggere facilmente.-, serrò la mascella. - E io sono un nemico?-, la domanda le sorse spontanea. Incrociò i suoi occhi freddi. - No. Tu non sei mai stata un mio nemico. Ma devo trattare tutti da tali.- - Cioè... Il tuo discorso è che dovrei esporre i miei sentimenti senza alcuna paura, però tu sei ermeticamente chiuso nella convinzione che chiunque è tuo nemico!-, lo sfidò con lo sguardo. - È più complicato di quello che pensi.-, si limitò a dire, sostenendo la tensione creatasi. - Allora spiegami, perché non seguirò alcuno dei tuoi consigli, se non lo fai!-, alzò il tono della voce contro di lui. - Perché? Lo hai mai fatto?!-, si alterò Jeffrey, rendendo tutto silenzio. Si guardarono negli occhi ancora più intensamente. Lui per capire se perdendo la calma avesse sbagliato, lei per capire se fosse pronta a continuare. - Cosa cazzo vuoi dire, Jeffrey?! Eh?! Parli di quando mi hai detto di stare lontana da Fabian? È il mio fidanzato! Come cazzo hai mai potuto pensare che ti potessi ascoltare?! Come?!-, Jeffrey non rispose subito. Aspettò che si calmasse. Aspettò di trovare le parole giuste per lasciar perdere. - Va bene. Hai ragione tu. È un fidanzato perfetto il tuo.-, Carley non seppe che dire. Era come se le urla soffocate da anni dentro sé stessa si fossero risvegliate e creassero un eco ripetitivo all'interno della sua testa tramite le parole appena dette di Jeffrey. Lo vide abbassare lo sguardo... come se in realtà avesse abbassato la guardia e avesse rivelato ciò che realmente aveva sopportato da anni. Sapere che l'aveva persa... eppure continuava a restare lì, vigile su di lei. Si sentì in colpa. - Scusami... Ho...- - No. Figurati. È colpa mia. D'altronde, sì, tu lo conosci meglio e... e certe cose non le potrai mai sapere... e sicuramente è meglio così.-, si lasciò sfuggire, per poi irrigidirsi più di prima. Il campanello d'allarme di Carley suonò. - Cosa non potrò mai sapere?-, Jeffrey si limitò a guardarla. - Ho parlato troppo. Devo andare.- - No! Aspetta!-, le suppliche di Carley andarono a vuoto, giacché appena pronunciate, Jeffrey aveva già percorso le scale. Lo inseguì e riuscì a raggiungerlo poco prima della porta d'ingresso, quando stava indossando la giacca. - Fermati e parlami! Ora!- - Perché?! Mi crederesti mai, Carley?!-, si voltò improvvisamente verso di lei, rivelando un animo tormentato. Si diresse nuovamente verso l'uscita, ma Carley lo strattonò per la giacca, sentendo qualcosa di leggermente rigido nella tasca. Jeffrey seguì il suo sguardo fisso sul lieve rigonfiamento. Non disse niente. La sentì prendere l'iniziativa di vedere cosa fosse e non le impedì di farlo, forse perché ancora non aveva capito le sue intenzioni. Le lasciò entrare piano la mano nella tasca e quando estrasse l'oggetto, temette fortemente la sua reazione. Gli sudò la fronte, mentre Carley era chiaramente rimasta senza parole. - La... La porti ancora?-, gli sussurrò, continuando a guardare la foto di loro due insieme. Si ricordava perfettamente di quella foto, di quel momento che quasi avrebbe dimenticato, se Jeffrey non le avesse rinfrescato la memoria in quel modo. Non riusciva neanche ad immaginare quanto per lui fosse importante lei. Lei con tutti i suoi difetti, lei con tutte le sue contraddizioni. Non riusciva veramente a credere che lui fosse ancora innamorato di lei come 8 anni fa. Avrebbe dovuto averlo distrutto con tutto quello che gli aveva fatto passare, con tutto quel tempo che era trascorso senza che lei gli desse segni di vita. Eppure, restava lì, impassibile, immutabile ad amarla, senza dirle niente, rispettando le sue scelte. - Scusami. Non volevo spaventarti.-, le disse cauto, sfilandole dalle mani la foto e rimettendola nella tasca interna della giacca. Avrebbe voluto che non l'avesse vista. Adesso avrebbe pensato che era un maniaco, uno stolker. Non l'avrebbe mai più rivista. - Jeffrey... Non devi scusarti... Sono io che mi scuso...-, Jeffrey alzò lo sguardo verso di lei, cercando di comprenderla. - Di cosa mai dovresti scusarti?-, mantenne un tono calmo. - Non avrei mai dovuto lasciarti andare...-, detto questo, gli prese la testa tra le mani e lo guardò intensamente negli occhi, forse solo per pochi istanti. Nonostante sapesse che tutto ciò fosse sbagliato e contraddittorio, non poteva assolutamente non andargli incontro. Lo baciò, prima piano, poi aumentando sempre di più l'intensità. Permise alla sua lingua di esplorarle la bocca. Gli strinse i capelli, sentendo le sue braccia avvolgerla contro di lui. Si accorse che le era mancato... le era mancato proprio baciarlo, sentirlo in quel modo... stringerlo, tastarlo... sentire quanto l'amasse, sentire quanto non avesse mai smesso di amarla veramente per ciò che era. Lo sentiva, lo sentiva tutto, tutto innamorato di lei ed era una sensazione che solo con lui aveva mai avuto... Pensò quasi che fosse meglio del sesso... Avrebbe voluto provarlo con lui, dando già per scontato che sarebbe stato fantastico. Passò le mani sui suoi pettorali, poi scese agli addominali. Lo sentì ansimare e stringerle i fianchi. Percepì che lo volesse anche lui. Cominciò ad indietreggiare verso le scale con lui che la seguiva completamente perso nella passione che stavano provando... ma all'improvviso si sentì aprirsi un chiavistello. Si sciolsero a malincuore dal loro abbraccio, staccando per ultime le labbra, ancora vogliose di continuare la loro "danza".
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- Eccomi! Son tornato!-, esclamò Jude, entrando dalla porta. - Tutto bene?!-, domandò, vedendoli ancora frastornati per aver liberato tra di loro la scarica elettrica sprigionata dalla passione struggente di prima. Carley incrociò le braccia sul suo petto, già testimoniando la disapprovazione della pausa forzata. Jeffrey si irrigidì nuovamente e nonostante volesse continuare, si accorse che non poteva più restare. - Ehm... Sì. Sì. Stavo andando.- - Sì, lui stava andando!-, affermò subito dopo Carley alla velocità della luce. - Ah, allora... Prego, ti apro il cancello!-, esclamò Jude, dirigendosi in cucina. Si guardarono negli occhi e non poterono non sorridersi a vicenda. - Ciao Jeffrey...- - Ciao Carley...-.