38. Giorno fin troppo perfetto...

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Finalmente era arrivato il suo giorno! Il 17 Settembre non poteva innalzarsi più splendente nel cielo terso del mattino!
Si era svegliata con il cinguettio di qualche passero... Quasi come fosse Biancaneve! D'altronde si sentiva in una fiaba... Sì, proprio una di quelle che si concludono con "E vissero per sempre felici e contenti...".
Si rannicchiò pigra. Non aveva intenzione di alzarsi ancora... Era importante conciliarsi col mondo prima di mettere un piede fuori dal letto. Voleva ancora assaporare la comodità delle proprie lenzuola. Affondò la testa nel cuscino, ma il trillo della sveglia le ricordò che non poteva concedersi così tanti lussi. Aveva chiesto un giorno di ferie, ma il capo in quel periodo risultava essere troppo esigente riguardo la presenza dei suoi dipendenti. Non concedeva almeno da due mesi anche solo un giorno.
"Si fatica, si fatica", lo sentiva ogni tanto sbuffare come una polveriera Carley. Si decise ad alzarsi.
Compiere gli anni le dava sempre una sensazione alquanto contraddittoria, come d'altronde a tutti. Era felice, ma allo stesso tempo si ricordava che le lancette giravano e non potevano tornare indietro. Era insicura di aver vissuto la vita nel meglio delle sue facoltà, di aver ponderato bene le decisioni prese, di aver rinunciato giustamente a certe opportunità o persone. Si teneva in bilico tra la malinconia del tempo fugace e la gioia della propria vita rinnovata. Si riteneva una di quelle ragazze che prende tutto o niente e ammetteva che quel vuoto, che preferiva lasciarsi alle spalle, spesso la rendeva incompleta. Sentiva spesso di essersi persa qualcosa che forse poteva renderla felice o almeno serena. A volte si ritrovava a fantasticare... Si identificava con uno di quei mille atomi che formano le molecole. Una di quelle piccole particelle indivisibili... che vagano nello spazio in cerca di elettroni disposti a completare il proprio ottetto... Spesso succede che affinché ciò avvenga, si leghino a un altro atomo incompleto. Beh, sentiva dentro di sé che ancora lei non era riuscita a formare il suo ottetto. Forse era questo il destino della condizione umana. Percepire la propria carenza, insufficienza. Avere questo desiderio frustrato di sentirsi compiuti, appagati e allo stesso tempo sapere di essere nell'impossibilità di raggiungere tale obiettivo. Essere in un tragico dissidio con se stessi tra la ricerca della piena felicità e la nostalgia di ciò che abbiamo perduto. Essere un paradosso perenne in balia di un'ambigua convivenza tra il volere e il non potere più.
Concluse infine che forse era questo l'effetto del matrimonio in avvicinamento.
Andò faticosamente in cucina. Suo padre la ricoprì di baci, suo fratello di abbracci e Fabian... Beh, a quanto gli aveva detto Serge (suo fratello) era passato nella notte a librare nel cielo notturno dei fuochi d'artificio... Ne dubitò leggermente, dato che il suo sonno abbastanza leggero non le avrebbe permesso di dormire con quel frastuono, ma si rassicurò del fatto che se ancora non fosse venuto, era perché stava preparando una sorpresa davvero mozzafiato.
Mangiò le uova strapazzate del padre per poi vestirsi velocemente. Salutò Maya e Max. Entrò nella vettura e andò a lavoro in men che non si dica.

Ogni volta che entrava in quell'immensa struttura, si ricordava sempre di quando le avevano concesso il lavoro. Quel momento si ravvivava nella sua mente già appena sentiva l'odore inconfondibile di disinfettante e polvere. Un contrasto sottile che però le risultava molto marcato al naso. Respirò a fondo. Avanzò fiera verso la sua postazione con gli occhi semichiusi di chi è persa in un ricordo.
L'odore però, si tramutò presto in un profumo delicato. Un lieve aroma di freschezza e dolcezza. Aprì gli occhi e spalancò la bocca involontariamente. Un bouquet di rose rosse, bianche, rosa e blu riempiva tutta la sua scrivania. Era incredibile. Rimase a dir poco sbigottita.
Una sua collega si affacciò dal suo posto di lavoro e la vide. Temette che potesse svenire da un momento all'altro. Si avvicinò in modo disinvolto.
- Gioia, auguri! È passato il ragazzo delle consegne... Ha portato quello che naturalmente vedi... Davvero un bel tipo! Personalmente mi interesserei più a lui che a chi ti ha mandato queste rose!-, Carley non sentiva proprio nulla.
Era il suo sogno da quando era bambina ricevere quelle rose. Non poteva crederci che Fabian fosse stato così premuroso! Pianse lacrime di gioia, abbracciando la collega per l'entusiasmo.
Sapeva che Fabian l'avrebbe stupita... Era solo questione di tempo... Questa era davvero la prova che l'amasse seriamente. Non poteva essere più felice di quanto fosse.
Espresse tutta la sua ammirazione e gratitudine, elogiandolo alla collega, meglio di quanto potessero fare i poeti del Quattrocento. L'altra però ribadì il concetto del ragazzo delle consegne, ma Carley non aveva intenzione di ascoltarla. Esisteva solo Fabian per lei, nessun altro sarebbe riuscito a rubarle il cuore più di lui stesso.
Quando la collega si allontanò a passi veloci, cercò di spostare le rose su un altro ripiano. Non poté fare a meno di notare che ogni rosa era stata privata delle spine lungo lo stelo, forse addirittura ad una ad una.
Mentre ammirava sognante i colori, gli odori, le forme scorse un bigliettino tra i petali. Lo spiegò e sentì il mondo crollarle addosso.
"Non da Fabian...", riportava. Si abbandonò sulla sedia girevole preoccupata. Chi poteva mai essere se non Fabian? Eppure la scritta non mentiva. La calligrafia era diversa. La testa le bruciava dallo sforzo mentale.
- Scusami, Susanne... Hai detto "un ragazzo delle consegne"?-, la collega la guardò con una luce negli occhi di quasi profonda venerazione. Si mise una mano al petto per rispondere, come se il cuore le potesse scappare via da un momento all'altro.
- Sì, proprio così! Molto gentile, alto, composto... Dovrebbero essercene di più ragazzi come lui...-, la descrizione non le richiamò alla mente nessuno.
- Ma il viso com'era? Che capelli aveva?-, Susanne cercò di ricordare.
- Purtroppo portava un cappuccio, non si vedeva bene in viso, ma aveva un sorriso strabiliante... Proprio un bel giovanotto garbato... Mi ha anche offerto un caffè per il mio disturbo di avergli detto dove fosse la tua postazione! Un vero gentiluomo...-, Carley rimase basita.
Ringraziò la collega e si accasciò nuovamente sulla sedia. Forse era troppo sospettosa... Sicuramente quel ragazzo era lì davvero solo per consegnare le rose... Non doveva necessariamente essere anche il mittente.
I pensieri si affollavano troppo nella sua testa. Non riusciva proprio a ragionare. Preferì tornare a casa... Sarebbe stato inutile continuare a stare lì. Portò nell'auto le rose, cercando di farle entrare tutte, per poi scappare letteralmente verso casa.

Arrivata nella sua via, trovò una folla di persone appostata lungo la strada che fluiva verso un giardinetto incolto e appartenente a nessuno poco più avanti di casa sua. Scese dalla vettura, cercando di capire da cosa fossero attratti. Riconobbe diversi volti di amici, ma non andò a salutarli. Voleva solo che tutta quella foschia nella sua mente svanisse.
Una canzone di sottofondo cominciò a farsi sentire... Solo quando fu abbastanza vicina, fu in grado di capire che quella era la sua canzone preferita.
La folla si diradò in due filoni, così da lasciare che vedesse un palchetto improvvisato di legno sul quale un ragazzo cantava col cuore la canzone più bella del mondo.

Ma chi era il ragazzo?

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