33. Il male.

100 5 0
                                        

30 minuti prima.
Contrariamente a quanto aveva scritto a Carley, non tornò a casa. Preferì mettere un punto al suo progetto prima di tutto e poi constatare le varie ipotesi su dove andare, chi affrontare e cosa dire. L'avrebbe definita una tattica militare... Sistemò tutto, per poi dirigersi a piedi verso casa sua con il Sole abbagliante sulla fronte. Si assicurò che il macchinone bianco della casa a fianco fosse presente. Dopo uscì determinato ed arrivò di fronte il citofono vicino. Conosceva perfettamente la natura irresponsabile e volubile del cugino, non lo intimidiva. Se voleva fuggire dalle sue responsabilità, le sue responsabilità stesse si sarebbero abbattute su di lui. Suonò un colpo secco, poi si scostò. Il cancello si aprì quasi subito, come se lo stesse aspettando. Jeffrey lo spinse per entrare e poi lo socchiuse. Non prevedeva di perdere troppo tempo. Salì le scale di marmo e si piantò davanti la porta d'ingresso. Non sarebbe entrato. Pianificò almeno dieci modi per disarmarlo, nell'eventualità che possedesse un'arma. Successivamente elencò le varie mosse con cui fargli perdere conoscenza o rompergli l'osso del collo. Doveva essere pronto a tutto. Lui era la personificazione del male. Era l'unico che riuscisse ad intimidirlo un minimo per quanta crudeltà avesse dimostrato in passato. Serrò la mascella e strinse i pugni. Odiava fare i conti con il proprio passato. Odiava che esso potesse rovinare il suo presente. Odiava lui. La porta si aprì cigolando rumorosamente di quanto i cardini fossero precari.
Incontrò i suoi occhi completamente insensibili, gli stessi occhi di 5 anni prima.
Ancora poteva sentire bruciare sulla propria pelle le numerose ferite da lui inflitte. Non poteva non montargli una rabbia furiosa in petto.
Se lo ricordava bene quell'incontro inaspettato da entrambe le parti. Si era risvegliato dopo l'esplosione incatenato al soffitto di una polverosa stanza vuota e buia, senza maglietta e con il volto imbrattato di sangue. Non aveva neanche provato a riconoscere il posto dove si trovava. Dava già per scontato che sarebbe stato profondamente inutile. All'improvviso sentì dei passi di scarpe con almeno un minimo di tacco. Percepì l'odore di mocassino laccato. Sapeva di poter riconoscere quelle sensazioni e attribuirle a qualcosa di specifico, ma cosa? Il volto malefico e beffardo del cugino anticipò i suoi ragionamenti contorti.

 Sapeva di poter riconoscere quelle sensazioni e attribuirle a qualcosa di specifico, ma cosa? Il volto malefico e beffardo del cugino anticipò i suoi ragionamenti contorti

Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.

- Cugino? Non credevo di doverti incontrare in condizioni così... a dir poco, spiacevoli...!-, sembrava che studiasse attentamente ogni parola pronunciata, come se fosse l'ennesima qualità falsa sprigionata dal suo animo ignobile.
- Fabian.-, forzò il nome con rabbia tangibile.
- Sei tu quindi il soldato che ha quasi sventato i miei piani terroristici...-, non confermò, ma si insospettì del fatto che gli avesse rivelato una simile informazione e temette che lo avesse fatto solo perché era troppo sicuro che non sarebbe sopravvissuto abbastanza a lungo per poterlo raccontare in giro.
- Sei tu quindi a capo di questi attacchi. Devo dire che non mi sorprende. Me lo sarei aspettato da una persona così meschina come te.-, affermò Jeffrey, stringendo i denti e sputando il sangue versato.
Il cugino non fiatò, anzi sembrò lusingato da quegli appellativi. Rise di gusto, per poi schiaffeggiargli il volto e burlarsi di lui con sé stesso. Era pura follia.
- Mi hai sempre messo i bastoni tra le ruote... Da quando eravamo bambini... Sono stanco di sopportarti, anche se mi fai sempre divertire...-, odiava la sua voce così camuffata, pacata, studiata. Odiava questa sua falsa modestia.
- Non smetterò mai di farlo.-, il cugino ghignò e sembrò onorato delle parole, ma non abbastanza per riporre il rancore degli anni passati.
- Sono il capo di una vasta cellula terroristica dell'Al Qaeda, molto amico e vicino al capo supremo...-, chiarì, smettendo di ridere. Lo sentì, mentre avanzava dietro le sue spalle, girandogli attorno con accurata lentezza, come se stesse pregustando il momento prima dell'atrocità.
- Com'è sapere di aver tolto la vita a miliardi di persone? Com'è sentirsi le mani irrimediabilmente sporche di sangue?!-, gli gridò contro Jeffrey, prendendola sul personale. Odiava le ingiustizie. Odiava i menefreghisti che decidevano per gli altri senza chiedere. L'astio che provava in quel momento si evinceva da ogni parola pronunciata.
- Devo dire che... è purificatore...-, le parole di Fabian invece erano aspirate, intrise di un odio più sottile e lento, come una lama di coltello. Jeffrey le sentiva penetrare fin dentro le ossa. Le sentiva così fredde, così morbose, così strette, così moribonde e folli.
Lo udì prendere qualcosa dal fondo della stanza vuota. Si ricordò solo in quel momento che molto probabilmente non fosse l'unico superstite in quel maligno squallore. Il suo compagno di guardia che era riuscito a trarre in salvo sarebbe dovuto essere vivo nello stesso Inferno in cui era stato portato lui.
- Dov'è il mio compagno?-, il nervosismo gli rendeva la voce vibrata.
- Tranquillo... Sta bene... Ha già avuto il trattamento che ora spetta anche a te...-, sussurrò, avvicinandosi sempre di più. Jeffrey scosse frettolosamente le braccia, cercando di svincolarsi o in qualche modo di addirittura liberarsi i polsi dalla catena. Volle concentrare tutta la forza, spingendosi verso il basso, così da spezzarla, ma era più resistente di quanto potesse pensare. Percepì uno spostamento d'aria alla sua destra. Evitò abilmente il colpo, arrampicandosi lungo la catena, poi sfruttò la presa per dare un calcio dritto in faccia a Fabian. Il cugino si piegò per la botta e si asciugò il labbro spaccato col dorso della mano.
- Anche tu, allora, hai i tuoi segreti...-, rise, scaraventandolo giù e facendolo sbattere contro un muro. Lo prese per il collo con quel sorriso digrignante stampato sul volto.
- Sei diventato combattivo... Mi piace illuderti per poi toglierti tutto... Vedere quei tuoi occhi colmi di felicità e poi vederti crollare il mondo addosso... Come la tua bella... Carley, vero? Il mio tesorino! La perderai prima o poi... come tutto il resto...!-, non riusciva a vederlo. Il sangue gli ostruiva la vista. Non aveva cognizione di profondità, né di spessore. Non vedeva i lineamenti ben definiti, solo quel sorriso provocatorio sulla faccia e fu l'ultima cosa che vide, prima che gli frustasse il petto e la guancia, facendogli perdere i sensi.
Ora rieccolo, col solito sorriso, i soliti occhi spenti e privi di emozione.
- Oh, Jeffrey! Ma che piacevole sorpresa... Non ti aspettavo proprio...-, rimasero sull'uscio con l'odio negli occhi.
- So cosa hai fatto. Volevi incastrami. Mi volevi fuori dai piedi rendendomi un assassino. Pensavi che la tua fidanzata fosse un mostro come te. Che si fermasse alle apparenze e che si allontanasse da me. Ma lei non è come te e lo ha dimostrato.-, ringhiava Jeffrey, mantenendo comunque un minimo di autocontrollo.
- Allora lo hai fatto veramente apposta... Le hai chiesto di difenderti apposta!-, gli occhi di Fabian si iniettarono di sangue per quanta rabbia avesse in corpo.
- Sì. Per questo hai mollato subito la presa e hai corrotto i giudici affinché potessero calare le accuse, vero? Perché eri certo che se la storia fosse continuata giusto un altro po', lei avrebbe subito capito tutto. Avrebbe capito che schifo di persona fossi. Dopo hai continuato a volermi fuori dai piedi, così hai mandato i tuoi carissimi e fedelissimi sicari russi con cui avevo già fatto piacevole conoscenza ad uccidermi. Ma anche lì, non avevi constatato che sarei andato via con lei. L'hai messa in pericolo ed anche tutta l'organizzazione, così hai lasciato che i tuoi uomini si prendessero la colpa delle tue scelte. Ho sbagliato qualcosa?-, Fabian tacque e quel silenzio contò più di tante parole. Lo voleva morto.
- Voglio solo avvertirti. Io non ho paura di te. Ti ucciderei anche adesso e non sai quanta forza di volontà mi sta tenendo calmo in questo momento. Non vedo proprio l'ora che avvenga la resa dei conti. Ma se c'è una cosa che mi trattiene ogni giorno dal farti il culo è Carley, come ben saprai.-, Fabian strinse i denti, guardandolo in cagnesco.
- Voglio solo dirti... che se le torci anche solo un capello, io non avrò più motivo dal trattenermi.-, detto questo, Jeffrey si voltò e tornò per la sua strada, lasciandosi alle spalle un Fabian in preda alla più atroce e malsana furia.

Il corso della fenice...Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora