Cercò il disinfettante in bagno per poi tornare da Jeffrey. Era stato stupido, pensò. Perché fare una cosa simile? Le uova potevano anche bruciarsi, non ne valeva la pena ustionarsi la propria pelle.
Lo trovò seduto con la schiena eretta, le mani congiunte davanti a sé sul tavolo.
- Perché hai preso il disinfettante?-, esordì con voce pacata.
- Perché? Vuoi restare così? Ti sei sciacquato con l'acqua fredda?-, fece un cenno di assenzio col capo.
- Non serve il disinfettante in questi casi. Ho visto che hai dell'aloe vera sul ripiano della finestra. Ha proprietà lenitive e cicatriziali nel gel delle proprie foglie. Basterà un miscuglio con esso e un po' di olio d'oliva per rigenerare la pelle e calmare il dolore. O anche semplicemente del miele che hai situato nello scaffale a destra accanto i barattoli di marmellata.-, Carley rimase letteralmente a bocca aperta.
- Ehm... Scusa? Ti ricordi perfettamente dove metto il miele di solito? E da quando in qua sai queste... cose? Queste cure naturali...?-, cominciò a preoccuparsi e le sfiorò la mente il pensiero di lui come un ossessivo maniaco.
- In guerra devi sapere come curarti senza il supporto di ospedali e infermieri. Inoltre, mio nonno mi ha insegnato alcuni di questi rimedi. Ho passato cose peggiori di una semplice ustione. Non c'è bisogno di allarmarsi così tanto. Credimi.-, Carley ebbe il timore di guardarlo negli occhi, ma comunque non poté evitarli. La rassicurarono incredibilmente, ma allo stesso tempo le parole le insinuarono un minimo di inquietudine. Cosa aveva passato? Si ricordò delle cicatrici. Andò a prendere il miele.
- Mi ricordo, sì. Possiamo dire che ho impresso ogni singolo dettaglio che ti riguardi. Sono stati i momenti più belli che io abbia mai passato con una persona. Grazie, Carley.-, si voltò verso di lui quasi inciampando per il disagio. Gli accennò un sorriso e gli porse il miele. Con una certa regalità Jeffrey si spalmò un po' di miele sull'ustione, mentre Carley prendeva posto accanto a lui. Gli prese la mano tra le sue, sorprendendolo.
- Perché...? Perché l'hai fatto?-, non incrociò i suoi occhi appositamente. Jeffrey si protese verso di lei.
- Mi dispiace. Ti ho spaventata.-, mantenne il tono asciutto. Alzò lo sguardo verso di lui.
- Ho seguito l'istinto. In guerra non hai il tempo di pensare se uscire allo scoperto e sparare ai terroristi sia una scelta giusta ed efficace. Devi sentirlo. Non c'è altro modo per capire. Io faccio questo errore spesso. Applico l'atteggiamento che assumo in guerra alla vita. Io non... non volevo che il frutto di così tanto affetto che hai avuto stamattina per me andasse perduto in questo modo. Per questo ho agito così.-, gli mise le braccia al collo e lo baciò innamorata. Amava questi suoi piccoli gesti di amore improvvisi e apparentemente ingiustificati. Sentì le sue mani stringerle i fianchi rigidamente. Approfondì il bacio, stringendogli i capelli. Più lo aveva, più lo voleva. Rallentò fino a staccarsi, per poi dargli un morso sulla guancia. Gli sculettò davanti per prendere il telecomando e accendere la televisione. Lo sintonizzò sul telegiornale e andò a posare il disinfettante. Tornò poco dopo e lo trovò composto ad aspettarla con il piatto di fronte. Gli accarezzò le spalle per poi sedersi accanto a lui.
"La polizia è riuscita ad arrestare gli assassini della ragazza Patricia Patterson per cui era stato accusato il soldato Jeffrey Shaw. Hanno confessato di aver aspettato la ragazza uscire per ucciderla brutalmente a pochi isolati da casa sua con il coltello del signor Shawn, recuperato per strada in modo così da far ricadere i sospetti su un'altra persona. Il movente di tale omicidio ancora sembra oscuro. A quanto sembra si tratterebbe di vecchi conti in sospeso con la mafia russa e la famiglia della ragazza. Naturalmente tutte le accuse sono cadute dal soldato congedato e i due assassini sconteranno l'ergastolo per il resto della loro vita. ", imperava la giornalista alla Tv.
Jeffrey ascoltava attentamente, come un segugio sull'attenti.
- Hey, Jeffrey... Jeffrey!-, riemerse dai suoi pensieri, scuotendo un po' la testa.
- Carley. Scusami, dimmi.-
- Forse è meglio spegnere... Rovina un po' l'atmosfera...-
- Tranquilla. Non dice niente di nuovo che non sapessi già.-, Carley lo squadrò, cercando di interpretare nel miglior modo possibile ciò che aveva appena sentito senza esasperarsi troppo e fraintendere.
- Te lo avevano già fatto sapere quelle teste calde?-, sorseggiò del tè, attendendo la risposta.
Jeffrey distolse lo sguardo dalla Tv, incontrando quello di lei da pantera. Si gonfiò il petto per trovare la scusa più convincente o per non rispondere ingegnosamente.
- È questo che vi siete detti in russo, no?-, lo incalzò Carley, inarcando il sopracciglio più fiduciosa. Avrebbe voluto annuire, ma se c'era un'altra cosa in cui Carley era una fuoriclasse, era proprio scovare le menzogne o farti sentire in colpa per averle dette.
- No, ma mi aspettavo che fossero loro, dato che hanno provato a ucciderci.-, non era proprio la verità, ma era abbastanza per accontentarsi. Sembrò essere soddisfatta.
- Sei sempre stato molto perspicace e intuitivo... Mi piace...-, gli sorrise con il labbro inferiore tra i denti.
Jeffrey ricambiò, accennando un sorriso. Si trovava sempre combattuto in queste circostanze, in cui la verità non poteva trapelare. Finì le uova strapazzate. L'attese. Gli batteva talmente forte il cuore che temeva che lei potesse sentirlo.
- A che pensi?-, fu l'ennesimo tentativo da parte di Carley di entrargli in testa e capire il perché fosse dannatamente silenzioso. Jeffrey stava abbozzando un omicidio efficace in quel momento, ma fortunatamente era bravo anche ad improvvisare.
- Stavo pensando che ho aspettato troppo. Ho aspettato troppo per riuscire ad ottenere questa condizione con te.-, Carley nascose un sorriso spontaneo dietro il bordo della tazza, socchiudendo leggermente gli occhi dalla contentezza.
- Hai da fare stamattina?-, insorse con gli occhi lucenti. Jeffrey irrigidì le spalle. In effetti, aveva da fare. Aveva molto da fare. Prima di tutto, sarebbe proprio dovuto andare da quel demente e procurargli almeno un definito occhio nero per aver messo in pericolo la vita di Carley, poi era da vedersi.
- Non dovrei, perché?-, mentì con una tale naturalezza che si sorprese di sé. Stava divenendo un'effettiva abitudine.
- No, è che... sai...-, la premessa non sembrava delle migliori, ma si perfezionò quando le sue sopracciglia andarono a convergersi nel famoso sguardo di inaudite estorsioni.
- ... beh, tu mi hai, diciamo così, reso partecipe del tuo dolce mondo...-, si alzò, andando verso di lui in modo tale che le gambe si incrociassero davanti a sé ad ogni passo. Accavallò le gambe agilmente sulle sue.
- ... Ora vorrei... renderti partecipe del mio...-, scandì le parole al suo orecchio, mordendogli il lobo e legando le braccia al suo collo.
- Direi che non posso rifiutare a quanto pare.-
- Puoi anche farlo... ma non ti converrebbe...-
- Non voglio farlo.-, detto questo, cominciò a limonarlo in modo da screpolargli le labbra di quanto fosse famelica.
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Il corso della fenice...
Literatura FemininaIl soldato Jeffrey di ritorno da delle missioni militari viene scosso nella notte dalla richiesta d'aiuto gridata da sua zia Noelle, risiedente nella casa accanto alla propria con il marito Mark e il figlio Fabian, al momento in Irlanda per conclude...
