Capitolo 30

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- Spettro non guardami così. Va tutto alla grande. - sbuffai, sfregandomi la faccia con le mani.      Il mio cane tornò a sedersi sul tappeto del salotto, lasciandomi in cucina ad imprecare contro la vita. 

Era venerdì sera, ed io ero da ore che provavo a farmi entrare in testa quello che stavo studiando. I mille nomi complicati e il desiderio di essere altrove però non mi stavano aiutando per niente. Avevo passato l'intera settimana in quel modo, studiando. Mi ero rifugiata nella medicina come se fosse l'unica cosa da fare. Come se avessi avuto bisogno di tornare al mio scopo principale, alla mia vocazione, al mio ruolo nel mondo. Speravo che studiando avrei potuto ritrovare me stessa, la Emma che sognava con tutto il cuore di salvare vite. Di essere un'eroina, e non la protagonista di scandali e gossip. Avevo un disperato bisogno di ritrovare quella Emma. Quella che aveva incontrato per puro caso Andrea, e che per puro caso era riuscita a salvare la vita di una sedicenne innamorata. Ma più continuavo a cercarla, più mi rendevo conto di averla persa per sempre. Di averla uccisa. 

Quella mattina avevo avuto di nuovo lezione con la mia prof simpaticona, e lei mi guardò sorpresa quando mi vide entrare. Le avevo detto che sarei diventata un medico di successo, con o senza il suo aiuto. Lei mi aveva sorriso, cercando di nascondere il suo disappunto nell'aver perso, e poi tornò tutto come prima. I miei compagni mi guardarono fieri, contenti che avessi dato una lezione a quella vipera e insoddisfatta della sua vita. Ma di certo essere entrata in quell'aula con fare sicuro e trionfante non aveva sistemato tutto.                                                        C'era ancora l'"altra Emma", come l'avrebbe chiamata Andrea, da sistemare. E proprio da quando lui era partito per l'America ed io l'avevo lasciato andare, le due Emma si erano fuse. Non riuscivo più a distinguerle. Sapevo che sarei diventata un medico, un chirurgo pediatrico forse, anche se era fin troppo presto per dirlo. Ma allo stesso tempo non riuscivo più ad immaginare una Emma che non facesse parte della grande squadra di Davide Bianchi, che non partecipasse a eventi di beneficenza e a feste all'insegna di temi importanti. Perché per me non si trattava solo di bere champagne e di indossare vestiti costosi, come aveva detto la mia professoressa. E addirittura non riuscivo ad immaginarmi più una Emma che non avesse Marco Riva fra i piedi.                                                                                                                                                              Quelli sembravano tutti pezzi del puzzle della mia vita che non avrei potuto staccare. Pezzi del puzzle che mi rendevano quella Emma, che in quel momento stava cercando disperatamente di tornare quella di prima. Proprio per questo forse avrei dovuto smettere di cercarmi, smettere di pensare di dover essere un'altra. Certamente avrei cercato di essere ogni giorno una versione migliore di me stessa, ma forse avrei dovuto solo accettare i cambiamenti che in quei mesi avevano stravolto la mia vita, e quindi anche me. Di certo avrei dovuto smetterla di essere ossessionata dai commenti della gente sotto le mie foto di Instagram, di rispondere male ai giornalisti e di ubriacarmi con Marco alle feste. Soprattutto quest'ultima era assolutamente da evitare.

Proprio quando decisi di mettere fine al mio fluire di pensieri e di ritornare a studiare seriamente, suonò il campanello. Mi alzai lentamente, guardando l'orologio sul muro confusa. Non avevo ancora ordinato la pizza, quindi non poteva essere il fattorino.
Aprii la porta, e con sorpresa mi resi di conto di aver comunque ottenuto la pizza.

- Sorpresa! - esclamarono all'unisono Marco e Davide, che sorridevano come degli ebeti.

- Ciao. - feci, non sapendo cos'altro dire.

- Accomodatevi. - dissi poi, un po' in imbarazzo. Mi scostai dalla soglia della porta per farli entrare, e Marco ovviamente si muoveva come se fosse a casa sua. Andò in cucina per posare i cartoni della pizza e lo sentii che stava già iniziando ad apparecchiare.
Io richiusi la porta di casa, rendendomi conto che mi avessero colto non proprio nel momento migliore. Avevo i miei occhiali a goccia un po' vecchio stile, i capelli per metà raccolti in uno chignon disordinato e indossavo la mia solita tuta larga e pesante che mettevo in casa. Mi guardai un attimo i piedi, e tirai un sospiro di sollievo quando constatai di non indossare calzini bucati.

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