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Ciao persone fantastiche che non hanno abbandonato questa fan fiction, e ciao anche a tutti i nuovi lettori che in questi ultimi giorni mi hanno scritto chiedendo di continuare.
Immagino siate stanchi delle mie scuse ad inizio o a fine capitolo, perciò vi risparmierò le solite scuse e le solite motivazioni in cui vi spiego il perché del ritardo del capitolo.
Ci tengo solo a ribadire un concetto: questa storia avrà un finale.
È vero: sono lenta nella pubblicazione dei nuovi capitoli, ma nonostante ciò, sappiate che non smetterò mai di scrivere questa storia finché non arriverà la sua fine.
Detto ciò, vi lascio al capito che, spero vi piaccia!
Vi voglio tanto bene, e ricordate di lasciare stelline e commenti se il capitolo vi è piaciuto!

 ps: non vi nego che scrivere questo capitolo mi ha emozionato non poco.










Non avrei mai immaginato di sentirmi così tranquilla di fronte a Giuseppe che, a differenza mia, è visibilmente agitato.
Lo sguardo quasi terrorizzato fisso sui miei occhi mi fa sorridere, perché sembra come se di fronte a lui vi si trovasse un mostro.
Confuso, strofina rumorosamente i palmi delle mani l'uno contro l'altro, e dal rumore che emettono mi danno l'impressione di essere un po' sudaticce.
"Caspita, Leona. Che sorpresa".
Percepisco dal suo tono di voce stanchezza, oltre che, ovviamente, pura sorpresa.
Immagino conduca una vita frenetica e piena di impegni.
"Spero sia stata una bella sorpresa".
Mi muovo verso la scrivania con passo lento.
Giuseppe mi sorride e mi fa cenno di avvicinarmi, facendomi intendere le sue intenzioni: vuole abbracciarmi.
Deglutisco e cercando di non fargli capire che quel gesto potrebbe farmi sentire a disagio, mi avvicino per poi abbracciarlo comunque.
È strano.
Per fortuna non provo nessuna agitazione, nessuna paura, nessuna vibrazione negativa.
La differenza d'altezza tra noi permette a Giuseppe di appoggiare con delicatezza la testa sulla mia, regalandomi una sensazione di pura felicità.
Mai, nel corso degli anni che ho vissuto da quando ci siamo lasciati, avrei pensato di riuscire a toccarlo con così tanta facilità. Sono contenta e soddisfatta di me stessa.
Passano diversi attimi che non riesco a quantificare, e poi sciogliamo l'abbraccio.
Torno a guardare Giuseppe negli occhi e provo a decifrare il suo sguardo: mi sta guardando in modo diverso. Penso mi stia guardando come una vecchia studentessa e niente di più. Come se tutto quello che è successo tra noi fosse stato in un certo senso rimosso dalla sua mente, il che mi sta benissimo e mi rincuora, perché non so se sarei pronta ad affrontare una ipotetica conversazione su quello che abbiamo condiviso sette anni fa.
"Accomodati pure".
"Oh, grazie. So che hai diversi impegni, quindi non vorrei rubarti molto tempo".
"Ti prego, non dirlo neanche per scherzo. Ho aspettato sette anni per questo momento. Tutto il resto può attendere".
Sorrido. Cerco di mantenere la calma perché queste parole mi suonano tanto da frase fatta usata solo per impressionarmi.
"Ritieni sia un momento così importante?".
"Certo".
Ricambia il sorriso, poi sposta lo sguardo verso il basso, prendendo del tempo probabilmente per trovare le parole giuste da dire.
"Come stai? Da quanto tempo sei qui in Italia? Hai deciso di tornare a vivere qui? So che hai vissuto diversi anni a Londra".
"Wow. Questo è un vero e proprio interrogatorio".
Dico a mo' di battuta.
"Hai ragione. Perdona la mia maleducazione. È solo che non ci vediamo da così tanto tempo".
"Lo so. Per questo ti perdono".
Accenna un sorriso. Poi riprendo a parlare.
"Sto bene, grazie. Sono qui da un po' di giorni che mi stanno sembrando un'eternità. Ma a breve partirò per tornare verso casa mia. Ormai non vivo più qua. Il tuo informatore avrebbe dovuto appunto informarti che non ho nessuna intenzione di tornare a vivere qui!". 
Gli dico riferendomi a Diana. È stata lei stessa ad informarmi del fatto che questi due hanno avuto modo di parlare.
Stavolta sorride mostrando anche i denti. Molti piccoli particolari del suo viso non sono cambiati per nulla, e per un attimo uno strano pensiero si intrufola nella mia mente, come se tutto d'un tratto mi fosse venuta voglia di osservare tutti i suoi piccoli particolari da più vicino solamente per ricordarmi che sensazione si provava.
Ma è un minuscolo pensiero che dura mezzo secondo.
È un pensiero già volato via.
"Sento raramente la mia informatrice. Anzi, saranno mesi che non la sento più".
Continua a sorridermi e di conseguenza fa sorridere anche me nonostante il pensiero che lui e Diana abbiano avuto più occasioni per parlare di me mi fa giusto un po' incazzare. Soprattutto perché non so di cosa abbiano parlato. So solo che lei gli ha raccontato di tutti i miei problemi e basta.
Cerco di non farmi influenzare da questo pensiero negativo, anche perché, conoscendomi, non esiterei ad esternare questo sentimento tramite il mio viso.
"Dunque, hai detto che tra poco andrai via?".
"Già".
"Ed hai deciso di farmi questa sorpresa prima di partire per altri quanti, sette anni?".
"Più o meno".
"Più o meno?".
"Più o meno".
Ribadisco.
"Capisco. Allora devo approfittare del tempo che abbiamo a disposizione oggi".
Annuisco con il capo facendo dei movimenti lenti.
"Dunque inizierei col chiederti come mai sei venuta qui".
"È una storia lunga e complicata che non mi va di raccontare".
"Sicura? Guarda che posso rimandare tutti i miei impegni per chiacchierare con te".
"Che palle, ti ho già detto di no".
Dico con tono di voce divertito, ma anche un po' infastidito.
Come risposta, vedo Giuseppe sorridere a questa mia ultima esclamazione.
"Perché ridi?".
Torna ad essere serio e mi fissa.
"Perché anche se sono passati sette lunghissimi anni, sei sempre rimasta la stessa".
Abbasso immediatamente lo sguardo.
Non è vero che sono sempre la stessa. Giuseppe adesso sa cosa avevo dentro me anni fa. E allora come fa a dire che sono sempre la stessa? Se fossi sempre la stessa probabilmente avrei già problemi respiratori a causa di quelle stupide crisi.
"Leona".
Torno a guardarlo ed il suo sguardo si è intenerito. Nel frattempo, il suono del mio nome che viene fuori dalla sua bocca mi provoca una strana sensazione.
Cerco di non pensarci.
"Ho bisogno di parlarti seriamente".
Annuisco col capo, dandogli il permesso di iniziare a parlare di quello che vuole.
Sento che la conversazione sta per prendere un'inclinazione più seria. Riesco a percepirlo dalla sua intonazione, dai suoi occhi scuri che provano a mettermi a mio agio.
Mi impongo di mantenere la calma e mi rilasso, appoggiando la schiena allo schienale della sedia ed accavallando le gambe.
"Ti ascolto".
Butta fuori tutta l'aria che ha dentro i polmoni, poi, dopo qualche attimo di esitazione, si decide a parlare.
"Scusami, è solo che.. so che non vorrai aprire questo discorso, ma.. non ho mai avuto la possibilità di chiederti scusa". 
Alzo gli occhi al cielo e sbuffo scocciata.
"Alt, alt. Non sono venuta fin qui per deprimermi, Presidente! Speravo in una rimpatriata un po' più allegra!".
Non capisco perché sto reagendo così.
Sembro ridicola?
Del resto sapevo che sarebbe venuto fuori questo argomento.
E allora, cosa sono venuta a fare?
Cosa mi aspettavo che mi dicesse?
"Se non ti dispiace vorrei che mi lasciassi parlare".
Torna a fissarmi, e così facendo scaccia via la finta allegria che avevo dipinto sul mio viso.
"Lo sai che ti devo delle scuse. E so che vuoi sentirtele porgere, anche se ciò vuol dire riaprire una parte del passato che è stata dolorosa per entrambi. Leona, mi dispiace averti rovinato la vita. È stata per colpa mia se hai abbandonato gli studi e sei scomparsa, lasciandoti alle spalle ogni cosa che riguardasse questo Paese. Scusami se non mi sono mai sforzato abbastanza di capirti veramente. Perdona la mia superficialità. Il modo in cui quel giorno mi sono presentato sotto casa tua e ti ho detto tutte quelle cose.. scusami. Se ci penso, caspita, mi vergogno terribilmente".
Si passa una mano tra i capelli perfettamente ordinati, per poi distendersi sulla sedia, come a volermi dire che ha finito di parlare e che adesso è il mio turno.
"Giuseppe".
Sospiro. Non ho preparato nessun discorso, quindi devo improvvisare e sforzarmi di trovare le parole perfette.
Chiudo gli occhi e massaggio le tempie.
"Mi dispiace di non averti dato la possibilità di scusarti prima. Sono stata un po' vigliacca, lo ammetto".
"Non ho finito".
Mi blocca con un tono particolare: sembra autorevole, ma pacato al tempo stesso.
Questo suo modo autoritario di fare mi accende. Sento un leggero brivido pizzicare la pelle, lasciandomi come desiderosa di continuare ad ascoltarlo mentre mi parla in quel modo.
Non va affatto bene.
"Ti ho chiesto scusa, è vero. Ma anche tu devi delle scuse a me. Ho vissuto nell'illusione che andasse tutto bene per quel breve periodo in cui.. lo sai, io e te.. siamo stati insieme". 
Pronuncia le ultime parole quasi sussurrando, forse per paura che qualcuno possa origliare la nostra conversazione.
"Almeno merito una spiegazione del perché non mi hai mai detto nulla".
Espiro rumorosamente, e proprio quando mi decido a parlare, sentiamo qualcuno bussare alla porta.
È Alessandra che ci interrompe per informare Giuseppe che la pausa è terminata e deve occuparsi di alcune questioni.
Saluto Alessandra con lo sguardo, sollevando per un attimo le sopracciglia, ma lei mi ignora. Simpatica.
"Di che si tratta?".
Risponde Giuseppe alzandosi ed avvicinandosi alla ragazza.
Approfitto di questi minuti per scrocchiare le dita, asciugare quel poco di sudore alle mani sul vestito e controllare il cellulare.
Nessuna nuova notifica.
Rimetto il cellulare dentro la borsa e controllo il mio respiro: è tutto regolare.
Allora forse è il momento di ammettere ciò che ho capito dal momento in cui ho messo piede dentro questa piccola aula.
Devo ammetterlo a me stessa.
"Ne è sicuro? Guardi che poi..".
"Sì, ne sono sicuro. Me la sbrigherò io stesso nei prossimi giorni. La ringrazio".
Alessandra chiude la porta. Mi lancia uno sguardo veloce impassibile. Dovrò darle delle spiegazioni. Si starà chiedendo di cosa abbiamo da parlare io e Giuseppe di così importante, a tal punto da rimandare degli impegni.
Non la biasimo.
Sento il rumore dei suoi tacchi farsi sempre più debole, finché non scompare.
"Non volevo che disdicessi impegni per me, mi fai sentire a disagio".
Dico rompendo il ghiaccio nell'esatto momento in cui si siede, di nuovo, di fronte a me.
"Ti ho già detto che tutto il resto viene dopo".
Mi rivolge uno sguardo serio. Poi appoggia i gomiti sul tavolo, intreccia le dita delle mani e le appoggia sulle sue labbra, coprendole.
Mi prendo qualche secondo per osservarlo: è sempre bello, elegante.
Devo ammettere a me stessa quello che ho capito nel momento esatto in cui ho messo piede in questa aula. Devo avere il coraggio di farlo. 
"D'accordo. Allora, uhm, io non ho preparato nessuno discorso a differenza tua".
Sorride, ma avendo metà del viso coperto dalle mani conserte, non posso godere di tale bellezza.
Oddio.
Devo smetterla di fare questi pensieri.
"Vedi, la situazione è semplice e complicata allo stesso tempo".
Gesticolo con le mani nervosamente, e Giuseppe, notando questa spontanea mia reazione, sorride debolmente sollevando solo una parte delle sottili labbra che sbuca fuori da sopra la mano destra.
Avevo rimosso ogni suo piccolo particolare. Riscoprirli così all'improvviso mi fa un certo effetto.
"Io stavo bene. Mi sentivo bene in un modo che non avevo mai provato. Dal momento in cui eri entrato a far parte della mia vita io mi sentivo normale. Anzi, io ero diventata normale. E dunque mi sono chiesta: perché parlargli dei miei problemi mentali quando questi ultimi non sono più un problema per me da quando c'è lui?".
Non riesco a guardarlo negli occhi mentre gli confesso ciò che avrei dovuto confessargli moltissimo tempo fa. Mi imbarazzo.
"Ha senso".
Finalmente trovo il coraggio per guardarlo negli occhi. È sincero. Ma sembra anche spaventato.
"Lo so. Per questo avevo deciso di non dirti nulla".
Giuseppe scioglie il nodo che sembrava aver creato alle dita delle mani e si alza. Seguo la sua figura con lo sguardo, e lo vedo trascinare la sedia da dietro la scrivania, fino a vicino a me. Si siede e mi guarda. Ed io lo guardo.
Adesso anche io ho paura. Ho paura che lui possa sentire i battiti scalpitanti del mio cuore. Batte all'impazzata, non capisco perché.
"Mi dispiace molto, Leona. Spero che adesso tu stia meglio".
Le parole vengono fuori spezzate, cupe.
"Giuseppe, non devi stare male per me. Io sto benissimo ora. Ho un lavoro fantastico, una casa molto carina, ed un.. un ragazzo meraviglioso. Sono cambiata. Non ho attacchi d'ansia da molto tempo, e anche per quanto riguarda le relazioni sociali sono migliorata moltissimo. Guarda!".
Esclamo forse con troppo entusiasmo. E prima che possa rendermi conto di quello che sto facendo, gli prendo una mano e la stringo forte.
"Vedi? Immagino Diana ti abbia raccontato dei miei problemi nell'entrare in contatto con gli estranei. Eppure guarda qua!".
Sollevo di poco la mia mano per mostrargliela, mentre ancora stringo forte la sua.
Come immaginavo, è leggermente sudata.
Mi sorride divertito, e sembra che non mi stia prendendo sul serio.
"Mi ricordi tanto la Leona di sette anni fa quando ti comporti così".
Gli sorrido anche io.
"Non sono più quella persona".
Ci guardiamo intensamente per qualche attimo in più, poi Giuseppe ritrae via la mano bruscamente, alzandosi dalla sedia.
"Lo so".
Si posiziona davanti alla piccola finestra dell'aula, portando le mani ai fianchi e guarda fuori, dandomi le spalle.
"Sei irrequieto".
"Lo so".
"Beh, non credo che abbiamo a disposizione molto altro tempo da trascorrere insieme. Vuoi dirmi cosa ti turba? Ti ho detto quello che volevi sapere".
Giuseppe si gira verso me e piega le labbra in un sorriso forzato. Stavolta soffermo lo sguardo sulle adorabili fossette che, devo ammettere, mi erano mancate.
"È solo che da quando ho scoperto i tuoi problemi mi è capitato spesso di pensare che forse se fossi venuto a conoscenza dei tuoi problemi mentre ancora.. ".
Esita.
"..Stavamo insieme..".
Esita nuovamente.
"Io penso che forse le cose sarebbero andate diversamente".
Sbuffo rumorosamente.
"Mi stai dicendo che se avessi saputo dei miei problemi, non mi avresti lasciata per pietà, o cosa? Solamente perché soffrivo di tutta quella merda non significa che avevo bisogno della tua compassione. Se mi hai lasciata vuol dire che eri convinto di quello che stavi facendo".
Rispondo alterandomi un po'. Se è davvero così, ammetto che Giuseppe mi sta deludendo parecchio.
"È proprio questo il punto". 
"Che intendi dire?".
Il suo sguardo si intenerisce.
Poi sorride nervosamente.
Poi torna di nuovo serio.
I suoi modi di fare mi stanno confondendo più che mai.
"Io non ero affatto convinto di quello che stavo facendo, Leona".

Forse finalmente adesso è il caso di ammettere ciò che ho capito nell'esatto momento in cui ho messo piede in questa aula: Giuseppe non mi è indifferente. E mai lo sarà per me. Ed io lo sapevo. Lo sapevo. Ma ho deciso di incontrarlo lo stesso.
Che cazzo ho nel cervello? 

Hai finito le parti pubblicate.

⏰ Ultimo aggiornamento: Jan 26, 2021 ⏰

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