Stupidi, vecchi ed indesiderati ricordi pervadono la mia mente nel momento in cui metto piede dentro l'edificio.
Ogni cosa in questo posto è rimasta invariata, come se gli anni non fossero mai passati.
Come me, anche Caterina osserva dettagliatamente ciò che ci circonda: per circa qualche secondo, restiamo intrappolate entrambe nei ricordi che inevitabilmente si son fatti spazio dentro la nostra mente.
Alessandra ci invita a salire le scale e ci illustra la sala all'interno della quale si terrà, a breve, la conferenza: è una delle poche aule dell'Università che non ho mai frequentato, situata al secondo piano; poi ci avvisa che per motivi lavorativi deve allontanarsi da noi e ci saluta, chiedendo di aspettarla e di cercarla nel momento in cui la conferenza sarà giunta al termine.
Ed è tutto strano, surreale.
Ripercorro insieme ad Caterina i corridoi e le scale che un tempo mi erano così familiari. Guardo con curiosità le aule vuote che ho vissuto, respirato. Sono tutti luoghi che col tempo ho imparato ad odiare con tutta me stessa, che ho sperato di dimenticare il prima possibile.
Ed invece eccomi qua, di fronte al muro sul quale, anni ed anni fa, erano affissi quegli stupidi volantini sul fanclub.
E' da qui che tutto è cominciato, ed è da qui che tutto finirà.
"Sei silenziosa".
Dice Caterina, rompendo il lunghissimo silenzio.
"Lo so, scusami. È strano essere di nuovo qua, dopo tutto questo tempo".
"Queste mura ci hanno aiutate a stringere un legame profondo. Probabilmente a te rievocano brutti ricordi, ma io non posso dire la stessa cosa. Sono felice di essere di nuovo qua con te, Leo".
Non ho molta voglia di parlare, perciò mi limito a sorriderle e ringraziarla.
Ritorno a scrutare minuziosamente tutto ciò che mi passa davanti agli occhi e mi rendo conto che più ci avviciniamo alla fatidica aula, più la confusione si infittisce.
Proprio come avevo constatato da prima, la maggior parte delle persone qui presenti sono professori vestiti di tutto punto, alcuni risultando ridicoli, studenti universitari (chi realmente interessato, chi invece dall'aria annoiata) e giornalisti tesi, pronti ed impazienti che la conferenza inizi.
"Non dovremmo avere problemi a restare qui dato che sembriamo due studentesse universitarie".
"Già. Proseguiamo".
Afferma Caterina mentre accelera di poco il passo.
"Dovremmo aspettare qua".
"No, avviciniamoci. Magari riusciamo anche ad entrare nell'aula. Guarda tu stessa: le persone continuano ad entrare, quindi vuol dire che ancora non è stato raggiunto il limite imposto".
Senza darmi la possibilità di controbattere, Caterina mi prende per mano e riprende a camminare, trascinandomi con lei.
Riusciamo ad entrare per chissà quale colpo di fortuna, essendo che stavano per chiudere l'ingresso al pubblico.
Caterina mi lancia uno sguardo vittorioso e poi sospira.
"Ce l'abbiamo fatta, non ci posso credere. Che botta di culo che abbiamo avuto".
È costretta a sollevare il tono di voce per farsi sentire dato che l'enorme aula straborda di persone.
Ci mettiamo subito alla ricerca di un paio di posti liberi, ma la mia attenzione viene catturata dall'imponente dell'aula. Non avrei mai immaginato che l'Università che ho frequentato potesse essere provvista di una sala così bella, perciò mi lascio incantare da ogni piccolo dettaglio, come ad esempio le eleganti poltrone riservate agli spettatori delle prime file, l'incantevole sipario rosso che colora e rende vivo il palco ancora vuoto.
"Vieni, Leo!".
La voce di Caterina mi riporta alla realtà. Noto che ha trovato due posti liberi, così la raggiungo.
"Siamo un po' lontane, ma va bene così".
"Invece di ringraziarmi ti lamenti come al solito, Leo".
Sbuffo e mi accomodo sulla sedia. È vero, siamo distanti dal palco, ma nonostante ciò si riesce a godere di una buona vista. Va bene così.
"Mi sta che stanno per iniziare".
Afferma Caterina mentre si mette comoda sulla sedia, tenendo lo sguardo fisso rivolto verso il palco.
"Guarda, è quell'idiota di Martini. Non dirmi che sarà lui a presentare il Presidente".
Sorrido. Che io ricordi, il professore di cui parla Caterina non ha un'ottima reputazione come professore.
"Sta controllando se i microfoni funzionano, come se lui ne capisse qualcosa!".
Scherza Caterina. Io sorrido e guardo con curiosità le telecamere che vengono sistemate perfettamente di fronte al palco.
"Cate".
"Leo".
"Dammi la mano".
Intenerita dalla mia richiesta, subito Caterina prende la mia mano e me la stringe con le sue, trasmettendomi tutto ciò di cui ho bisogno: sostegno morale, sicurezza, tranquillità.
E poi succede tutto in un attimo.
Le luci puntate sul placo aumentano d'intensità, l'idiota di Martini saluta il pubblico presente e il pubblico che segue da casa, tramite la diretta. Poi presenta l'ospite, che viene accolto con un caloroso applauso. Martini lo presenta come un preparato e sempre gentile collega che è tornato a casa dopo essere partito per un lungo viaggio, ed io mi ritrovo a dover dare ragione a Caterina quando dice che è un totale inetto.
E quel caro collega che finalmente è tornato a casa, spunta da dietro le quinte.
Sorrido.
"Smettila di fissarmi, idiota".
"No, voglio vedere la tua reazione".
Chiudo gli occhi. Mi giro verso Caterina. Riapro gli occhi.
"Guardalo, Leo. È proprio lì".
E allora mi giro e lo guardo.
Giuseppe stringe la mano a Martini, prende il microfono e saluta tutti esordendo con un "buonasera a tutti".
Sento lo sguardo di Caterina che mi fissa, impaziente di vedermi scoppiare a piangere probabilmente. Povera illusa.
"Allora?".
Mi chiede con impazienza.
"Eh, allora..".
Dico sussurrando.
Come se il tempo non fosse passato per lui, mostra solamente dei leggeri segni di cambiamento. Nonostante la distanza, noto con piacere che questi segni del tempo non hanno molta efficacia su di lui: non posso dirlo con estrema sicurezza, ma il suo viso sembra leggermente marcato da rughe più evidenti e scavate che, comunque, gli conferiscono un aspetto sicuro di sé e saggio. I capelli sembrano essere sempre pattinati allo stesso modo. Noto anche che ha messo su qualche chilo.
Con estrema sincerità, mi rendo conto che l'insieme di questi piccoli cambiamenti lo rendono forse ancora più attraente di quanto non lo fosse anni ed anni fa. Ed io sono felice di sapere che sta bene. Lo vedo sorridente, a suo agio, confidente nelle proprie capacità. Esprime soddisfazione e fierezza di quel che è diventato e sembra pronto a demolire cordialmente ed educatamente chiunque provi a chiedergli scemenze e/o domande scomode.
Sono felice di essere qua.
Si trova di fronte ai miei occhi e sto bene. Mi viene quasi da piangere dalla felicità.
"Cate".
"Leo".
"Come lo vedi?".
"Dovrei essere io a farti questa domanda. Lo trovo in forma. Ma io l'ho visto spesso in televisione, sui giornali, sui social".
Non riesco a distogliere lo sguardo da Giuseppe.
"Sono contenta che Giuseppe stia bene".
"Sono contenta che tu, Leona, stia bene. Avevo paura ti prendesse un attacco di panico!".
Sorrido nel sentire quelle parole. Poi, con difficoltà, rivolgo lo sguardo verso Caterina.
"Anche io. Invece sto bene".
Caterina stringe la mia mano più forte che può finché la conferenza non finisce.
Giunti alla fine, gran parte delle persone lì presenti si precipita sotto al palco nella speranza di poter strappare delle foto con il Presidente o potergli rivolgere domande personalmente. Io e Caterina ne approfittiamo per uscire dalla sala, senza incombere in troppa confusione.
"Se avrò la possibilità di parlare con lui, devo chiedergli quale trucco utilizzi per sembrare così giovane".
Parlo con Caterina, ma mantengo la mia attenzione sulla gente che, a poco a poco, esce dall'aula per dirigersi verso le scale. Forse Alessandra ci raggiungerà qui. Noi la stiamo aspettando a metà del corridoio, tra le scale e l'aula.
"E poi mi riferisci quel che ti dice. Desidererei da morire che il mio futuro marito fosse come lui".
Le lancio un rapido sguardo come per dire "ma che stronzate vai dicendo?", ma lei continua imperterrita ad immaginare ad alta voce come sarebbe perfetta la sua vita se quell'uomo fosse suo marito.
"..e ogni sera faremmo l'amore fin quando i nostri corpi esausti e madidi di sudore non crollerebbero dalla stanchezza".
Mi impongo di non scoppiare a ridere e di mantenere un certo contegno.
"Caterina finiscila o ti tiro un pugno".
"Lasciami sfogare. Non abbiamo di meglio da fare mentre aspettiamo".
Mentre Caterina riprende il suo monologo sulla vita immaginaria con Giuseppe, mi concedo la libertà di ignorarla per concentrarmi su me stessa e fare un punto della situazione, e mi rendo conto che qualcosa non torna.
Come mai mi sento così tranquilla? È vero che sono cambiata, ma sembra assurdo il fatto che questo incontro non abbia causato nulla in me. Insomma.. so per certo che Giuseppe è stato importantissimo per me. Mi chiedo se questa "non reazione" sia dovuta al fatto che effettivamente non ci sia più nulla tra noi.
Sarebbe magnifico se fosse così.
"Leo, oh, ci sei?".
"Eh? Sì che ci sono".
Caterina ritira la mano che stava sventolando davanti ai miei occhi per attirare la mia attenzione.
"Ma eri in un altro mondo?".
"Può essere".
"Quindi non hai sentito nulla di quello che ti stavo dicendo?".
"Oh, no. Mi dispiace".
Caterina sbuffa.
"Tanto non stavo dicendo nulla di importante. Comunque, c'è Alessandra là in fondo, la vedi?".
Seguo attentamente la direzione che Caterina mi indica con lo sguardo e vedo Alessandra che ci fa cenno di raggiungerla. Si trova dalla parte opposta delle scale, in fondo al piano. Non ricordo di essere mai stata nemmeno lì.
"Ma cosa c'è di là?".
"Se non mi sbaglio, dovrebbero esservi delle aule per docenti".
"Ah".
Mi limito a dire. Caterina inizia a muoversi ed io la seguo. Scansiamo diversi giornalisti indaffarati con mille fogli tra le mani mentre tentano di mettere in ordine il loro materiale. Mi sembra come di trovarmi nel mezzo di un incontro di wrestling.
"Ragazze! Alla fine siete riuscite ad entrare?".
"Sì!".
Risponde Caterina entusiasta.
"Mi fa molto piacere".
Sorride, e noi ricambiamo immediatamente.
"Ho già avvisato il Presidente della situazione. Il tempo che sbrighiamo le ultime cose e vi posso portare da lui. Vi avviso solo che, ahimè, non avrete molto tempo a disposizione: dovremo subito rimetterci sotto col lavoro. ".
"Oh, che frenesia".
Dice Caterina con una certa sorpresa.
"Eh già. Ultimamente lavoriamo troppo e riposiamo troppo poco. Soprattutto il Presidente. È molto determinato a fare ed a dare sempre il massimo. Solitamente siamo noi ad insistergli di prendersi delle pause e di dedicarsi ad altro, ma ha la testa dura come il marmo e si ostina a lavorare e lavorare e lavorare senza sosta".
Continuando ad assumere una faccia colma di stupore, Caterina le chiede a cosa si sta dedicando in questi giorni di così impegnativo.
Ascolto dettagliatamente la risposta di Alessandra, essendo che questi potrebbero essere argomenti che potrebbero interessarmi o servirmi per il mio lavoro, anche se la mia attenzione è disturbata dal pensiero di doverlo incontrare a breve.
Non ho paura. Non sono preoccupata. Sono forse solamente curiosa di scoprire come reagirò.
Alessandra viene interrotta da un ragazzo che le sussurra qualcosa all'orecchio e poi va via di fretta, rientrando dalla stanza da cui era uscito.
"Scusa se interrompo bruscamente il discorso, Cate, ma devo andare a risolvere dei problemi. Che rottura di scatole".
"Figurati. Va pure. Noi ti aspettiamo qui?".
"No. Vediamo se il Presidente è libero. Torno subito".
Alessandra ci dà le spalle e dopo aver fatto qualche passo, bussa ad un comune e semplicissima porta ed entra.
"Che donna. Hai sentito come parla bene? Ha un modo di esprimersi superlativo. Mi ha fatto capire delle cose che se mi fossero state spiegate da qualcun altro non avrei capito".
"Nemmeno se te le avessi spiegate io?".
"Tu? Ma tu non sei brava ad esprimerti!".
Dice Caterina mentre trattiene le risate.
Io ignoro la sua squallida battuta e sposto lo sguardo verso la porta dalla quale sta uscendo Alessandra.
Quei pochi metri di distanza che ci separano vengono bruciati dal passo spedito di Alessandra.
"Potete entrare. Ha qualche minuto di tregua dai giornalisti e quant'altro. Busso io quando dovrete lasciare la stanza".
Pronuncia quelle frasi velocemente e va via di fretta. Non ci lascia nemmeno il tempo di ringraziarla.
"Leona, hai sentito? Hai qualche minuto. Va, entra. Sbrigati!".
"Ma tu vieni con me".
"Ma nemmeno per sogno. Va o ti spingo io".
Esito.
Caterina poggia due mani sulle mie spalle e mi spinge verso la porta un po' bruscamente, attirando l'attenzione di un paio di persone.
"Va bene, smettila di combinare casini. Vado".
Soddisfatta, Caterina mi dà un pizzicotto sulla guancia e mi fa cenno di andare.
La guardo per qualche istante e poi mi dirigo verso la stanza.
Non ho paura. Non ho paura. Va tutto bene.
Busso.
"Avanti".
Mi sono riabituata al suo tono di voce essendo che ho assistito a quasi due ore di conferenza dove lui era "il protagonista", ma sapere che stavolta la sua voce era rivolta a me.. non mi lascia indifferente.
Abbasso la maniglia nera della porta e lancio l'ultimo fugace sguardo a Caterina che mi sorride. Poi mi faccio forza ed entro.
Come se mi avessero lanciato un "petrificus totalus", fisso Giuseppe impegnato a leggere qualcosa su dei fogli sparpagliati su tutta la cattedra. Alla fine Caterina aveva ragione: si tratta di un'aula per docenti, ed è piccola. Molto piccola.
"Salve, Presidente".
Dico quasi balbettando.
Indossa un completo elegante blu scuro. I capelli sono ordinatissimi. Come al solito, Giuseppe è impeccabile.
Capisco che non ha riconosciuto la mia voce perché non distoglie lo sguardo dai fogli e, per ricambiare il saluto, fa un cenno con la mano.
"Prego, si accomodi. Mi dia un istante e sono da lei".
Forse mi ha scambiata per una giornalista. Sono sicura che Alessandra lo ha avvisato della visita da parte di sue ex studentesse. Forse a causa della stanchezza lo ha già dimenticato? Mentre decido come comportarmi o come rispondere a ciò che mi detto, finalmente Giuseppe solleva lo sguardo verso me.
Non riesco a trattenermi e lascio scappare dei sorrisi misti a risate dovute all'assurdità del momento.
Giuseppe, dal canto suo, mi sta fissando senza muovere un muscolo. Lascia scivolare i fogli dalle sue mani, poi le poggia sul tavolo per aiutarsi a tirarsi su dalla sedia.
Continua a fissarmi incredulo, forse impaurito.
Ero riuscita a rimuovere dalla mia mente quei suoi occhi sottili e profondi, che sta ostentatamente posando su di me.
"Sei davvero tu".
Finalmente si decide a dirmi qualcosa, ma riesco a stento a sentirlo perché la voce sembra non volergli uscire come si deve.
Strofina gli occhi con i palmi delle mani, poi torna ad osservarmi, stavolta spostando lo sguardo su ogni parte del mio corpo.
"Leona. Sei tu".
Si avvicina lentamente. Scuote la testa. Si ferma. Decide di mantenere una buona distanza.
Non so cosa rispondergli. Non riesco a formulare nessuna frase di senso compiuto.
"Sono io".
Da questo momento, per me, inizia la vera sfida.
Percepisco la sua ansia, la sua incredulità, la sua voglia di toccarmi per scoprire se sono reale o solo un sogno.
Per quanto riguarda me, invece, so che lui è reale. So che si trova di fronte a me, che potrei toccarlo.
Lo vedo.
Ma non riesco a capire con quali occhi lo sto guardando: se con i miei, o con quelli della Leona di sette anni fa.
Ciao ragazzi! Ho impiegato una vita a scrivere questo capitolo.. Però sono abbastanza soddisfatta del risultato! Fatemi sapere cosa ne pensate e mostratemi il vostro amore <3
Un bacio, a presto <3
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Start living again - Giuseppe Conte
Fiksi Penggemar"L'unica soluzione è quella di ricominciare a vivere come se lui non fosse mai esistito per te, Leo." "Come faccio a dimenticare l'unica persona che mi abbia mai amato? E che io abbia mai amato!?" Diana continuò a fissarmi sforzandosi di non far tra...
