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Ciao ragazze!
Stavolta vi scrivo all'inizio della storia.
Vorrei dirvi due cose veloci.
La prima è che ho cambiato la copertina della storia, perché quella di prima mi faceva abbastanza schifo... Ho deciso di optare per qualcosa di più semplice.

La seconda cosa che devo dirvi è più importante:

si tratta di una specie di spoiler del capitolo che leggerete. Dopo tanti capitoli, verso la fine si tornerà brevemente al presente. Ricordate sempre che quello che state leggendo per ora è il racconto del passato di Leona, che invece, nel presente, sta sottoponendosi alla terapia della sua psicologa, Diana.

Vi prego alla fine del capitolo di rassicurarmi del fatto che ci stiate capendo tutto: ci tengo al fatto che vi sia tutto abbastanza chiaro. Se così non dovesse essere, chiedetemi pure ogni tipo di chiarimento.

Buona lettura!







Era da fin troppo tempo che non mi preparavo per uscire la sera. Il mio outfit per quella serata particolare era semplicemente formato dai miei soliti jeans ed una maglia nera. Non stavo andando in nessun locale, in nessuna discoteca, ma a casa del mio professore.
Quando lui rispose alla mia mail, quella in cui mi ero resa disponibile ad incontrarlo in qualsiasi giorno ed orario, mi disse che l'indomani sera avrebbe avuto impegni familiari, ma che avrebbe potuto ritagliare qualche minuto per me. Mi chiese inoltre di non divulgare il suo indirizzo di casa per evitargli disagi. Provai a capire come mai avesse fretta di incontrarmi così velocemente, ma l'unica soluzione che mi venne in mente non mi piaceva per nulla.
Decisi di non portare nessuna domanda da fargli dell'intervista con me, perché mi ero rotta di quelle stronzate, e, probabilmente, anche lui. Avrei inventato io stessa qualche risposta accontentando sia i membri del giornale, sia le ragazze del fan club che volevano maledettamente e disperatamente tutte le risposte.
Provando a preparami al peggio mentalmente, durante il tragitto verso casa sua, iniziai a fare qualche esercizio di respirazione, così, a mo' di prevenzione.
La corsa sul bus durò circa venti minuti e, non appena scesi alla giusta fermata, cercai di ricordare dettagliatamente le indicazioni che avevo trovato su Internet per raggiungere la via di casa sua. "Mannaggia a me che non ho senso dell'orientamento..", pensai mentre prendevo in considerazione l'idea di chiedere indicazioni ai passanti. Ma, non so per quale colpo di fortuna, riuscii a trovare la via dopo aver girato un po' per la zona.
Casa sua, vista dall'esterno, era molto semplice. Senza indugiare troppo, mi avvicinai alla porta d'ingresso e suonai il campanello.
Ad aprirmi fu proprio lui. A dire il vero, per un attimo ebbi paura di ritrovarmi sua moglie ad aprire la porta, ma, ragionando più razionalmente, non avrebbe mai potuto farmi uno scherzo così di cattivo gusto.
"Prego, si accomodi".
"Grazie".
Mi fece accomodare accompagnandomi all'interno di casa sua con la sua mano sulla mia schiena.
La prima stanza della casa era un ampio salone molto elegante e moderno. Non mi fermai ad osservare i vari dettagli della stanza, perché l'unica cosa che catturò la mia attenzione fu un tavolo, che si trovava nella stanza a seguire, apparecchiato ordinatamente ed accuratamente: stavano per avere una cena di famiglia.
"Perdoni l'urgenza con cui le ho chiesto di venire, ma devo parlarle seriamente di quello che è accaduto qualche giorno fa. Stia tranquilla, momentaneamente siamo soli in casa".
Chiuse la porta d'ingresso e mi fece cenno di accomodarmi su una poltrona alla mia destra. Rifiutai l'invito: non volevo toccare nulla di quella casa. Il pensiero mi faceva rabbrividire. Non riuscii a comprenderne il motivo, ma non mi feci molte domande essendo che ero cosciente del fatto che fossi pazza, stramba.
"Non si preoccupi, non mi è costato nulla venire fin qua stasera".
Lui aveva uno sguardo fin troppo serio e ciò mi turbava. Avevo paura che volesse tagliare definitivamente ogni tipo di rapporto con me, che mi chiedesse di far finta di non esserci mai conosciuti. E infatti, la sua richiesta mi colpì come un'onda anomala su un mare calmo.
"Io vorrei che dimenticassimo ciò che è successo. E le chiedo questo favore per un motivo in particolare".
Portò una mano alla fronte, poi se la passò tra i capelli, accarezzandoli, ed infine la lasciò cadere sul ginocchio, provocando un leggero botto.
"Non posso negare che lei.. potrebbe avere una grande influenza su di me".
"Professore, al massimo dovrebbe essere al contrario. Cosa vuol dire questa frase?".
Notai che stava cominciando ad impappinarsi, proprio come quella volta dopo il nostro bacio.
Forse aveva bisogno di tempo per trovare le parole giuste da dirmi, ma non pensavo che sarebbe stato da subito così esplicito.
"Il senso è che lei mi fa un certo effetto.. lei mi piace. Quel bacio mi ha fatto comprendere che non ho resistenze nei suoi confronti. Quando quella volta lei si è avvicinata a me, io avrei voluto allontanarmi, ma non ce l'ho fatta. Avrei voluto scansarmi quando ha afferrato la mia cravatta per spingermi verso di lei, ma ogni tentativo di sfuggirle è stato vano. E se anche in questo momento lei dovesse provare a.. baciarmi, io glielo permetterei".
Non potevo credere alle mie orecchie. Si stava dichiarando. Prima che le mie emozioni potessero prendere il sopravvento, mi avvicinai a lui mostrando un sincero sorriso di felicità: volevo abbracciarlo. Ma lui alzò una mano come per bloccarmi e continuò a fissarmi con quello sguardo serio.
"Ma dentro di me so che non è ciò che voglio. Io ho una famiglia. Io e mia moglie abbiamo lottato tanto per il nostro sogno che è diventato realtà: una famiglia felice. Ed io sono felice. Lei sarebbe soltanto un capriccio.. e non mi permetterei mai di comportarmi in questo modo nei suoi confronti. Prima di tutto, perché amo la mia famiglia, ma anche perché non meriterebbe di essere trattata in quel modo. Mi dispiace doverle dire queste cose. Lo devo ammettere: penso che i suoi sentimenti per me siano sinceri, e spezzarle il cuore in questo modo ferisce anche me, mi creda".
Le sue parole mi lasciarono uno stato di confusione in testa che solamente Diana avrebbe potuto sistemare. Non sapevo se odiarlo perché mi stava dicendo che tra noi non sarebbe mai potuto nascere qualcosa, o amarlo ancora di più per il rispetto che aveva nei miei confronti. Nel dubbio gli sorrisi, e conclusi che non potevo odiarlo. Non potevo odiare l'unica persona che, seppur per così poco tempo, mi aveva fatto sentire normale e bene.
"Apprezzo la sua sincerità, professore. Ma lasci che le dica una cosa: spetta a me decidere se farmi trattare come un "capriccio" da lei.. e io lo voglio".
Lui sorrise divertito da quella mia ultima risposta. Probabilmente pensava che fosse una risposta infantile.
"Sapevo che avrebbe risposto in questo modo. Perché lei è così ostinata.. Ma mi ascolti: se fossi io a chiederle di starmi lontano, lo farebbe?".
"Mi sta chiedendo quindi di non provare più ad avvicinarmi a lei?".
Annuì continuando a fissarmi imperterrito.
"Professore, mi sembra che adesso lei stia esagerando. Non è successo nulla, è stato solamente un bacio! Non c'è bisogno di essere così drastici".
Al pensiero di non potergli stare anche semplicemente più vicino, mi sentii abbandonata, di nuovo. Non volevo perderlo. Non volevo perdere l'unica persona con cui avevo scoperto di stare bene.
"La prego di accontentare la mia richiesta".
Mi disse. Ci pensai su per qualche secondo.
Lui aveva una famiglia a cui teneva davvero molto. Riflettei che non volevo distruggere il loro perfetto nucleo familiare, nonostante quella decisione mi avrebbe portato a stare malissimo.
Mi convinsi che avrei dovuto mettere al primo posto la sua felicità e non la mia.
"Va bene".
Pronunciai quelle parole e, senza potergli dare la possibilità di rispondermi, me ne andai.


Mentre aspettavo l'autobus per tornare a casa e cercavo di trattenere le lacrime,arrivò in ritardo la mia "amica" crisi di panico. Mi sedetti sulla panchina della fermata e decisi di lasciarla sfogare, non avendo la forza di contrastarla. Dopo essermi accertata che non vi fosse nessuno nelle vicinanze,chiusi gli occhi e lasciai che la crisi facesse il suo corso.
Il respiro divenne cortissimo e la sensazione di annegamento mi divorò. Le mani si aggrapparono ai capelli sulla mia nuca, tirandoli appena. Quando riaprii gli occhi vidi le lacrime bagnarmi i jeans. Sentivo la necessità di tirare i capelli sempre più forte, ma riuscii a trattenermi dal farmi troppo male.

Durò solamente circa un minuto e mezzo, per mia fortuna. Poi tornò la pace. "Era da tanto che non lasciavo che si sfogasse", pensai.
Come al solito, dopo la crisi di panico, arrivò anche la sensazione di odio nei miei confronti: odiavo sentirmi in quel modo. Mi facevo schifo, mi odiavo. Odiavo mia madre e mio padre per avermi rovinato la vita, abbandonandomi. Odiavo me stessa perché non riuscivo a cambiare, a diventare normale. Odiavo tutto in quel momento, perfino lui.
Quella crisi aveva dato il bentornato alla mia vita da pazza che non mi era mancata per nulla.


Compresi che quella notte non avrei dormito. Realizzai che avevo bisogno di farmi coccolare dalle braccia di qualcuno a cui volevo bene e soprattutto, mi voleva bene. Presi il cellulare dalla tasca e composi il numero di Caterina. Lei c'era sempre per me e quella notte fu di fondamentale importanza.
Non mi chiese cosa fosse successo quando arrivai a casa sua, semplicemente mi abbracciò e mi portò in camera sua, coccolandomi e baciandomi come se fossi una bambina.







"Leona, basta così per oggi".
Diana interrompe il racconto di Leona, vedendola visibilmente scossa mentre racconta quei ricordi.
"Sì, hai ragione".
Diana le sorride e, dopo essersi alzata dalla sua poltrona, le si avvicina,baciandola dolcemente sulla fronte.
"Vedrai che andrà tutto bene. Non ti senti un po' meglio di già?".
Leona deve ammettere che sì, effettivamente già sta un po' meglio, anche se quei ricordi sono abbastanza tristi e cupi. Inizia a credere che la tecnica "ricordare per dimenticare" di Diana sta funzionando.
"Al solito, allora, vado in camera mia a lavorare un po' adesso, prima di addormentarmi.Continuiamo la terapia domani?".
Chiede Leona. Diana le risponde di sì.
A quel punto le ragazze si augurano la buona notte e Leona va verso camera sua.
Prima di addormentarsi controlla il cellulare e, con sua immensa sorpresa,trova la risposta di Caterina al messaggio di qualche giorno fa:



"Leona, non so nemmeno da dove cominciare. Sono confusa, davvero.
So tutto ormai da tanto tempo, Leona. Non preoccuparti, non mi sono offesa quando ho scoperto di te e Giuseppe.. Però vorrei sapere perché decidesti di non raccontarmi nulla. Lo sai, io non ti ho mai chiesto niente quando ti vedevo stare male, perché sapevo che eri molto riservata, proprio come quella sera che sei piombata a casa mia piangendo. Sarei stata ad ascoltarti ogni volta che ne avresti avuto bisogno, Leona.(Scusami se scrivo sempre il tuo nome, ma mi è mancato tanto farlo (Cristo, sono passati sette anni dall'ultima volta che ho pronunciato il tuo nome).
Il motivo per cui so di Giuseppe è perché è stato proprio lui a raccontarmi tutto, dopo un po' di tempo. Devo confessarti che, dopo la tua scomparsa, ogni volta che mi vedeva all'Università, mi chiedeva di te ed era palesemente molto turbato. Così un giorno gli feci notare che quel suo atteggiamento nei tuoi confronti era strano e mi raccontò tutto. Tranquilla Leona, non ho mai detto a nessuno di questa storia. E, soprattutto, notando che lui non sapeva nulla della tua sindrome e di tutti gli altri tuoi problemi, sono stata molto attenta a non accennare nulla a riguardo. Il tuo segreto è ancora al sicuro con me,Leona.
Scusa se ho impiegato così tanto a risponderti, ma sai.. sono diventata mamma da sette mesi e non ho un attimo di pace. La mia piccola, Nicoletta, non vede l'ora di conoscerti. Ed anche io, devo ammettere, non sto nella pelle. Leona,voglio rivederti il prima possibile adesso che sei tornata in Italia. Mi manchi tantissimo. Hai lasciato un vuoto in me che ho provato a colmare cercando di imitarti: caffellatte al mattino, capelli sempre sciolti e sciocchezze del genere che non ho mai saputo rispettare (dovevi essere molto strana e pazza per essere SEMPRE così precisa nel rispettare le tue regole e le tue abitudini). Non ridere, e so che lo stai facendo. La tua scomparsa è stata difficile da accettare e superare, idiota.
Incontriamoci al solito nostro appuntamento, sempre che non ti faccia stare troppo male rivedere quei posti. Aspetto una tua risposta.




Proprio come quella lontana notte di sette anni fa in cui Leona si sentiva perduta, Caterina c'era e ci sarebbe stata sempre per lei, anche oggi.

Start living again - Giuseppe ConteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora