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Sedutasi su quella poltrona, a Leona sembra che il tempo non sia mai passato. Come se tutti quegli anni non fossero mai passati. Ricorda di quando incontrò Diana per la prima volta da bambina. Ricorda anche di quando poi ebbe il bisogno di vederla quasi ogni giorno per superare quell'incubo dell'abbandono da parte del suo amore. Ricorda di quella volta che Diana le propose di non essere più l'abbandonata, ma di abbandonare. Più specificatamente di abbandonare l'Italia. Ricorda di quando decise di partire e non tornare mai più.
Come se la stesse leggendo nel pensiero, Diana interrompe quella scia di pensieri nella testa di Leona.
"Non permettere al passato di rovinarti il presente. Combatti contro di esso."
Il viso di Diana diviene più serio, più severo. La seduta sta per iniziare e quella sensazione di preoccupazione mista a trepidazione è familiare in Leona: vuole iniziare a parlare e a sentirsi meglio, più libera.
"Allora.. sai già come funziona. Tu parli ed io ti ascolto. Lo scopo sai benissimo qual è: ricordare ed affrontare le paure. Starai meglio. Ne sei già uscita vittoriosa una volta. Ne uscirai anche adesso da tale. Comincia dall'inizio".
"Sei sicura che mi aiuterà? Pensavo affrontassimo solo la parte finale, quella in cui mi lascia per dedicarsi alla sua carriera".
"Fidati di me".
Leona sospira rassegnata. Sorseggia l'ultimo sorso del suo prezioso caffèlatte e posa la tazza sul tavolo di fronte a sé, il tavolo che divide le due ragazze, stando in mezzo. Cosciente del lungo viaggio che sta per intraprendere, si mette più comoda sulla poltrona. Poi inizia a raccontare.
"Tutto iniziò quando finalmente trovai..."




Finalmente ho trovato la sede dell'Università. "Non posso credere che mi hanno fatto girare tutta Firenze per trovare la facoltà di giurisprudenza. E' inammissibile scrivere l'indirizzo sbagliato sul sito. Io tra l'altro non ho nemmeno il senso dell'orientamento.." pensai scocciata.
Entrai dall'ingresso principale e non vidi nessuno. Dietro la portineria non c'era nessuno. Il mio livello di stress stava aumentando vertiginosamente, ma sapevo di dover mantenere la calma per non incombere in qualche crisi di panico. Anche se Diana dice che non devo preoccuparmi, è sempre meglio star attenti. Non appena compii diciotto anni, Diana mi ha rivelato di aver diagnosticato in me la sindrome dell'abbandono. Non ne fui sorpresa e non mi feci prendere dal panico. Del resto son stata abbandonata quando ancora ero solo una neonata, poi son stata abbandonata la seconda volta da "genitori adottivi" che mi accudirono fino ai cinque anni di età. Per non parlare di tutti gli amici che, trovandomi strana per certi versi, si sono allontanati definitivamente da me. Diana mi ha spiegato che la mia non è una malattia e ho sempre convissuto con questa sindrome egregiamente. Voglio continuare così. Voglio essere fiera della mia vita e mai passare per " la vittima con la sindrome". Diana mi ha anche spiegato che per tenere sotto controllo il livello di stress ed eventuali crisi di panico ( rese più frequenti a causa dalla sindrome), è necessario inspirare ed espirare lentamente, controllare i battiti del cuore, sgomberare la mente da ogni pensiero. Lo feci. Aspettai qualche minuto affinché l'ansia svanisse definitivamente e mi sedetti su una delle diverse sedie posizionate alla sinistra dalla porta di ingresso, nella speranza di incontrare qualcuno.
Ricontrollai l'orario e la data della giornata per accertarmi che fosse tutto corretto: lo era. Il rettore voleva che tutte le matricole si presentassero in facoltà prima che le lezioni iniziassero per firmare dei documenti. " Se fumassi, questo sarebbe il momento perfetto per farmi una sigaretta", pensai. Aspettai qualche minuto, e proprio quando stavo per prendere lo zaino da terra ed andare via sentii dei passi di qualcuno che si stava avvicinando verso la sala d'ingresso in maniera frettolosa. Dietro la scrivania e la sedia posizionate al centro della saletta, probabilmente il posto in cui adesso sarebbe dovuto esserci qualcuno a lavorare, vi era una porta molto grande. I passi provenivano da lì. Pensai immediatamente che quello dovesse essere la porta che conduceva alle diverse aule della facoltà. Alzai di scatto la testa quando sentii entrare dal quella porta qualcuno. "Meno male, era ora che arrivasse qualcuno". Pensai. Quando la porta venne spalancata, vidi un uomo vestito in giacca e cravatta intendo a leggere diversi fogli che teneva con la mano destra, mentre con la sinistra stritolava una penna, manco volesse distruggerla. Non si accorse di me. Appoggiò i documenti al muro e con la bocca tolse il tappo dalla penna. Poi iniziò a scrivere sui fogli. "Perché non usa il tavolo?" Pensai. " Non sembra essere qualcuno che lavora in portineria. Magari posso chiedergli dove trovare aiuto." Dunque decisi di parlare e chiedergli appunto aiuto.
"Scusi.."
Dissi a bassa voce, come se non volessi disturbarlo. Lui non mi rispose perché probabilmente nemmeno mi sentì. Continuava a scrivere e a leggere quei fogli ancora appoggiati al muro. Mi alzai e mi avvicinai.
"Mi scusi.." Stavolta parlai in modo deciso. L'uomo si girò e mi guardò quasi stupito, si guardò attorno, per poi rivolgere lo sguardo di nuovo su di me.
"Mi dica".
Mi rispose in modo fermo continuando a tenere gli occhi fissi su di me.
"Dovrei firmare dei documenti.. Sono una matricola."
L'uomo portò una mano alla nuca e la grattò per qualche secondo. Notai la fede al dito.
"Ah. Probabilmente la signora deve essersi allontana un attimo. Posso aiutarti io."
Si diresse verso il tavolo posizionato al centro della stanza e fece cenno di avvicinarmi. Rovistò tra mille fogli sulla scrivania. Poi aprì un cassetto alla destra della scrivania ed estrasse un fascicolo con su scritto " matricole".
"Potrebbe mostrarmi il documento d'identità?"
L'uomo tornò a guardarmi. Sorrisi e gli sussurrai un "grazie per l'aiuto".
"Si figuri. E' da molto che aspetta?"
"Non proprio."
Ammisi mentre gli porgevo la mia carta d'identità presa dallo zaino che portavo in spalle.
"Comunque mi scuso a nome della signora".
Mi sorrise.
"Dunque.. Leona De Benedictis. Che strano nome."
Tornò nuovamente a guardarmi e a sorridermi. Non capii cosa ci fosse di tanto divertente o di strano nel mio nome, ma le mie labbra ricambiarono con un sorriso altrettanto spontaneo.
"Il suo cognome è molto diffuso in Puglia.. Lei ha origini pugliesi?"
Sorrisi e distolsi lo guardo, concentrandomi sui documenti che quell'uomo teneva tra le mani. Non sono mai dell'umore di raccontare cose mie personali a qualcuno, tantomeno ad uno sconosciuto, ma so anche che è una domanda innocente che viene posta durante una semplice e naturale conversazione.
"Oh, che sbadato! Posso leggerlo nella sua carta d'identità, se permette. Lei ha origini sicule."
"Ehm.. In verità non lo so nemmeno io. Potrei avere origini pugliesi. E' una storia lunga. Preferirei non parlarne".
"Mi scusi, non volevo sembrarle invadente".
"Non si preoccupi".
Adesso che l'imbarazzo terminò, tornai a guardarlo ed a sorridergli, senza ragione. Ma più lo guardavo, più non riuscivo a smettere di sorridergli.

Start living again - Giuseppe ConteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora