La villa nella Giudecca

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Cristian Thibault era un bell'uomo. Aveva i capelli e gli occhi scuri, la mascella squadrata e gli zigomi profondi. Viveva da anni in una immensa villa sulla Giudecca ma il suo cuore era rimasto fedele alla propria patria, l'Inghilterra. La perfida Albione gli aveva dato i natali trentadue anni prima ma, figlio di ricchi aristocratici londinesi, aveva abbandonato tutto per amore e aveva seguito la bella Eleonora Badoer nella Repubblica di Venezia. Il loro matrimonio era stato a lungo invidiato da tutte le giovani della città: era un'unione consumatasi per amore. Per questo quando, sette anni dopo, lei era fuggita con un pirata giunto dall'Est abbandonandolo con una figlia di cinque anni, Sofia, nessuno aveva voluto credere alla versione ufficiale. Si erano sparse voci secondo cui il padre di Eleonora, Leone Badoer, Savio del Consiglio, aveva voluto vendicarsi della scelta della giovane di non sposarsi per convenienza e l'aveva fatta uccidere. La verità era un'altra però, molto più semplice: Leone Badoer era un uomo liberale e aperto per i suoi tempi e aveva permesso alla sua ultimogenita di portare all'altare uno straniero senza imporle nulla. D'altronde, aveva un ruolo importante nella Repubblica e i suoi precedenti sette figli avevano concluso matrimoni di comodo e combinati. Quella di partire era stata una scelta deliberatamente razionale della donna, come d'altronde lo erano state tutte le scelte della sua vita. Cristian non aveva avuto il tempo di disperarsi: aveva una figlia a cui pensare. Sofia era dolcissima e molto affezionata a lui. D'altronde l'inglese si era preso la briga di crescerla personalmente, con pochissimi aiuti. La bambina era venuta su gentile ed educata e suo padre aveva fatto di tutto per non farle pesare l'abbandono ma non era facile per la diciassettenne convivere con quell'evento che aveva segnato il suo passato in modo indelebile: ogni volta che si guardava allo specchio vedeva nei suoi capelli castano chiaro e nei suoi occhi verdi i lineamenti della madre. Cristian aveva cercato di negare in tutti i modi quell'incredibile somiglianza, ma d'altro canto la ragazza non era stupida e si rendeva conto da sola che non aveva nulla dell'aspetto fisico del padre. Andrada raccontò tutto questo a sua sorella durante il lungo viaggio in carrozza da Firenze a Venezia. Selene sembrava distante, disattenta. Guardava fuori dal finestrino e ripensava a quella notte. "Ei...ma mi stai ascoltando?" Sbottò la nipote di Albizzi. Non ne poteva più dell'atteggiamento passivo-aggressivo dell'altra. La risposta che le giunse secca e fredda le fece spalancare gli occhi. "No." Disse infatti Selene alzando le spalle. Andrada non ebbe però il tempo di ribattere perchè Ginevra che, insieme a Rosa e Arianna viaggiava con loro, la interpellò. "E come ha fatto la piccola Sofia senza la sua mamma, zia?" Le chiese. Non era stato facile annunciare la partenza ai bambini. Dopo il terrore dell'assalto, avrebbero voluto tornare alla loro vita di sempre e invece si trovavano a dover affrontare un lungo e stancante viaggio verso un luogo sconosciuto e lontano dai loro padri. Rosa aveva pianto tantissimo salutando Lorenzo, Arianna si era avvinghiata al collo di Cosimo e sembrava non volerlo lasciar andare. Alla fine, dopo mille promesse di rivedersi presto, i tre maschi erano saliti su una carrozza accompagnati da due guardie e le bambine si erano convinte a partire solo quando Andrada aveva giurato che avrebbe raccontato una storia avvincente. La moglie di Cosimo, rassegnatasi all'indifferenza di sua sorella, si dedicò alle piccole. Il viaggio sarebbe durato dall'alba fino all'alba del giorno successivo ma Cosimo aveva dato preciso ordine al cocchiere di non fermarsi fino a quando le donne e i bambini non fossero stati al sicuro nella villa sulla Giudecca. Così, dopo una veloce cena a base di pane e formaggio, Arianna, Rosa e Ginevra si erano finalmente addormentate, la più grande con la testa sulle gambe di sua madre e le gemelle tenendosi per mano. Selene non aveva detto una parola e sembrava non essersi mossa neanche di un millimetro. Il silenzio si era fatto imbarazzante, o almeno questo era quello che percepiva Andrada. Più volte tentò di parlare ma poi si trattenne sempre e, verso mezzanotte, il sonno cominciò a prendere possesso del suo corpo e della sua mente. Così trasalì e perse un battito quando la voce di sua sorella ruppe l'aria stagnante. "Perchè conosci Cristian Thibault?" Andrada ci mise un po' a riprendersi dallo spavento, poi ricordò che quando era andata a trovare l'uomo anni prima con la sua famiglia Lorenzo e Selene si trovavano a Roma per un impegno ufficiale. "Sua moglie Eleonora era...è...cugina di mia madre. Leone Badoer ha sposato la sorella di mia nonna, Anita. Quando ha lasciato Cristian e la bambina noi della famiglia ci siamo stretti tutti attorno a loro...è stato naturale mantenere i rapporti." "E come mai i due non erano al nostro matrimonio?" La voce della giovane era spaventosamente meccanica. "Erano a Bologna per impegni di rappresentanza. Non ti ho mai raccontato di loro perchè...beh..." si fermò. Effettivamente, ora le sembrava davvero strano non aver mai accennato al suo "zio" veneziano con la sorella ma Selene sembrò soddisfatta di quella spiegazione e non parlo più fino al mattino successivo.

Arrivarono a villa Thibault verso le dieci. Il cocchiere fermò le carrozze e i cavalli sul viale d'ingresso, lasciando che la polvere sollevata dagli zoccoli degli animali oscurasse per un attimo la vista alle due Madonne. Cristian e sua figlia Sofia le stavano attendendo all'entrata, circondati da soldati e inservienti. "Mia cara Andrada, quanto tempo!" Esclamò l'inglese avvicinandosi e aiutando la moglie di Cosimo a scendere dal mezzo. Poi le cinse le braccia e le baciò prima le guance e poi la mano. "Zio Cristian, è un vero piacere rivederti. Ti porto i saluti di mio marito e ti ringrazio a nome della famiglia Medici per l'ospitalità che ci stai offrendo." Andrada era sinceramente felice di reincontrarlo e, per l'ennesima volta, soffermandosi dinanzi alla sua prestanza, si chiese cosa fosse saltato in mente ad Eleonora Badoer quando l'aveva abbandonato. "Oh, per me è un piacere estremo avervi qui. Non c'è nulla per cui ringraziarmi". Le rispose Thibault. Non ebbero il tempo di dirsi altro però, che Arianna spuntò da dentro la carrozza e lo osservò a lungo con i suoi profondi occhi azzurri. Contemporaneamente, i ragazzi si avvicinarono e Andrada cinse con un braccio le spalle del suo primogenito. "Loro sono Giovanni e Arianna, i miei figli." Giovanni fece un leggero inchino e salutò educatamente, ma la bambina continuò a fissare lo sconosciuto con aria interrogativa. "E' un piacere rivedervi, piccoli Medici. Siete ancora più belli di quanto ricordassi!" Esclamò lui, poi tentò di prendere la mano della secondogenita di sua nipote ma Arianna si ritrasse. "Arianna, saluta il nostro ospite!" La riprese Andrada, ma la bambina, come al solito, non le diede retta e si ritrasse dietro Lorenzo Ugo. "Perdonami, zio. Ha un carattere un po' ribelle e gli ultimi giorni non sono stati facili per lei. Comunque, loro sono i miei adorati nipoti Lorenzo Ugo e Francesco Marco, figli dei miei fratelli Lorenzo e Selene." Si scusò Andrada, presentandogli i due ragazzi. "Oh, non c'è problema." Rispose Thibault, riferendosi ad Arianna e poi stringendo le mani dei figli di Selene. Quest'ultima non era ancora scesa dalla carrozza e la giovane Albizzi tentò di controllarsi: ora era davvero stufa del suo essere poco collaborativa. Si voltò per chiamarla ma non ce ne fu bisogno: la moglie di Lorenzo poggiò un piede sul rialzo esterno del calesse e in un attimo fu fuori. Il modo aggraziato in cui scese ed ignorò completamente la mano che Cristian le porse per aiutarla stupì tutti. Andrada si aspettava che l'altra si presentasse da sola, ma non lo fece. Aiutò le gemelle a lasciare la diligenza e le prese per mano. Poi si guardò intorno. Suo malgrado, doveva ammettere che il luogo in cui sarebbero state era tutt'altro che brutto e inospitale. Un grande giardino era intorno a loro, pieno di alberi verdi e fiori profumati. Un piccolo stagno circondato da una staccionata in legno rispecchiava nell'acqua trasparente i colori accesi dell'Estate. La villa era immensa e bianca come la purezza, i balconi pieni di boccioli e piante. Gli occhi di Selene si soffermarono prima sulla bellissima giovane che le sorrideva dall'ingresso e poi incontrarono quelli di colui che, immaginò, doveva essere Cristian Thibault. Andrada l'aveva rimbambita con le sue chiacchiere ma si era dimenticata di dirle quanto fosse avvenente. Non che a lei interessasse particolarmente. "Lei è Selene, e loro sono Ginevra e Rosa." La nipote di Albizzi colpì con il gomito il fianco di sua sorella e quest'ultima porse educatamente una mano all'inglese, che gliela baciò. "Deliziato." Mormorò. Fissava la ragazza con uno sguardo indecifrabile: era rimasto sinceramente colpito dall'insieme dei suoi lineamenti delicati, dei suoi occhi verdi e del suo atteggiamento regale. Sarebbe restato lì inebetito a guardarla ancora per molto se la figlia non fosse intervenuta. "Andrada, è bellissimo rivederti!" Esclamò la diciassettenne, gettando le braccia al collo della nobile. La moglie di Cosimo, leggermente stupita, ricambiò la stretta. Le bambine sembrarono subito colpite da quella giovane così bella, gentile e delicata e Ginevra le porse la manina speranzosa. Sofia Thibault sorrise e gliela prese poi, tutti insieme, si avviarono verso l'ingresso del Palazzo. A un cenno di Cristian gli inservienti cominciarono a scaricare le carrozze dei bagagli delle Medici e dei loro figli. Lui si avvicinò a Selene, che teneva per mano Rosa e sembrava ancora spersa in un mondo tutto suo e le offrì il braccio. "Sarete stanca, Madonna, lasciate che vi sorregga." Le disse gentilmente. "Non sono stanca, grazie." Rispose lei dopo un veloce sguardo indagatore e continuò a camminare con gli altri verso l'entrata.

Che dite, il bel Cristian (in alto) darà filo da torcere a Lorenzo?


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