La notte oltre le spalle

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MILA

Si muove tra la veglia, la barba mi solletica il collo e il piacere e la stanchezza si mescolano così velocemente insieme che mi sale in bocca un accenno di risata. Apro gli occhi e mi fissa puntellando i gomiti al cuscino.
«Vedo che siamo di buonumore».
Le dita scendono e poi tornano su, fin sotto il ginocchio, fa leva sull'articolazione e si porta un piede sulla spalla. Spingo indietro la testa, sprofondo di nuovo tra i cuscini. Non trovo pace, la molla scatta nel petto e sbatte ovunque, le lancette si spezzano e il tic nevrotico della mia mente smette di sbattere ovunque. Di tutto quel tempo, di tutti quei ricordi, non so che farmene. Mi aggrappo alle sue braccia tese, i miei gemiti si muovono senza ritmo, come un vento che sbatte le imposte.
La sua voce è graffiata dal piacere e il solo avvertirne il suono mi eccita. Gemo senza trattenere più alcuna impazienza. Lui allora scivola fuori, mi gira di spalle e torna dentro senza lasciarmi il tempo di reagire. Il suo corpo si tende, il mio viso è tra i cuscini, ho i capelli in bocca. Mi scopa di nuovo, questa volta nervosamente, con l'eccitazione dell'urgenza che gli preme addosso. D'improvviso abbandona il mio corpo e viene, caldo, sulla mia schiena nuda.
«Mi fai impazzire, ma non posso rischiare di metterti incinta».
È trattenuto, il suo tono però resta persuasivo e realizzo la superficialità degli ultimi giorni, il lancio dell'eventualità che scansavamo entrambi senza sapere niente l'uno dell'altro.
«Prendo la pillola, ma hai ragione, non so niente di te e mi stupisco di come posso aver dato per scontato una cosa così importante».
Sposta la testa, mi guarda, lo guardo e d'improvviso cambia un'altra volta espressione.
«Ti farò consegnare in ufficio una cartella clinica che attesta la mia salute fisica».
«Hai veramente una cartella clinica che attesta la tua salute fisica?».
«Certamente».
«E la mostri a tutte le donne con cui fai sesso?».
«No, però in questo caso potrei fare un'eccezione».
«E con le altre come fai?».
«Non vedo altre donne in questo momento».
«Lo sai cosa intendo».
«Preservativo?».
«Mi hai appena fatto capire che ti piace farlo senza».
«Il problema è con te Mila. Non ce la faccio a non toccarti e adoro la tua fica che si appoggia calda sul mio cazzo».
Lo fisso senza riuscire ad aggiungere altro, il peso delle sue parole mi eccita così tanto che fatico a trattenere un sospiro.
«Ti prego non arrossire, non sei una ragazzina».
«Ma...».
«Domande. Domande. Domande. Cartella clinica o testimonianza?».
«È la prima testimonianza che rilasci spontaneamente, non posso rifiutarla a priori».
Rido mentre scioglie la presa e si sdraia di nuovo.
Restiamo immobili per qualche minuto. Cerco la notte oltre le spalle, si è scansata dal corpo e il sole è pronto a salire. Allunga una mano, con cura, come se mi toccasse per la prima volta. Mi sollevo e rotolo su un fianco.
«Quanti giorni hai detto che rimani a Firenze?».
«Hai già perso il conto?» chiede mascherando appena un sorriso.
«Non sopravviverò».
Fisso la tenda bianca sopra di noi, la luce si spande sui nostri corpi nudi.
«Moriremo insieme, allora».
Ride di nuovo. Scuoto la testa, torno a concentrarmi sul suo viso ma è proprio questo tipo di concentrazione che mi porta altrove.
«Devo andare. Se vuoi puoi restare qui».
Sfrego gli occhi in cerca di una risposta adeguata, ma non trovo niente di interessante da dire, niente che non mi riporti alla normalità dei soliti gesti quotidiani.
«Per quanto la tua proposta risulti allettante devo andarmene anch'io».
Si avvicina e mi accarezza una tempia sistemandomi i capelli dietro l'orecchio. Mi sfiora il lobo con le labbra.
«Ti accompagno?».
«Devo cambiarmi. Se non ti crea disturbo chiedo a Sara di portarmi qualcosa di pulito».
«Se resti qui i vestiti non ti serviranno».
Mi bacia e scende dal letto. Lo vedo entrare in bagno, nudo, di spalle. È uno spettacolo a cui non riesco a sottrarmi, mi appoggio sui gomiti e sollevo la testa per guardare meglio. Volto lo sguardo oltre la finestra, la città si apre sotto un cielo immacolato.
Allungo una mano verso il pavimento e afferro la borsa. Prendo il cellulare e trovo alcuni messaggi di Sara.

Tutto bene? Dove sei?
Avviso la polizia?

La chiamo e dopo due squilli risponde.
«Ti prego dimmi che stai bene!». «Benissimo».
«Oh. Questa voce è fastidiosa, quasi ti odio».
Ridiamo entrambe.
«Potresti portarmi dei vestiti? Devo andare al lavoro e se passo da casa arrivo tardi in ufficio».
«Barbablu te li ha strappati?».
«Sara, per piacere...».
«Dove devo raggiungerti? Non dirmi Parigi ché a quest'ora c'è traffico».
«Sono al JK».
Fa una pausa. La sento mugugnare.
«Tu sei al JK con lui?».
«Sì».
«Ma lui aspetta anche me? No, perché allora devo sistemarmi un pochino! Non sono presentabile».
«Dai, non voglio fare tardi. Dominique non c'è e quindi puoi presentarti anche in pigiama e ciabatte».
«Io non ho un pigiama e men che meno delle ciabatte!».
«Muoviti! Ti prego».
«Sarò lì tra un quarto d'ora!».
Sto ancora ridendo quando sento un vento filamentoso carico del suo profumo che mi transita accanto. Alzo gli occhi ed è lì che mi fissa.
«Tutto bene?».
«Sì».
Indossa una camicia bianca, si arrotola le maniche fino ai gomiti, i capelli sono pettinati all'indietro, la sua è una perfezione ingombrante, qualcosa che quotidianamente faticherei a gestire. Si avvicina e mi bacia.
«Alla reception troverai un badge a nome tuo. Puoi salire in camera quando vuoi».
Mi lascio cadere dentro i cuscini mentre attraversa la stanza. Dopo pochi istanti avverto il rumore delle porte dell'ascensore che scorrono e il sussurro della discesa che ci divide. La realtà è diventata un riflesso delle mie fantasie. Non voglio analizzare niente di questa notte, di questo momento, di questo luogo, voglio solo godermi il piacere del mio corpo immerso dentro un confine che continua a cambiare forma. Abbandono la testa piena di pretese, accolgo l'irruzione e cedo all'incongruenza delle mie azioni che non hanno più una logica, solo un obiettivo: stare con lui.

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