Quando ero venuta a conoscenza del fatto che non sarei stata l'unica nella casa dei miei zii, mi ero arrabbiata terribilmente.
Avevo bisogno di starmene in pace da sola e capire cosa fare della mia vita una volta per tutte, non scoprire di avere un coinquilino a sorpresa!
Non volevo saperne di condividere la cucina, il soggiorno, il divano con qualcuno che non conoscevo; ero convinta si trattasse di un ragazzino di al massimo dodici anni, ma mi era bastata la sua voce scostante per rendermi conto che non si sarebbe trattato affatto di un ragazzino.
Caspita, che bello, sembra uscito da un film dove lui interpreta il cattivo ragazzo; fu questo ciò che pensai la prima volta che entrò in camera mia, senza il mio permesso ovviamente.
In un primo momento avevo notato gli occhi, verdi come le foglie che germogliano in primavera, occhi che mi misero in soggezione dal primo istante che intercettarono i miei.
Le lentiggini sul suo viso erano come qualche stella sparsa casualmente nel cielo notturno, punti luminosi che punteggiavano delicatamente la sua pelle e che suggerivamo che fosse dolce, una persona molto dolce.
Riccardo non faceva mai crescere i suoi capelli (rigorosamente castano chiaro) oltre i lobi, non li riusciva a gestire, erano perfettamente ondulati, ma lui li spettinava spesso con le mani.
Le sue labbra ad arco di cupido, erano sempre pronte ad aprirsi per offendere o insultare qualcuno, non potevi sfuggire alle sue frecce: se ti mirava, ti prendeva.
Ma il suo arco di cupido riusciva a dire anche cose bellissime se era dell'umore.
Mi aveva colpito al cuore.
Mi aveva colpito il cuore.
Non mi era mai sfuggito nessun dettaglio di lui, nemmeno i buchi che aveva alle orecchie. Mi aveva detto di esserseli fatto da solo, oltre al septum.
"E allora perché non porti gli orecchini e il piercing?" Gli avevo chiesto varie volte.
"Perché avevo cambiato idea e non li volevo più. Poi l'avevo cambiata di nuovo e li volevo, ma hanno fatto infezione."
Riccardo cambiava idea in continuazione: che si trattasse di come vestirsi, di cosa mangiare, di tenere il muso, di quale film guardare, era eternamente indeciso. Lo ammetteva anche lui, non sapeva che cosa volesse davvero.
Ma adesso io sapevo che cosa volevo.
Desideravo dimenticare il suo corpo immerso in una pozza di sangue, desideravo non essere mai stata io a trovarlo, desideravo essere al posto suo. Avrei dato la mia vita in cambio della sua, non avrebbe avuto alcun senso vivere con un dolore del genere. Lui meritava una seconda possibilità, non la ragazzina non voluta dalla propria famiglia, brava solo a disprezzare il mondo intero.
Era vero, Riccardo aveva colpito il mio cuore, ma questa volta la sua freccia lo aveva trapassato e si era formata una ferita che non avrebbe mai smesso di bruciare, di sanguinare, una ferita che avrebbe sempre avuto bisogno di una cura ancora da scoprire.
Ero ancora viva? Dubitavo di questo. Mi sentivo una statua di pietra incompleta in una stanza silenziosa, senza pulsazioni o palpiti di vita; una insulsa scultura non conclusa senza ombra di vita interiore.
E se... fossi stata per caso io quella ad aver avuto un incidente? Sì, magari ero in coma.
Si dice che le persone in coma facciamo brutti incubi, no? Era per forza andata così, tra un po' di tempo mi sarei svegliata e tutto questo sarebbe stato solo un brutto ricordo, la mia scultura sarebbe stata terminata e avrebbe di nuovo preso vita.
"Come ti senti, tesoro?" Una voce sconosciuta attirò la mia attenzione e la realtà mi cadde addosso come un macigno di 4 tonnellate.
L'infermiera si avvicinò delicatamente al mio viso e tolse qualcosa dalla mia fronte.
"Ti fa male?" Ordinai al cervello di scuotere la testa, ma non percepii il movimento. Se mi ero appena svegliata dal mio incidente perché non c'era Riccardo a stringermi la mano?
Cercai di osservare le mie braccia e le mie gambe per capire quali danni mi avesse provocato quel brutto accaduto, ma ero coperta da un lenzuolo fino al collo. Non avevo la forza di muovermi, significava che mi ero fatta piuttosto male?
"C'è una persona che vuole vederti. Posso farla entrare?"
Immediatamente mi voltai verso la porta nella speranza che fosse Riccardo, ma mi incupii quando non fu lui la persona che fece ingresso nella mia stanza.
Che diavolo ci faceva Mattia qua? Non lo volevo vedere, io volevo vedere Riccardo, eppure quando cercai di esprimere il mio disappunto la mie corde vocali non emisero nessun suono.
L'infermiera se ne andò e lui si sedette di fronte a me; fece per abbracciarmi, ma si allontanò immediatamente, come se si fosse ricordato che io in realtà ero una bolla di sapone e che si fosse avvicinato, sarei scoppiata.
Iniziò a narrare una storia in cui ero apparentemente la protagonista, ma che mi rifiutai di credere fosse vera.
Mi raccontò che appena aveva riconosciuto le urla della fidanzata, si era affacciato e aveva visto Amanda scivolare e atterrare sull'asfalto con una certa violenza per almeno cinque volte. Allora si era spaventato a morte perché non ne capiva il senso, si era precipitato sotto e aveva trovato quella ragazza piena di sangue. Pensò che fosse plausibile siccome si era praticamente buttata a terra più volte con una certa intensità; aveva la fronte ferita dalla quale usciva un fiume di sangue, le mani piene di rosso, i polsi graffiati, ma quello che lo inquietò di più fu il colore della sua felpa. Da bianca latte era diventata color rubino, un rubino che però veniva bagnato dalla pioggia.
Mattia non ebbe il tempo di fare domande, perché Amanda gli ordinò di chiamare immediatamente aiuto, senza nemmeno dargli la possibilità di dirle che fosse ferita anche lei. Quasi gli uscirono gli occhi fuori dalle orbite quando vide che riprese a correre, si chiedeva come fosse possibile fare una corsa del genere dopo essere scivolata per lo shock così tante volte, ma non c'era tempo per questo tipo di domande.
Quando Mattia vide quel ragazzo a terra, capì il motivo di tanta disperazione. Non serviva verificare, si vedeva che quell'adolescente immerso in quella pozza di inchiostro rosso non respirava e quando Amanda se ne rese conto, iniziò a fare delle compressioni che più che rianimarlo, pareva servissero per sfondargli la cassa toracica.
Non si staccò da lui nemmeno un secondo, si avventava sulla sua bocca regolarmente per prestargli un po' del suo ossigeno, sporcando il suo viso di rosso per l'ennesima volta.
Se fosse dipeso da lei avrebbe continuato quelle compressioni tutta la notte, non volle sapere di fare cambio con Mattia e quest'ultimo, ancora una volta, non si capacitò di come una ragazza così esile e gracile non si stancasse di quei movimenti così faticosi. Non volle staccarsi da lui nemmeno quando arrivarono i soccorsi, i carabinieri l'avevano dovuta allontanare da lui con la forza.
Nel frattempo era arrivata un'ambulanza anche per Amanda, la ferita sulla fronte non smetteva di sanguinare, non si riusciva a capire se tutto quel sangue fosse anche suo, ma soprattutto non la smetteva di aggredire le persone attorno a sé.
Mattia aveva fatto di tutto per salire in ambulanza con lei, aveva mentito dicendo di essere suo fratello, ma poi erano arrivati i genitori di Amanda ed era rimasto ancora più shoccato nello scoprire che suo padre fosse il suo professore preferito. Era stato rimproverato da tutti per quella piccola grande bugia e gli era stato detto di non immischiarsi.
"Dov'è...?" Cercai di dire, ma uscì solamente un suono flebile, spezzato come le doppie punte.
"Dov'è Riccardo?" Sperai con tutto il cuore che Mattia potesse riuscire a comprendere quella domanda, facevo fatica io stessa a pronunciare quelle parole.
Feci per alzarmi, ma non ci riuscii, le mie braccia erano inchiodate su quel letto e le mie gambe non ne volevano sapere di muoversi.
"Hai urlato Am, è normale che tu abbia perso la voce. E hai fatto le compressioni per svariati minuti, le persone allenate fanno cambio ogni due minuti al massimo, tu sei andata avanti come un treno. Sei scivolata sull'asfalto e sei caduta di testa, sei piena di lividi. Il tuo corpo ha subito un grande stress, hai bisogno di assoluto riposo."
Ma di che diavolo sta parlando questo qua?! Io voglio solo vedere Riccardo! Dov'è Riccardo?
"Scusa, ma devi uscire." Una voce imponente riempì quella stanza e ci fece voltare; alla vista dei due carabinieri mi vennero le vertigini. Allora era vero. Era tutto vero.
Mattia mi baciò i capelli e mi abbandonò a quell'interrogatorio.
"Come stai?" Alzai lo sguardo verso il carabiniere con gli occhi azzurri. Era uno scherzo?
"Ho visto mio fratello in una pozza di sangue e tu mi chiedi come sto?" domandai furente e quest'ultimo si avvicinò ancora di più a me. Dalla mia bocca sarebbe uscito al massimo un sussurro.
"Lo so che è un momento difficile per te, però il tuo aiuto è fondamentale per capire che cosa è successo." Mi rivolse uno sguardo compassionevole e i miei occhi si riempiono d'acqua, perché li odiavo a morte. Sapevo il motivo della loro presenza, ma non lo potevo accettare, sarebbe stato come cercare di sollevare un grattacielo con solo l'aiuto delle mani.
Ma che diavolo ne sapeva di quanto fosse difficile, quello stupido stronzo non sapeva un bel niente!
Avrei voluto gridare loro di andarsene, ma più ci provavo e più la gola andava in fiamme.
Uno dei due mi passò un bicchiere d'acqua e lo afferrai; solo in quel momento mi resi conto di quanto fosse brutta la mia mano sinistra.
E allora che diavolo mi aveva tolto l'infermiere dalla testa? Avevo delle ferite del genere anche sulla fronte? Il mio dito si avvicinò con cautela, sfiorando delicatamente la pelle intorno alla ferita sulla fronte: una sensazione di calore e morbidezza accolse il mio tocco, contrastato da un leggero sussulto di dolore; la superficie, solitamente liscia, era interrotta da un'irregolarità, una depressione dov'era presente la ferita. Un mescolanza di rugosità e tenerezza raccontavano del mio impatto tra la mia pelle e l'asfalto ruvido, raccontavano la mia paura, il mio terrore, il mio spavento, la mia angoscia, il mio panico, la mia disperazione, nel vedere che Riccardo aveva deciso di farmi morire insieme a lui quella notte.
Deglutii lentamente e cercai di schiarirmi la voce.
"Ti ricordi cos'è successo ieri?"
Era quello il problema. Io non volevo ricordamelo, il mio cervello me lo aveva impedito a tutti i costi, non potevo di conseguenza.
Annuii debolente e posai il bicchiere di plastica sul comodino alla mia sinistra.
"Riccardo era uscito di casa incazzato nero. Lo avevo fatto arrabbiare, mi aveva insultata e da vera persona matura che sono, avevo toccato un tasto che non doveva toccare. Poi mi ero messa a studiare, per fare una pausa avevo deciso di fare due passi e..." Mi interruppi per riordinare gli avvenimenti, erano tutti sparsi nella mia testa.
"A che ora sei uscita?"
"Verso le 21:15." Mi massaggiai le tempie.
"E poi hai assistito all'intero incidente?"
"No, io sono arrivata dopo. Ho sentito un rumore strano e ho visto una macchina grigia. Non è sceso nessuno, è sparita un secondo dopo."
"Sai per caso se qualcuno ce l'avesse in particolare con Riccardo?"
"No..." Mi stava sfuggendo qualcosa? Davvero sarebbe potuto esistere qualcuno in grado di fargli questo?
"Ricordi per caso il modello o la targa della macchina?"
Ci pensai per almeno un minuto, ma niente. Non mi ricordavo una singola lettera e un singolo numero di quella stupida targa.
Infatti, non ricordi perché nei sogni è impossibile pensare. Presto ti sveglierai e tirerai un sospiro di sollievo...
"No, non lo ricordo."
I miei zii lo avrebbero negato per sempre, ma era colpa mia. Scommettevo mi ripudiassero e che Marco si fosse rimangiato ciò che pensava fino alla sera prima, ovvero che Riccardo era migliorato da quando c'ero io nella sua vita.
La verità era un'altra: ero stata io ad ucciderlo con le mie parole, non mi era stato indifferente quello sguardo: sapevo che avrebbe voluto darmi come minimo uno schiaffo per quello che gli avevo detto, ma si era limitato a dirmi che per lui ero morta.
Lo avevo ucciso quando non ero uscita in tempo di casa e lo avevo ucciso perché non avevo il cellulare con me per chiamare aiuto.
Riccardo mi ha lasciata odiandomi fino all'ultimo secondo della sua vita, senza che io avessi la possibilità di scusarmi.
Se fossi uscita da quella maledetta porta in tempo, mi sarei avvinghiata alle sue gambe e gli avrei chiesto scusa, lui non sarebbe uscito arrabbiato e adesso sarebbe con me a guardare le stelle fosforescenti sul suo soffitto; mi starebbe facendo qualche domanda personale e io starei arrossendo per il contenuto delle domande, mi sarei coperta il viso con entrambe le mani e lui sarebbe scoppiato a ridere.
Non volevo che Riccardo mi ricordasse così, come una persona morta per lui.
Paradossale, come temesse che un giorno lo avrei lasciato per un ipotetico fidanzato e ora mi ritrovavo di fronte a due carabinieri a discutere della sua scomparsa.
E dimmi Riccardo, dovrei essere arrabbiata con te per essertene andato? Per avermi lasciata?
L'unica cosa che posso fare però, è ascoltarti, questa volta per davvero.
L'ultima cosa che volevi che facessi era quella di tornarmene da dove ero venuta, questa volta lo farò, anche se mi sarebbe piaciuto ascoltarti quando avevo la possibilità di farlo.
Appena sarà possibile farò un biglietto di ritorno, penso di essere giunta al capolinea della mia vita: io non sarò mai esistita per te e tu non sarai mai esistito per me. Non sarà mai esistito nessun Mr. occhi verdi, nessun ragazzo lunatico a cui ero legata senza un'apparente motivo, nessuna costellazione appicciata sul soffitto, nessun gioco delle domande, nessuna ciabatta a forma di panda, niente di tutto questo.
Spero che tu non ti arrabbierai per questo, ma ho bisogno di cancellare ogni traccia di te da me, anche se qualcosa mi suggerisce che non sarà così semplice.
Tu cerca di perdonarmi però, dicevi sempre che fosse importante fare pace appena fosse possibile no? Allora scusami e forse potrò ricominciare daccapo.
Pensami ogni tanto, non odiarmi nel farlo.
"Se ti viene qualcosa in mente, non esitare a farcelo sapere." Il carabiniere mi appoggiò una mano sulla spalla e finalmente uscirono da quelle quattro mura.
Scostai le lenzuola e osservai i miei lividi con qualche graffio sparso attorno: pennellate di viola e blu ricoprivano le mie ginocchia e le mie braccia, mentre i graffi intrecciavano il loro cammino, quei solchi avevano deciso di farsi spazio sui polsi e sulla fronte.
Ma come diavolo avevo fatto a farmi così male? Tutto questo era la mia punizione? Era la vendetta di Riccardo per avergli detto quelle cose?
"Sono così fiera di te!"
Jess mi corse in contro e riprese un pianto che sembrava non essere mai terminato del tutto, stringendomi forte. Finalmente il mio senso del tatto iniziava di nuovo a funzionare e potei ricambiare quell'abbraccio, ma non fui in grado di versare una singola lacrima.
Era come se non ne avessi il diritto. Era io l'assassina dopotutto, per cosa avrei dovuto piangere?
"Come ti senti? Hai battuto forte la testa, ti fa male? Hai nausea o capogiri?" Marco mi strinse la mano meno ammaccata e ne accarezzò la superficie.
"Chi è stato secondo voi?" Non fu necessario specificare.
"Non ne abbiamo idea e non abbiamo intenzione di passare a conclusioni affrettate senza una pista da seguire. Ma siamo sicuri che la tua testimonianza sarà preziosa" rispose Jess per entrambi.
"Non credo. Non ho nemmeno saputo dire il modello della macchina né tantomeno la targa."
"Ci sta, è normale, sono sicuro che con il tempo magari riuscirai a ricordare qualcosina..."
"Voglio tornare a casa" sussurrai.
"Ma certo tesoro, appena sarai stabile avrai di nuovo le tue comodità..."
"No Marco, intendo a casa mia, in Argentina." La loro espressione contrita si intensificò.
"Da quando sono qua ho solo fatto casini e sono successo solo cose brutte. Mi arrendo."
"Questo non è assolutamente vero, non saresti al sicuro in quella casa. Tu hai bisogno di essere protetta." Jess mi afferrò entrambe le mani.
"No! Riccardo doveva essere protetto! – le mie narici iniziarono a formicolare – io ho bisogno di fare l'ultima cosa che Riccardo desiderava, ovvero tornarmene da dove sono venuta!"
"Am, ma piantala! Riccardo era solo arrabbiato e quando è così dice tutto il contrario di quello che pensa!"
"Io ho ucciso Riccardo, perché diavolo siete qua con me e mi volete ancora?! Che razza di genitori siete!"
Jessica e Marco si allontanarono da me e si alzarono in piedi.
"Tu hai salvato la vita di Riccardo. Se non avessi iniziato le compressioni e la ventilazione sarebbe morto, invece i soccorsi sono arrivati in tempo ed è stato subito operato..."
Ma che diavolo?!
"Perché nessuno me lo ha detto?!" Scostai quel dannato lenzuolo e feci per alzarmi in piedi.
"Tesoro te lo abbiamo detto ieri, davvero non ricordi?" Si preoccuparono terribilmente. Feci appello a tutti i miei ricordi, ma sembrava si fossero fermati per sempre all'immagine di Riccardo in una pozza si sangue.
"No, io..." Mi misi le mani nei capelli e socchiusi gli occhi.
Riccardo è vivo, Riccardo è vivo, Riccardo è vivo!
"Non è che ha subito danni irreversibili per colpa di quella botta? Non è normale che non si ricordi che le abbiamo detto chiaramente che Riccardo è sopravvissuto grazie a lei. Dobbiamo aggiornare il dottore" bisbigliò Jess, fuori dalla porta.
"Jessica, ha subito un trauma enorme, è normale sia confusa, dalle tempo. Vedrai che si ricorderà."
Le mie gambe e le mie braccia ripresero vita, tanto che trascinai i miei piedi fino al corrido, attenta a non cadere di nuovo di testa.
"E dov'è? Devo vederlo!" Mi aggrappai a Marco.
"Amy, è in terapia intensiva. Ha subito un'operazione molto delicata, dorme ancora."
"E io lo voglio vedere lo stesso! Quando si sveglierà?" La mia gola continuò ad andare in fiamme, ma non mi importò.
"Presto. È in coma farmacologico per il momento, ha bisogno di riposo. Per questo non puoi andartene, avrà bisogno di te al suo risveglio."
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Io e te. Il resto non conta.
Teen Fiction[IN FASE DI REVISIONE] Nella tranquilla cittadina di Adrogué, la vita di Amanda, una ragazza appena uscita dalla sua quinceañera, sta per prendere una svolta inaspettata. Dopo aver scoperto che l'uomo che ha sempre chiamato padre non è tale, Amanda...
