Capitolo 25

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Riccardo's Pov
"Finalmente – finalmente un paio di cazzi – sei venuto per caso a piedi?"
"Lasciamo stare."
Scossi la testa ed entrai nel Residence, beandomi del tepore di quella hall.
Il freddo di novembre a volte era peggio di quello di dicembre e non era nemmeno fine mese!
"Adesso me lo devi spiegare, amico mio." Mi diede una pacca sulla spalla che non accolsi bene; probabilmente pensava che fossi andato a trovarlo per fare festa.
Mi accompagnò nella mia stanza e chiuse la porta.
"Non c'è tanto da spiegare, non siamo in Svizzera e i treni o vengono cancellati o fanno ritardo."
Lanciai il mio borsone vicino a una delle tante poltrone rosse e mi sedetti sul letto.
Sfortunatamente quando ero arrivato alla stazione di Porta Nuova, il treno era appena partito e quello dopo aveva tardato di un bel po'.
L'attesa mi era sembrata infinita.
Tutto ciò che non mi piaceva sembrava infinito: una lezione di matematica, le ripetizioni del tizio delle ripetizioni e non avere niente da fare in una stazione d'inverno.
Per ammazzare il tempo non avevo fatto altro che guardare le persone correre a destra e a sinistra, contare le panchine della stazione più volte, stimare la lunghezza della linea gialla e buttare l'occhio su qualche ragazza, cosa che ovviamente mi destabilizzò dato che ne avevo lasciata una incinta.
Alla terza bionda con gli occhi azzurri mi erano venuti gli occhi lucidi, così avevo stabilito che ero un coglione e che guardare altre ragazze infagottate di cappotti e piumini, non mi avrebbe fatto stare meglio.
Preferii ascoltare musica depressa e stringere le mani fredde sul mio giaccone di pelle, che mettevo per apparenza e non perché tenesse realmente caldo.
"Che c'è? Stai scopando poco e perciò sei nervoso? – si sedette accanto a me – ho la soluzione per te vecchissimo mio!"
"Tutt'altro Ale." Mi coprii il volto con entrambe le mani, pensando che proprio per colpa della mia non astinenza avevo combinato un casino.
Quando avevo scoperto il sesso a quattordici anni non avevo più potuto farne a meno, aldilà del piacere carnale, era più che altro una distrazione dai miei problemi.
Non ero mai stato perfettamente attento riguardo le precauzioni, non troppo almeno, insomma, credevo che al consultorio le dottoresse esagerassero per evitare di incontrare quindicenni in preda al suicidio o ragazze madri.
Bastava non venire dentro e il problema era risolto.
Almeno, così credevo.
"Mi devo preoccupare?"
Finalmente il mio migliore amico si rese conto della mia atmosfera.
"Ho messo incinta una che mi sta sul cazzo ed è pura la sorella di un mio amico."
Andai dritto al punto.
"Oh merda – deglutì rumorosamente al posto mio – è uno scherzo, vero?"
"Magari, cazzo."
Mi passai una mano fra i capelli e mi sdraiai, rimanendo con le gambe a penzoloni.
"E tu? Cos'hai intenzione di fare?"
"Ho tre mesi di tempo per pensarci" risposi scostante.
Questo pensiero continuava a torturami da ore ormai: la mia vita sarebbe cambiata in peggio?
Niente più divertimenti, tantissime responsabilità, mille problemi, infinite paranoie...
Che ne sarebbe stato della mia libertà?
"Sei impazzito?"
Adesso ci mancava il parere stupido del mio amico del cuore.
"Sono venuto qua apposta per non pensarci – dissi adirato e mi alzai dal letto – è meglio che vada a fare un giro."
"Devi farla abortire adesso! Più passerà il tempo e più..."
"In qualsiasi caso sarà una decisione sua."
Agguantai le chiavi e chiusi la porta con un tonfo, senza aspettarmi che mi rincorresse, non era il tipo.
Attraversai un lungo corridoio ornato di un tappeto rosso e finalmente raggiunsi l'uscita.
Magari andare a Milano dal mio migliore amico non era stata una delle migliori idee, ma appena avevo deciso di staccare per un po' di tempo, lui era stata una delle prime persone a venirmi in mente.
Non che ne avessi chissà quante altre persone su cui contare.
Avevo Alex... ma non credevo sarebbe stato contento di ciò che avevo fatto la sorella.
Avevo Samuel, ma abitava troppo vicino a casa mia.
E poi avevo Amanda, ma abitava con me, perciò...
Mentre aspettavo il treno avevo deciso di bloccarla su tutti i social: sicuramente mi avrebbe tartassato di messaggi, chiamate, videochiamate e altre cazzate che in quel momento avrei preferito evitare.
Anche se sapevo che mi avrebbe odiato per questo, la immaginavo già fare avanti e indietro in camera sua con un pacco di biscotti in mano e lamentarsi da sola.
Sorrisi a quel pensiero ed estrassi dalla mia tasca un pacchetto di Malboro e accesi una sigaretta, continuando a percorrere il piccolo sentiero che c'era davanti al resort.
In quel momento non mi sentii fortunato ad avere un amico con il padre proprietario di una specie di hotel, non mi sentii contento di avere una giacca di pelle nera e una sigaretta in mano.
Mi sentii uno stupido ragazzino infelice, vuoto, vigliacco, che per prendere una decisione importante aveva la necessità di andarsene.
Forse mamma aveva ragione, dovevo ricominciare a prendere quelle stupide pasticche, ma non volevo sentirmi debole o essere dipendente da quelle pillole colorate.
Per non parlare di quello stupido tremolio che mi provocavano.
Mi sedetti su una panchina gelida e feci finita che il lampione fosse in grado di farmi sentire almeno un po' di calore; a giudicare dalle mie dita viola, magari stavo morendo di freddo e nemmeno me ne stavo rendendo conto.
Udii il fruscio di alcuni cespugli e poi una figura femminile spuntò davanti ai miei occhi.
Non era possibile.
Mi si gelò il sangue e gettai il mozzicone di sigaretta appena iniziato.
"Alessia?"

Io e te. Il resto non conta.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora