Capitolo 13

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"Ho troppa paura." Confessai a Jess.
"Vedrai che andrà tutto bene, ci sono io con te." Mi strinse la mano e il suo tocco mi rassicurò abbastanza, da iniziare quella chiamata.
Era da tre settimane che non la sentivo, temevo di non ricordare che suono avesse la sua voce.
"Amanda!" Era il modo in cui chiamavi qualcuno quando avevi troppe cose da dirgli, ma ormai era troppo tardi.
"Ciao, mamma." Il mio tono non mostró alcuna emozione.
Non mi mancava affatto.
Non mi mancava quella casa, quei genitori, quella monotonia; le notti passate a piangere di nascosto, per poi dire che sotto la doccia mi era entrato il sapone negli occhi.
"Stai bene?"
"Sto benone."
Passò qualche secondo in cui nessuna delle due ebbe il coraggio di dire qualcosa.
"Ascolta mamma – esordii – ho preso una decisione."
"Quale?" La sue voce si riempì di speranza.
"Io voglio restare qui."
Non rispose.
Nessun 'che cosa intendi?', 'hai solo quindici anni che cosa stai dicendo?!', 'non mi interessa di quello che dici, tu torni qua!'
"Ho ripreso a studiare, faccio un liceo linguistico, significa che studio diverse lingue, anche latino – mi scappò una risata nervosa a causa di tutto quel silenzio – e ho trovato anche un lavoro."
"Mi stai dicendo che vuoi trasferiti là? Per sempre?"
Non capii se fosse un rimprovero o un chiarimento.
"Non dico per sempre, mamma – sospirai – ma per un lungo periodo, qua si sta molto meglio e lo sai anche tu."
Silenzio.
"E Jessica?"
"È molto d'accordo, per lei non c'è alcun problema e se lavorerò non sarò nemmeno un peso per nessuno."
Jess mi guardò di sbieco: odiava quando osavo solo pensare che avrei dato fastidio a qualcuno. Mi sentivo un peso lo stesso.
"E che lavoro sarebbe?"
"Con dei bambini."
Rise.
"Non avevo dubbi."
Ci fu un altro silenzio.
"Me lo stai dicendo perché hai bisogno della mia autorizzazione, siccome sei comunque minorenne."
"Sì mamma."
Sospirò.
"Più tardi ne discuterò con Jessica e se è vero che a lei va bene tutto questo, allora firmerò tutte le scartoffie. Sono fiera di te, a ogni modo."
Non seppi che cosa rispondere.
Dove era finita quella donna severa, a cui importava il giudizio degli altri e che non si era mai messa nei miei panni?
"Sei ironica?"
"No Amanda – mi chiamò per intero, era davvero seria – non sono ironica. Ti manderò comunque dei soldi e le poche cose che rimangono di te."
Perché adesso mi sentivo così in colpa?
Mi ero addirittura preparata un testo argomentativo mentale in caso fosse stato difficile convincerla o mi avesse detto di no.
Invece era stato più semplice del previsto e adesso sentivo che la stavo abbandonando in qualche modo.
"Ti voglio bene."
"Io di più, non te lo immagini."
Stava piangendo.
"Lo dirò io a Juan, sarà un duro colpo per lui. Ti chiamerà e ti vorrà fare cambiare idea, ma so che capirà."
Venne da piangere anche a me.
Sono una brutta, traditrice, stronza, bugiarda che pensa sempre di sapere tutto e avere sempre ragione.
Avevo fatto una promessa a Juan e probabilmente non l'avrei mantenuta.
Torno presto.
"Si, hai ragione. È meglio che glielo dici tu."
"Poi voglio che mi chiami più spesso e che parliamo in italiano. Non me lo ricordo più come una volta."
I miei occhi si riempirono di lacrime.
"Sì, anche se i verbi sono difficilissimi." Risi e notai che anche Jess aveva gli occhi lucidi.
"Lo so." Rise anche lei.
"Verrò a trovarti, però non penso che lo farò a Natale, perché voglio provare l'ebrezza di fare un Natale con la neve."
Avevo visto la neve, forse, una volta in tutta la mia vita. (Senza contare quella dei film.)
"Fai bene, è molto meglio il Natale con la neve – la immaginai annuire insieme a me – sono felice di questa iniziativa. È ora che pensi a te."

Ottobre era arrivato, forse troppo in fretta.
Avevo continuato ad andare da Starbucks ogni martedì pomeriggio con quello che ormai, era diventato il mio gruppo di amici.
Erano ancora capitate le serate a vedere le stelle con Riccardo, anche se mi ero imposta che finito di guardarle, sarei dovuta tornare in camera mia; pensavo che non stava bene dormire insieme, contando che di mattina si svegliava con la bandiera alzata.
"Bene ragazzi, finalmente sono riuscita a correggere tutti i vostri temi" disse la professoressa di italiano, tirando fuori dalla sua borsa a tracolla una pila di fogli protocollo.
Sorprendentemente mi ero abituata subito all'orario definitivo, anche se per sopravvivere, spesso uscivo dalla classe dicendo di andare in bagno solo per fare una passeggiata (e che passeggiata poi), in entrambi gli intervalli il caffè era obbligatorio e l'ultima ora ritenevo di avere il diritto di appoggiare la testa sul banco, proprio come quel venerdì.
"Sono andati tutti discretamente bene, ma uno mi ha davvero colpita – prese un foglio, probabilmente quello di cui aveva appena finito di parlare e si schiarì la voce – lo studente ha scelto la traccia numero due, ovvero di confessare a qualcuno, qualcosa che avresti voluto dirgli."
'Va beh, chissà quante altre persone oltre a me l'avranno scelta'
"Mi sono sempre chiesta l'importanza dei numeri primi." Iniziò a leggere. Cazzo, era il mio tema.
Strinsi la matita che avevo in mano e drizzai la schiena, sotto lo sguardo confuso di Manuel.
Dio, che imbarazzo, perché dovevano sapere per forza tutti, ciò che avevo scritto?
"Sono solamente numeri diversi, dispari, moltiplicabili solo per uno e per se stessi.
Ma se ci pensi, tutti vogliono essere 'il numero uno' a lavoro, a scuola, a casa... ovunque.
Il numero tre, ti permette di arrivare al podio e non c'è due senza tre.
Il numero cinque è l'ultimo dito che si ha su una mano (in effetti anche su un piede).
Per quanto riguarda il numero sette, è il preferito da Gesù, o almeno, questo è ciò che la Bibbia fa intendere.
Potrei andare avanti all'infinito, ma purtroppo i numeri non hanno veramente una fine..."
Mi estraniai da quella stupida lettura e mi concentrai sul non far notare che quel tema fosse mio, anche se Manuel ovviamente lo aveva già capito.
Aspettai pazientemente che la professoressa finisse e sollevai il capo solo in quel momento.
Silenzio.
Silenzio tombale.
"Deve per forza essere stata una delle due nuove arrivate, nessuno di noi in questa classe sa scrivere così bene." Commentò una mia compagna di classe e non mi voltai nemmeno per vedere chi fosse di preciso, sarebbe stato troppo ovvio altrimenti.
"Io di italiano ho un sei scarso, smettetela di guardarmi, perché non sono stata assolutamente io." Immaginai Sam alzare le mani in segno di resa e sentii le gambe di alcune sedie spostarsi, probabilmente verso la mia direzione; menomale che ero seduta nella fila centrale dei banchi più vicini alla cattedra, bastavano e avanzavano le occhiate dei vicini e di Manuel.
"Non importa di chi sia, fate silenzio adesso." Liquidò il tutto con un gesto della mano la prof, non appena intercettò il mio sguardo imbarazzato.
Mise il mio tema in mezzo a tutti gli altri e ci chiamò in ordine alfabetico.
"Andrade."
Perfetto, non poteva essere più ovvio di così.
Mi alzai dal mio posto e provai a essere il più disinvolta possibile, ma fallii miseramente.
"Il tuo tema mi è piaciuto tantissimo, peccato solo per gli errori di grammatica, ma penso che sia comprensibile per il momento contando che sei straniera." Mi sorrise e mi porse il tema.
"Grazie." Cercai di soffocare l'imbarazzo e tornai al mio posto, almeno i miei compagni avevano ripreso a farsi i fatti loro, a parte Manuel.
"Quanto hai preso?" Mi domandò.
"Otto" dissi la verità, anche perché c'era il voto scritto in gigante sulla prima pagina.
"Wow, la media dei voti che dà sono sei e sette!"
"È così ovvio che il tema che ha letto è il mio?" Mi morsi il labbro inferiore.
"Sì Am, è davvero molto ovvio. Però sei davvero brava."
Sbuffai e guardai gli errori per almeno un milione di volte, non volevo che qualcuno mi facesse domande.
"Romano." Arrivò il turno di Manuel.
"Com'è andata?"
"Sette. Io questa la odio, mi mette sempre sette."
"Sette è un voto alto."
"Io scrivo da Dio. Meritavo almeno un nove."
Suonò la campanella e buttai tutto nello zaino, andando come sempre davanti al banco di Sam.
"Era tuo il tema, non è vero?" Mimò e io annuii.
"Penso che se ne siano accorti tutti" disse questa volta con un tono di voce normale ed ecclissai con un cenno della testa, anche fosse stato, amen.
"Per chi era?"
Oddio, no!
"Ho letto una cosa simile su internet una volta – mentii – a te com'è andata?"
Mi fece il numero cinque con la mano.
"Domani pomeriggio hai da fare?" Mi chiese, mettendo distrattamente alcuni fogli dentro al libro di italiano, per poi chiuderlo. Per fortuna aveva cambiato discorso.
"Dalle tre alle cinque però, perché poi ho un compleanno." Aggiunse infine.
Sembrava che mi avesse letto nel pensiero, anche perché il sabato sera era diventato mio e di Riccardo ormai: era di rito andare al Two Bananas per poi fare un giro per tutto il centro, fino alla sera tardi.
"No, avevo in programma di grattarmi i piedi" risposi e lei scoppiò a ridere.
"Non l'avevo mai sentita, bella questa." Risi anche io.
"Comunque sì, dalle tre alle cinque è perfetto, che facciamo di bello?" Appoggiai entrambe le mani sul suo banco, mentre alcuni dei nostri compagni di classe iniziarono a uscire.
"Shopping, mi sono accorta di avere poca roba per l'inverno e inizia a fare un freddo cane."
"Anche io sai? Sto rubando tutte le felpe a mio fratello." Sorrisi quando mi ricordai di Riccardo che aveva fatto intervenire Jessica per stabilire chi avesse ragione, siccome avevo commesso un furto e lei ovviamente l'aveva data a me.
Non era più così strano considerarlo e definirlo fratello.
Tornai al mio banco per mettermi la giacca e prendere lo zaino; io, Manuel e Samantha fummo gli ultimi a lasciare la classe.
"Quindi, con Ferra?" Mi domandò Manuel quando fummo sul marciapiede.
"Ci ho perso le speranze sincerante" dissi, ed era vero: diverse volte mi era capitato di incontralo nei corridoi e di salutarlo da lontano, ma lui non mi aveva degnata nemmeno di uno sguardo.
All'inizio pensavo che non mi vedesse, ma alla terza volta che lo salutavo con la mano e lui si girava dall'altra parte, l'avevo mandato a quel paese mentalmente.
"Non ti piace più?" Aggrottò la fronte.
"Ma non è che mi piaceva, lo reputavo carino e basta, magari mi interessava, niente di che."
"Menomale guarda, è un coglione" disse Sam.
Nemmeno a farlo apposta, lo vidi fumare con un gruppetto di altri ragazzi e quando incontrò il mio sguardo, mi sorrise.
Era stupido o cosa?
Gli lanciai un'occhiataccia e arrivammo davanti all'entrata della metro.
"Ferra ti ha sorriso." Notò Christian.
Prima mi ignori e adesso mi sorridi?
"Perché ti ha sorriso?" domandò Sam confusa.
"Ma che ne so, mi vede nei corridoi e fa finta di niente e adesso mi sorride? Vallo a capire!" Mi misi le mani dentro alle tasche dei pantaloni, iniziavo a sentire freddo.
Ferra mi ha sorriso, Ferra mi ha sorriso!
"Forse non ti ha vista veramente finora."
Christian inarcò un sopracciglio.
"Ti vorrà prendere per il culo." Constatò Sam.
"Prendere per il culo? Che vuol dire?" Risi perché mi immagini di prendere per il culo letteralmente una persona e lei tirò fuori dalla tasca del giubbotto un pacchetto di sigarette.
"Vuol dire prendere in giro, tomar el pelo – disse il concetto anche in spagnolo – però è in gergo, non puoi dire così a un professore." Accese la sigaretta.
Fin là ci ero arrivata.
"Da quando fumi?"
"Da oggi, ho fatto una scommessa con Christian, tranquilla." Mi rassicurò con lo sguardo.
"Che tipo di scommessa?" Rivolsi a quest'ultimo uno sguardo sinistro.
"Gli ho detto che chi fuma è stupido, perché significa che è dipendente da qualcosa che gli fa pure male – fece una pausa per tirare – e allora lui mi ha sfidato a fumarmi un pacchetto intero di sigarette per dimostrarmi che una volta iniziato, non riesci più a toglierti il vizio, ma siccome la reputo una grandissima stronzata ho accettato."
"E se prendessi il vizio, invece?"
"Impossibile." Espirò e il vento trascinò la piccola nuvola di fumo sulla mia faccia, ma non tossii e non feci nessuna smorfia, per educazione.
"Lo spero per te."
In risposta lei mi mandò un bacio volante.
"Ci vediamo domani, alle tre puntuali, davanti al pianoforte di Porta Nuova." Mi baciò le due guance e buttò il mozzicone di sigaretta a terra.
"Hey, voi due, dove andate senza invitarci!"
Christian si indispettì.
"Giornata tra donne, voi due trovatevi altro da fare!"
"A domani." Ci salutammo tutti e andai nel parcheggio, dove sicuramente mi stava aspettando Marco.
Appena arrivai a casa, lanciai il mio zaino vicino all'appendiabiti: finalmente anche quella settimana di scuola era giunta al termine.
"Sono esausta." Furono le prime parole che uscirono dalla mia bocca.
"A chi lo dici, ho appena finito di giocare a Fifa" disse Riccardo, ma non vidi Jessica.
"Allora scusa, non immagino quanto sarai stanco!"
"Hai visto la mia felpa bianca?" gridò Riccardo dal soggiorno.
Certo che non la trova, ce l'hai tu nell'armadio!
"No, non l'ho vista!" urlai di rimando e mi spogliai: mi avrebbe uccisa se gli avessi detto la verità.
Mi misi una tuta nera, raccolsi i capelli in una crocchia disordinata e mi lavai le mani per almeno cinque minuti.
In quel momento ero così stanca che l'unica consolazione, era massaggiare le mie mani fredde sotto il getto dell'acqua calda.
Il freddo si era affrettato ad arrivare.
"E Marco?" Mi domandò Riccardo, quando mi sedetti sul tavolo non ancora apparecchiato.
"Non lo so, in macchina mi ha detto che aveva un consiglio di classe e che mi accompagnava solo a casa." Mi stropicciai gli occhi.
"Hai fame?"
"No guarda! Certo che ho fame, che domande mi fai? È da una settimana che mi sveglio alle sei per poi fare sei ore di scuola e secondo te non ho fame?" Sbottai e mi sentii una vecchia esaurita, mi aveva fatto una semplice domanda... okay un po' stupida, ma avevo esagerato a rispondergli così (cosa che ovviamente ammisi solo a me stessa, il mio orgoglio non mi avrebbe permesso di fare di più.)
"Oh, ma stai calma!" Venne verso di me e mi diede una spintarella scherzosa, che io non apprezzai.
"No Ricky, veramente, oggi non è giornata!" Tentai di calmarmi e nascosi il mio viso dietro le mie mani.
"C'entra quella che ti ha rovesciato il frappé sulle tette?" domandò comprensivo, fortunatamente non si era arrabbiato perché mi ero arrabbiata, come faceva di solito.
E invece questa volta Megan non centrava proprio niente, anzi, ultimamente sembrava essersi rassegnata siccome aveva smesso di fare i suoi dispetti da bambina delle elementari.
Quando incontravo il suo sguardo mi guardava trionfante o sghignazzava e io finivo sempre per riderle in faccia.
"No, non c'entra lei, sono solo troppo stressata per la scuola. Che razza di sistema scolastico tossico avete qua in Italia? Interrogazioni, verifiche, voti che non rispecchiano affatto l'impegno messo, compiti!"
La cosa più estenuante in assoluto.
Non solo dovevo fare sei ore a scuola, quell'incubo si protraeva anche a casa!
E non erano mica compiti veloci, ci volevano minimo tre o quattro ore per finirli tutti.
"Glovo risolverà tutto, non ti preoccupare." Mi appoggiò una mano sulla spalla, facendo finta di confortarmi.
"Non ti sentivi anche tu così?"
"Il liceo è così. Infatti ho scelto un professionale dove non si fa niente; però guarda il lato positivo, sarai acculturata, non come me." Fece spallucce.
Wow, che consolazione.
"Ma non possiamo mangiare qualcosa di sano per una volta?" Quasi lo supplicai; il giorno prima mi ero accorta che dietro la porta del bagno c'era una bilancia e quando ci ero salita sopra, avevo scoperto di aver preso un chilo e mezzo. Non avevo reagito benissimo.
Sarei dovuta andare per forza in palestra anche io, sarei ingrassata troppo altrimenti.
"Ma se eri cicciona, te lo dicevo!" Quasi caddi dalla sedia.
"Cosa hai detto?! Ripeti."
"Che ho detto di male? Che se eri cicciona te lo dicevo." Ripetè, non capendo.
"Se fossi stata cicciona, te lo avrei detto!" Gli pizzicai un braccio.
"Ma sì, so come si dice, ma per fare in fretta lo dico così, che sarà mai!" Sbuffò: gli dava fastidio quando lo correggevo, ma a me dava fastidio quando sbagliava i verbi. Rischiava solo di confondermi!
"Comunque no, ormai ho ordinato Mc per entrambi e il bangla sta per arrivare." Buttò il rotolo di scottex sul tavolo e suonarono alla porta.
Il bangla? Risi sotto i baffi.
"Posso pagare almeno io questa volta?" Mi sentivo in debito, aveva pagato troppe volte per entrambi e iniziava a pesarmi.
"Non sono mica gay!" strillò come se gli avessi chiesto se gli andasse di truccarsi con me e andò ad aprire.
Cosa c'entrano i gay adesso?
Lo lasciai fare scuotendo la testa per la sua ignoranza e mi passò il mio sacchetto, contenente qualsiasi schifezza immaginabile.
Stette per aprire il suo sacchetto, ma lo fermai.
"Vatti subito a lavare le mani, hai toccato pure i soldi!" Lo rimproverai.
"Ma io ho aspettato che arrivassi per mangiare e quindi sto morendo di fame!" Fece la faccia da cucciolo bastonato e mi addolcii di più.
"Ricky, puoi lavarti le mani anche sul lavandino della cucina con il detersivo per i piatti, basta che lo fai."
Sorprendentemente mi diede retta e andò a lavarsi le mani borbottando, ma apprezzai che lo avesse fatto.
"Ma alla fine, Monica?" Mi chiese con la bocca piena.
"Dopodomani è il mio primo giorno di lavoro, la settimana scorsa ho fatto il colloquio e mi ha assunta" dissi incredula anche io, scartando il mio panino.
"Quanto ti paga?" Deglutì come un bisonte.
"Dodici euro l'ora per adesso." Addentai il mio panino.
"Che culo pazzesco hai avuto!" Un pezzo del suo panino masticato mi arrivò in faccia.
"Potresti evitare di parlare con la bocca piena?" Mi infastidii, ma con una punta di divertimento.
In sua risposta spalancò la bocca con all'interno il bolo alimentare in bella vista.
"Fai schifo!" Commentai e mi concentrai sulle mie patatine e a non cadere nella tentazione di riempire tutto di ketchup.
Sarebbero state molte calorie in più altrimenti.
"Certo che sei strana, metti il ketchup sulla pizza e non sulle cose in cui va."
"Devo darmi una controllata, sono ingrassata." Me ne vergognai un po' e lui si alzò da tavola.
"Problema risolto." Premette sulla superficie della bottiglia e mise un'abbondante porzione della salsa sul mio piatto.
"Ricky!"
"E dai, ormai per fare trenta, facciamo trentuno." Chiuse il tappo del ketchup e lo rimise nel frigo.
Mangiai lentamente per non rischiare di gonfiarmi come una palla, mentre Riccardo divorò tutto in un quarto d'ora e bevve solo alla fine.
"Grazie."
"Per cosa?" Sentii la sua voce ovattata dal bicchiere di plastica appoggiato sulle labbra.
"Per avermi aspettata e per aver pagato" risposi ovvia e lui ruttò.
"Fai veramente schifo!" Gli lanciai il mio bicchiere di carta vuoto.
"Aspetta di sentire la scorreggia." Non finì nemmeno di dirlo e sfrecciai in camera mia (anche se in fondo apprezzavo il fatto che lui si sentisse molto a suo agio con me.)
"Adesso per colpa tua dovremo evacuare la casa per giorni!" Esagerai e lo sentii dirigersi verso camera mia, così chiusi la porta a chiave.
"Dai! Mi lasci solo come un cane?" Quasi mi fece tenerezza e lo immaginai attaccato alla mia porta.
"Io ti dico grazie e tu rutti!"
"Dai!" Insistette, battendo il palmo della mano contro la porta.
"A parte gli scherzi, ho seriamente bisogno di dormire." Mi allontanai dalla porta per infilarmi sotto le coperte.
"Cosa fai stasera?"
"Studio, adesso lasciami in pace!" dissi in tono scherzoso e lui mi mandò a quel paese.
"E io che volevo uscire con te!"
Lasciai cadere la sua frase perché sapevo che se avessi ribattuto avrebbe continuato; voleva l'ultima parola anche nelle situazioni più stupide.
Abbracciai Smosh e mi portai le coperte fino al naso, inspirando l'odore di pulito e chiusi gli occhi, godendomi quella sensazione.
Quando fui sul punto di addormentarmi sentii diversi rumori, come se qualcuno stesse dando colpi al soffitto, così pensai che fossero i vicini del piano di sopra e imprecai mentalmente.
I rumori cessarono per un minuto buono e fui nuovamente sul punto di addormentarmi, ma questa volta udii dei colpi più forti e realizzai che provenissero dalla portafinestra.
"Riccardo, se sei tu giuro che prendo la tua felpa bianca e te la brucio!" dissi fra me e me e mi alzai dal letto, spostando le coperte con uno scatto per quanto ero irritata.
Camminai verso la portafinestra e non appena vidi chi era la persona che aveva bussato insistentemente, cacciai un urlo: che diavolo ci faceva Mattia Ferra lì?!












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Lo so, adesso mi odierete.
Vi dico già che aggiornerò la prossima settimana, ho troppo da studiare in questo periodo.
Cercherò di farmi perdonare con un capitolo lunghissimo.
Ricordate di lasciare le stelline per supportare la storia e aggiungerla alla vostra Reading List

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Xoxoxo

Io e te. Il resto non conta.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora