Riccardo's Pov
"Ma quindi a che ora torna?"
Non fu nemmeno necessario mettere il soggetto e Jessica mi rispose.
"Alle sette e mezza circa."
Mi affrettai a guardare l'ora dal mio telefono, erano le 7:30 spaccate.
Perché non era già in casa a correre in bagno per lavarsi le mani e mettersi uno dei suoi stupidi pigiami dai colori che tra loro non azzeccavano nulla?
Beh, avevo intuito fosse ritardataria, ma non seppi perché, avevo il timore che le fosse successo qualcosa, anche se mi sentivo uno stupido-vecchio-ansioso.
Mi succedeva sempre, con chiunque io amassi.
Se Jessica diceva che alle dieci sarebbe arrivata e alle dieci e cinque minuti non arrivava, iniziavo a immaginarmi il suo funerale.
Era più forte di me.
Era difficile, per la mia persona, pensare che c'era traffico o si fosse fermata a parlare con una sua amica.
Era molto più facile pensare che le era per forza successo qualcosa.
Per questo evitavo sempre di guardare l'orologio, mi faceva solo pensare a gente morta.
Nell'esatto momento in cui andai nella nostra chat di whatsapp, per scriverle (nella quale c'erano perlopiù audio in cui ruttavo e lei mi diceva che facevo schifo), suonarono alla porta.
Tempismo perfetto direi.
"Sarà lei" disse tra sé e sé Jess e le andò ad aprire.
Biascicò un 'ciao' rivolto a entrambi e andò in camera sua, sbattendo la porta e ciò non era da lei: solitamente ero più io quello che faceva le scenate, quello che gesticolava come un vero italiano, solo io gridavo un 'mamma mia' per poi lanciare qualsiasi porta.
Tornai in camera mia e accesi la play e dopo aver perso tre volte di fila a un gioco violento e pieno di sangue, presi il mio telefono in mano.
—Che hai?— Le scrissi e vidi che il suo ultimo accesso era recente, ma non mi rispose.
Troppo difficile chiederglielo di persona, vero? È solo nella stanza di fronte alla tua.
Sentii il fruscio dell'acqua e immaginai che stesse facendo la doccia.
—Niente, perché?— Mi rispose dopo una ventina di minuti, che avevo passato a guardare il soffitto e le stelle fluorescenti, le quali avevo appiccicato due anni prima.
"Queste ti aiuteranno a non avere paura del buio." Mi aveva detto Jess, appena ero entrato nella mia nuova camera.
Non avevo mai avuto una camera tutta per me.
E non avevo mai avuto un genitore che mi comprava delle stelle da appiccicare al soffitto, perché avevo paura del buio.
Mi vergognavo tanto ad avere quella stupida paura, come mi vergognavo di temere ogni volta che qualcuno che amavo, morisse e non potessi fare qualcosa.
Mi ricordo tutte le notti passate in comunità senza chiudere occhio e senza che qualcuno potesse stendersi sul mio letto per assicurarmi, che quell'incubo, sarebbe finito presto.
Che un giorno non avrei più dormito su quel materasso così sottile, da avere la sensazione di dormire a terra.
Che entro poco avrei rivisto i miei genitori.
Che non avrei dovuto temere che il mio compagno di stanza mi strangolasse.
Ma io in realtà non lo temevo.
Io speravo che un giorno lo facesse, in modo da liberarmi da quel peso, finalmente.
Non ho mai avuto e non avrei mai avuto il coraggio di uccidermi, non era quello che volevo veramente.
Non lo sapevo nemmeno io a dirla tutta.
Volevo solo provare qualcosa, qualcosa che mi facesse sentire vivo, qualcosa che mi ricordasse che non fosse solo un incubo, ma la realtà vera e propria, in carne e ossa.
—Sei entrata in casa con un broncio che nemmeno Brontolo dei 7 nani sarebbe in grado di avere—
Misi a fianco al messaggio anche una faccina che rideva, quella sarebbe stata in grado di prendersela da quanto era permalosa.
Con Amanda era più facile farle mettere il muso che strapparle un sorriso, era sempre così seria e pensierosa; ma un suo sorriso valeva tutte le sue offese, la sua presunzione e tutte le frasi dette senza prima aver riflettuto messe insieme; le valeva perché era un sorriso sincero, perfetto, contagioso.
Un sorriso che sembrava conoscessi da una vita.
E se riuscivi a fare ridere Amanda, allora voleva dire che te lo eri meritato: dovevi meritarti tutto con lei.
—Sai che Andrès è nei paraggi— Mi rispose minuti dopo e per una frazione di secondo, pensai che stesse parlando di un ragazzo.
Ma invece parlava del suo ciclo e sinceramente avrei preferito mille volte che lo chiamasse in un altro modo, per non farmi venire certi infarti che fortunatamente duravano poco.
—Quando smetterà di sanguinarti la patata?—Digitai in automatico, non avrei potuto sopportare a lungo i suoi sbalzi d'umore.
—Non parlare così apertamente della mia patata!— La immaginai arrossire e scoppiai a ridere per il suo pudore.
—Non è un segreto dai, lo sanno tutti—
Continuai divertito per quella conversazione e lei mi lasciò il visualizzato.
Quando pensai che si fosse arrabbiata, entrò di colpo in camera mia con uno dei suoi pigiami ridicoli scoordinati: questa volta si trattava di una maglia viola a maniche lunghe più grande di lei e dei leggings azzurri.
"Bel pigiama." Mi scappò una risata.
"Grazie!" rispose indispettita e chiuse la porta di camera mia.
"Prego." Diedi due colpetti sul mio letto per farle segno di sedersi accanto a me e si avvicinò con passi pesanti, era visibilmente stanca.
Si sedette sul mio letto a peso morto e le molle del materasso cigolarono.
"Tanto non mi devo sposare!" Mi diede un piccolo calcio e intrappolai il suo piedino tra le mie mani.
"Ma quanto porti di scarpe?" Sorrisi per il suo piede piccolino, sembrava quasi giocattolo.
"Trentasei, hai qualche problema?"
"Sì." Le presi anche l'altro piede e la trascinai verso di me, in modo che si sdraiasse.
"Non ti conviene toccare i miei piedi, sono pieni di funghi e calli!"
Rise perché iniziai a farle il solletico sul tallone.
Ed erano tutt'altro che pieni di calli, erano morbidi e lisci, con uno smalto color avorio.
"Ma come fai?" domandò poco dopo, continuando ad abbracciare il mio cuscino; almeno avrei dormito tutta la notte con il suo odore sotto il naso.
"Come faccio a fare cosa?"
"A toccare i miei piedi, non ti fanno schifo?"
"No, sono una parte del corpo come un'altra."
E poi i suoi sembravano quelli di una bambina ed erano troppo teneri.
Quelli di mia nonna mi avrebbero fatto schifo ad esempio.
"A me appena dici la parola 'piede' vengono i brividi, da quanto mi fanno schifo." La sentii rabbrividire; le facevano veramente schifo dei piedi?
"Ah sì?" dissi e avvicinai il mio piede avvolto da una calza nera, sulla sua faccia.
"Che schifo!" Nascose la sua faccia sotto il cuscino e io continuai a cercare il suo volto con il piede.
"Smettila che puzzano pure!" Udii la sua voce ovattata dal cucino e scoppiai a ridere, ero sicuro che non fosse così, mi ero fatto la doccia il pomeriggio stesso e ovviamente avevo messo vestiti puliti.
"Com'è andata all'ospedale?" Sbucò fuori dal cuscino e per un momento non capii di cosa stesse parlando, ma poi mi ricordai della sera prima.
All'improvviso era diventata seria.
"Non ci siamo andati alla fine."
"Ma come?" Corrugò la fronte.
"Io e Marco abbiamo convinto Jessica che fosse una semplice allergia e siamo andati a prendere qualche cazzata nei distributori automatici di una farmacia."
"Ah, credevo di averti mandato all'ospedale!" Tirò un sospiro di sollievo e quando si accorse di quello che aveva detto, spalancò gli occhi.
"Sei stata tu a mettere il peperoncino sul mio cuscino!"
Quasi scoppiai a ridere e lei strabuzzò ancora di più gli occhi, se avesse continuato così le sarebbero usciti fuori dalle orbite.
"Non sei arrabbiato?" Divenne rossa in viso.
"Dovrei?" Inarcai un sopracciglio per la sua espressione buffa.
"Beh sì, io lo sarei."
"Eh, ma tu sei stupida." Mi arrivò il cuscino in faccia.
Lanciarmi i cuscini era diventato il suo hobby preferito.
"Non sai il sangue marcio che mi ero fatta!"
"Infatti se non ricordo male, ieri dovevi dirmi qualcosa, ma ero entrato Marco." Mi ricordai .
Ci avevo pensato a lungo a dire il vero, ma se glielo avessi detto si sarebbe creduta chissà chi.
Sa già di essere chissà chi per te.
"Volevo dirti proprio quello. E comunque mi dispiace che per colpa mia ti si è gonfiata la faccia, anche se non mi capacito del fatto che ti incazzi per i vestiti e non per questo."
Mi guardò contrita. Per la prima volta nella mia vita, mi ero considerato davvero brutto con quella faccia dell'uomo di pietra dei Fantastici Quattro.
In quelle condizioni nessuna ragazza mi avrebbe voluto! Ma i vestiti sarebbero stati la mia ossessione eterna, probabilmente.
"Perché diavolo hai messo del peperoncino sul mio cuscino?"
Era l'unico modo possibile per scatenare una reazione allergica del genere.
"Perché mi annoiavo."
"Quindi perché non mettere del peperoncino sul letto di Riccardo."
"Non farmi sentire ancora più stupida." Si coprì gli occhi.
"Almeno, ieri Jess mi ha riempito di attenzioni." Cercai di guardare il lato positivo.
"Che bambino viziato che sei." Portò le ginocchia al petto.
"Sarà – feci spallucce – e tu perché avevi il muso quando sei entrata?"
"C'è una ragazza della mia scuola che mi perseguita e l'ho incontrata da Starbucks – la incitai a continuare – e mi ha versato di proposito il suo frappé al cioccolato sulle tette."
Mi guardò con quegli occhioni espressivi e sembrò sorpresa; credeva mi sarei messo a ridere? E forse, se non lo avesse raccontato con quella voce incrinata, lo avrei fatto, ma in quel momento assunsi un viso imperturbabile.
"E per quale motivo?"
Solitamente le tipe facevano questo tipo di dispetti per competizione o per gelosia.
Non mi sarei stupito se qualcuno avesse provato invidia nei sui confronti.
"Non ne ho idea, lei crede che io voglia rubarle il ragazzo" disse vaga e capii che non voleva entrare nei dettagli.
"E tu che hai fatto?" Mi sistemai meglio sul letto, facendo traballare il materasso.
"Ho preso il suo stupido dolce dal vassoio e gliel'ho spalmato in faccia." Rise al pensiero e io mi stupii, non pensavo ne avrebbe avuto il coraggio.
(Anche se in fondo sapevo che lei odiava fare la cattiva, perché effettivamente non lo era.)
"Brava Amandina! Mai i piedi in testa!" Feci finta di volerle dare il cinque, ma al posto della sua manina, colpii la sua fronte.
"Ma te le cerchi proprio! Avrei dovuto metterti il peperoncino direttamente in faccia, non sulla fodera del cuscino!" Incrociò le braccia al petto.
"Non lo faresti mai sapendo che mi provoca allergia – dissi sicuro di me e lei serrò le labbra – vuoi vedere una cosa strafiga?"
Cambiai totalmente discorso, non appena mi venne in mente una cosa stupida da fare.
"Certo" rispose ingenuamente.
Mi alzai, andai a spegnere l'interruttore della luce e abbassai completamente le tapparelle.
"Wow, non vedo nulla!" Commentò sarcastica.
A tastoni cercai il mio letto e mi sedetti rivolto verso la finestra.
"Stai seduta verso la porta." Le intimai e sentii la sua schiena sfiorare la mia.
"E adesso?" Mi domandò con un filo di voce.
Perché si fidava così tanto di me? Beh, con me faceva bene, ma non tutti avrebbero avuto buone intenzioni con lei e non sarebbe stata in grado di capirlo subito, era troppo ingenua.
Avrebbe dovuto esitare, ma non lo fece.
"Adesso guarda il soffitto."
Lo feci anche io e sentii la sua nuca contro la mia.
"Wow, le volevo anche io da bambina." Si riferì alle mie stelle appiccicate sul soffitto, con accanto il sole e la luna.
"Altro che le stelle del mare alle tre del mattino." Scherzai e la immaginai sorridere.
"Già – sospirò – perché hai delle stelle appicciate sul soffitto?" domandò dopo un po'.
Non sembrò divertita, voleva dire che mi stava prendendo sul serio.
"Perché a quindici anni avevo ancora terribilmente paura del buio." Volli ridere, ma non ci riuscii, anche perché io sapevo cosa c'era dietro a una semplice paura.
"Io invece ho paura del mare mosso." Si sentì di dire qualcosa per non farmi sentire uno stupido ragazzo che aveva una stupida paura, che solitamente avevano i bambini di cinque anni e non di quindici.
"Basta solo che non entri in acqua quando il mare è mosso, no?"
"E tu basta che spegni la luce quando stai per addormentarti."
"Ma per buio non si intende sempre il buio che vedi."
"E per mare in tempesta non si intende solo acqua in movimento."
Quella conversazione stava sprofondando più del dovuto, ma non me ne preoccupai più di tanto.
"Allora dimmi cosa ti piace."
Cercai di non fare completamente un discorso in bianco e nero e mi sdraiai.
"Di cose che mi piacciono ce ne sono veramente poche, inizia tu." Si sdraiò anche lei e sentii i suoi capelli solleticarmi la guancia.
"Ma come? Ci sono tante cose belle!" Tentai di nuovo di far spuntare un arcobaleno, ma lei distrusse ancora una volta tutto, con un fulmine.
"Ma anche tante cose brutte."
Chissà a cosa diavolo si riferiva di preciso.
"Che ne so... il Natale? Non ti piace?"
"Assolutamente no."
"La neve?"
"Tantomeno."
"La primavera?"
"Per carità di Dio!"
"Adesso dimmi perché non ti piace nessuna di queste cose!"
Come faceva a non amare il Natale?
Chi è che non lo amava?
"Il Natale è una stupida festa in cui sei obbligato a vedere parenti che non vedi mai e fingere che ciò che ti regalino sia bello, la neve mi ha fatta scivolare centinaia di volte, facendomi fare figure di merda terribili, e in primavera piove e come ti ho già detto, odio il picchiettio della pioggia, anche perché mette angoscia."
Non le trovai ragioni valide.
"Beh, ma il Natale si passa in famiglia e..."
"Io non ho più alcuna certezza di chi sia la mia famiglia, non so chi sia papà e senza un membro della famiglia non si può definire tale." Sentii la sua voce fratturarsi sempre di più, ma la mascherò bene inscenando un colpo di tosse.
"Ma siamo io, Marco e Jess la tua famiglia" dissi senza collegare la bocca con il cervello e me ne pentii immediatamente.
Che razza di stupidaggine avevo detto?
Adesso mi considererà inquietante per tutta la vita.
Chi al mondo si sognava di dire una roba del genere a una persona che conosce da poche settimane?
Tu a quanto pare.
"A volte lo penso veramente anche io, penso che vorrei una famiglia come la vostra."
Immaginai la sua fossetta formarsi a causa di un sorriso e sorrisi anche io.
Almeno non era stata zitta e non era scappata via per l'imbarazzo.
Non l'avrei biasimata.
Secondo me provava semplicemente gusto a odiare tutto ciò che gli altri amavano, il motivo glielo avrei chiesto un'altra volta; quello che ci eravamo detti quella sera, era così grosso che non ci sarebbe stato in camera mia, probabilmente avrebbe raggiunto camera sua, il soggiorno e tutto il resto della casa.
"Riccardo." Mi chiamò dopo una manciata di minuti, nei quali ero rimasto immobile siccome credevo si stesse per addormentare.
"Dimmi."
"Non voglio tornare in Argentina, voglio trasferirmi definitivamente qui."
Non risposi, lasciai vagare quella frase in tutta la stanza finché non raggiunse la mia testa.
"Menomale" sussurrai così piano, che dubitai mi avesse sentito.
Era uno di quei momenti che vorresti che non finisse mai, che durassero all'infinito.
Quei momenti da film nei quali l'atmosfera è quella che c'è al planetario e nessuno osa fiatare.
"Non so come a quindici anni puoi trasferiti in un altro Paese dal nulla, ma so che troverai un modo."
Paradossale come prima non volessi condividere né la casa, né i miei genitori con nessun altro al mondo e ora se mi avesse detto che a breve sarebbe ripartita, mi sarei sentito disorientato.
Un po' come quando sogni di cadere da una sedia e ti svegli immediatamente a causa di quella sensazione orribile; hai paura di cadere di faccia, non puoi muoverti, ma lo fai nella realtà.
"Cavolo, per colpa di quella stronza devo studiare, non sono riuscita a farlo da Starbucks!"
"Dopo ci penserai, adesso rilassiamoci."
E per la prima mi addormentai sul mio letto, con una ragazza, senza averci fatto sesso.
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Io e te. Il resto non conta.
Fiksi Remaja[IN FASE DI REVISIONE] Nella tranquilla cittadina di Adrogué, la vita di Amanda, una ragazza appena uscita dalla sua quinceañera, sta per prendere una svolta inaspettata. Dopo aver scoperto che l'uomo che ha sempre chiamato padre non è tale, Amanda...
