"Tutto bene?" La voce di Riccardo mi risvegliò dal mio stato di trance e per avere un'ulteriore conferma del fatto che non stessi sognando, sbattei diverse volte le palpebre, ma niente: Mattia continuava a essere là fuori con un'espressione sempre più irritata.
Ma che diavolo ci faceva Ferra davanti alla mia portafinestra?
Vagli ad aprire e lo scoprirai
Che idea geniale, veramente.
"Mi sto preoccupando..." Bussò insistentemente Riccardo.
"Ehm... ho visto un ragno schifosissimo!" Inventai la prima scusa che mi venne in mente.
"Ma se camera tua è un museo e la pulisci sempre, com'è possibile che..."
"Non lo so, c'era un ragno e basta! Adesso vattene che devo dormire!" Sbottai interrompendolo, ancora sotto shock per la presenza di Mattia, che intanto stava assistendo a tutta la scena.
Non avrei mica potuto dirgli 'hey c'è un ragazzo della scuola con cui ho parlato una volta e mezza, fuori dalla porta finestra e mi ha sorpreso!'
"Okay, stai calma!" Sentii i suoi passi pesanti dirigersi in camera sua e quando sentii la sua porta chiudersi, andai finalmente ad aprire quella cavolo di portafinestra.
"Ciao." Lo salutai, ma uscì più come una domanda che come un saluto.
"Sono così spaventoso?" Mi domandò per metà serio e per metà divertito.
Lo guardai interrogativa e lui si spiegò.
"Perché hai cacciato un urlo?" Quasi rise.
In effetti il vetro della porta-finestra non era poi così spesso, anzi, era fin troppo sottile, quindi dedussi che avesse sentito anche la conversazione mia e di Riccardo.
"Stavo dormendo..." Indicai la mia tuta, che grazie a Dio, quel giorno non era di colori non abbinati. "E quindi... – accidenti, ma era così difficile parlare? – quindi niente, appena mi sveglio non capisco nulla." Risi stropicciandomi gli occhi e lui abbozzò un sorriso.
Ma nemmeno lui era messo meglio eh, era anche lui in tuta e pure... in ciabatte?
Okay che abitava di fronte, ma non gli si sarebbero ghiacciati i piedi in questo modo?
"Ho notato" disse ironico.
Al posto di prendermi in giro inizia a scusarti per avermi svegliata!
"Come mai qua?" Mi svegliai del tutto e lo incitai a entrare, anche perché essendo solo in tuta, rischiavo di congelare.
"Carina camera tua." Commentò, non rispondendo alla mia domanda e perlustrò ogni angolo.
L'aggettivo carino mi era sempre sembrato un insulto travestito da complimento, ma cercai di non mostrarmi irritata e lo invitai a sedersi sul mio letto.
"Sono solo venuto per darti questo." Tirò fuori dalla tasca il mio adorato portachiavi.
Quasi lo abbracciai e scoppiai a piangere per la disperazione; quando stavo tornando a casa da scuola, mi ero accorta che il portachiavi che avevo agganciato alla cerniera della tasca più grande del mio zaino, non c'era più.
Così avevo cercato ovunque in macchina, sotto il sedile, nelle mie tasche, nel cruscotto, ovunque avessi potuto, ma niente, mi ero arresa all'idea di averlo perso all'uscita da scuola o direttamente a scuola.
Me lo aveva regalato mamma.
E nonostante fossi furibonda con lei, rimaneva comunque mia madre; ormai l'unica cosa che mi teneva collegata a quest'ultima, era quel piccolo portachiavi con la bandiera dell'Argentina.
La chiamavo quasi tutte le sere, eppure sentivo che qualcosa fosse cambiato.
Ogni giorno mi svegliavo con il timore di trovarla in camera mia, che mi dicesse che era tutto uno scherzo o che mi avrebbe obbligata a tornare a casa con lei.
Oppure avermi distante l'aveva fatta riflettere: si era accorta che era meglio la vita senza figli ed era stato un sollievo che mi fossi trasferita in Italia.
Una volta avevo letto di uno studio che affermava che le coppie senza figli rimanevano insieme più a lungo e che la loro vita era meno stressante.
Magari mamma non aspettava altro che liberarsi di me: d'altronde ero una ragazzina capricciosa, che le rendeva la vita difficile dal momento che non andava d'accordo con il marito, insolente, ribelle e drammatica.
Sì, era questo il motivo per il quale mi aveva concesso questa nuova vita.
"E dove l'hai trovato? – domandai prendendoglielo dalle mani – l'ho cercato come una matta!"
"All'uscita, quando ti ho sorriso e tu mi hai guardato male." Cercò palesemente di farmi pesare l'ultima frase, ma non ci riuscì, almeno, non lo diedi a vedere.
"E perché avrei dovuto sorriderti anche io? Ogni volta che io ti salutavo nei corridoi ti giravi dall'altra parte."
"Io non ricordo di averti mai vista." Scosse la testa e io lo guardai scettica.
Era impossibile, delle volte il suo sguardo cadeva sul mio per più di tre secondi e lui in questo lasso di tempo non si era accorto che fossi io?
Certo, almeno avrebbe potuto inventarsi una scusa migliore!
"Ah no?" domandai retorica.
"Giuro." Mi guardò impassibile e mi convinse, magari ero sempre io che vedevo le cose più grandi di quanto lo fossero, come al solito d'altronde.
Juan mi diceva sempre che di un granello di sabbia, ne facevo un masso enorme e in parte aveva ragione; certe volte iniziavo a litigare con chiunque solo per il gusto di farlo, quando in realtà, non c'era un motivo valido.
Nemmeno io comprendevo questo aspetto del mio carattere, ma di certo avrei fatto di tutto per migliorarlo.
"Avresti potuto darmelo appena ci saremmo visti a scuola."
"Stai scherzando? Siamo vicini di casa, guarda!" Mi indicò le sue ciabatte e accennai un sorriso.
"Comunque grazie tante." Tirai un sospiro di sollievo.
"Di niente." Si alzò dal mio letto e le molle cigolarono.
Fece per andarsene ma poi si girò all'ultimo.
"Penso che comunque potremmo vederci più spesso – eh?! – andiamo nella stessa scuola, abitiamo l'uno di fronte all'altra e abbiamo amici in comune."
"Amici in comune?"
Probabilmente sapeva a malapena il mio nome (forse nemmeno quello) e aveva in mente le mie amicizie?
"Samantha per esempio." Alzò le spalle.
Samantha mi aveva detto il contrario.
"Comunque sì, perché no." Lo guardai diffidente e lui mi sorrise.
Qualcosa non torna
"Anche questa volta non mi sorriderai?" Si morse il labbro inferiore, ma non cedetti, mi sembrò quasi una trappola.
"Valuterò se mi starai simpatico." Lo accontentai con un sorriso sghembo.
"Okay, ci vediamo questa sera al Life, allora." Mi salutò con un bacio sulla guancia e appoggiò la sua mano fredda sulla mia schiena.
Rabbrividii immediatamente e percepii le guance rosse.
"Scusa, dov'è che ci vediamo?"
"Non vai in discoteca questa sera?" Si stupì.
"A quanto pare no, ci vediamo lunedì a scuola." Tagliai corto per il troppo imbarazzo.
"Okay – sospirò – a lunedì" disse e se ne andò.
Solo dopo due minuti buoni (passati a guardare il vuoto) chiusi la porta-finestra.
Tutto ciò mi sembrava alquanto strano e allo stesso tempo fuori dalle mie aspettative.
Mattia Ferra voleva essere mio amico?
Cioè, ci avevo appena rinunciato e quindi spunta sotto casa mia e mi dice che vuole conoscermi meglio?
Era uno scherzo del destino o cosa?
Almeno questa volta non avevo fatto la figura della stupida ed ero rimasta con i piedi per terra: più non mi facevo aspettative, meno sarei rimasta delusa.
Misi il portachiavi dentro la tasca più piccola del mio zaino e mi infilai di nuovo sotto le coperte, invano, dato che non riuscii più a prendere sonno.
Guardai il soffitto nero opaco e mi immaginai il buio di una notte di dicembre, nelle quali è difficile vedere un blu, ma è più comune un nero violaceo.
Riccardo mi aveva confessato di avere paura del buio, di quel colore.
Perché a quindici anni anni era in comunità? Per finirci, da quel ne sapevo, c'entrava la gravità del livello di compromissione del sistema familiare, ciò significava che di sicuro non aveva avuto una bella esperienza con la sua famiglia biologica.
E non solo.
Perché Jessica le prime volte l'aveva minacciato per la questione dei farmaci?
Chi prende farmaci non sta bene.
Sagace la ragazza
Un quindicenne che aveva paura del buio, che era stato in una comunità per chissà quanti anni, teoricamente doveva prendere farmaci ed era possessivo con qualsiasi cosa gli appartenesse.
Aspettavo che fosse lui a parlarmene.
Quel giorno sarebbe arrivato?
Era soltanto un ragazzino esuberante?
Avevo paura di conoscere la verità?
"Sei morta?" Uno scalpiccio mi fece cadere dal letto a causa dello spavento repentino e fui sicura che il mattino dopo mi sarebbe spuntato un livido gigante sul fianco destro.
Senza curarmi di rispondere a Riccardo, con passi svelti e pesanti, aprii la porta.
"Ma dico, sei impazzito?!" sbraitai, lasciando scivolare le braccia sui fianchi: riusciva sempre a farmi prendere un infarto!
"Hey, perché ti agiti così tanto?!" Fece un passo all'indietro alzando le mani in segno di resa, come se da un momento all'altro lo avrei ammazzato di botte e quello era l'unico modo per farmi calmare.
"Sono caduta dal letto per colpa tua!" Gesticolai e sicuramente lo sapeva pure, perché quando ero caduta, avevo fatto un tonfo assurdo e avevo giurato di sentirlo ridere.
Massaggiai il fianco dolente e cercai di calmarmi.
"Sono le sette di sera, Amy." Tirò fuori dalla tasca sdrucita dei suoi pantaloni, il suo telefono e mi rivolse lo schermo che indicava le 19:03.
Quindi ero rimasta a fissare il soffitto per ore?
"E che vuoi da me!"
"Che ti prepari così usciamo!"
"Ricky, ma ti ho detto che devo studiare." La mia voce si placó e il mio sguardo pure.
"Ma è venerdì sera! Anche i vecchi escono!Suvvia." Fece per afferrarmi dal braccio ma mi opposi, appoggiandomi allo stipite della porta.
"Ho tanto da studiare" dissi la verità e lui mi guardò scettico.
"Dai, studi sabato pomeriggio o domenica!"
"Sabato pomeriggio non posso proprio e nemmeno domenica."
"Che devi fare?" domandò, con un pizzico di cipiglio negli occhi.
Non lo sopportavo quando faceva così!
"Devo uscire con una mia amica." Alzai gli occhi al cielo e lo sorpassai, per andare in cucina e prendere un po' di ghiaccio.
"Un' amica o un amico?" Mi tallonò fino al frigo, nemmeno fosse stata la mia ombra!
"Amica, sturati le orecchie!" Ribadii indispettita, alzandomi in punta di piedi per prendere il ghiaccio nel freezer.
"Cavolo!" Imprecai, quando lo sfiorai: era troppo in alto.
"Hai bisogno di aiuto?"
"No!" Continuai ad allungare le braccia più che potei, senza successo.
"Scommetto che non ce la fai."
"Sei sicuro?" Appoggiai i piedi a terra e sciolsi i muscoli delle braccia.
"Sicurissimo. Se ce la fai, cucinerò io e se non sarà così, cucinerai tu." Stabilì e io accettai senza pensarci due volte.
Mi arrampicai sul lavello, con moltissima cauzione e mi alzai in piedi.
"Ma che fai ?" Non mi presi l'impegno di considerarlo.
Aprii lo sportello e afferrai il ghiaccio, cercando di rimanere in equilibrio, ma non ebbi paura di procurarmi un altro livido: se avessi perso l'equilibrio, Riccardo mi avrebbe preso al volo e non mi sarei fatta nemmeno un graffio.
"Spero che tu abbia in mente un bel menù per stasera." Annunciai boriosa, scendendo con l'aiuto di una mano e appoggiai il ghiaccio sul fianco, sentendomi le mani andare in fiamme.
"Guarda che devi metterci una straccio, stupida, altrimenti ti cadono le dita!"
Afferrò uno straccio di stoffa e ci avvolse il ghiaccio, per poi poggiarlo delicatamente dov'era prima.
"Tra un'ora voglio tutto pronto!" Ignorai il suo insulto e tirai le sue guance per ringraziarlo.
"Hai le mani fredde" disse con voce attutita (a causa delle mie mani) e infastidita.
"Lo so."
"Perché non vuoi uscire con me stasera?" domandò, continuando a tenere il ghiaccio appoggiato sul mio fianco.
"Te l'ho già detto, non è che non voglio, è che non posso perché devo fare i compiti" ribadii, lasciando in pace le sue guance.
"E allora non farli!" disse lui, con il tono di chi ha risolto il problema della fame nel mondo.
"Ma come?! – afferrai il ghiaccio e lui si mise le mani in tasca – come faccio allora? Ho un tema da fare, due pagine di mate e studiare duecento vocaboli! Domani mattina mi sveglierò alle undici se non più tardi perché è da tutta la settimana che mi sveglio alle sei, dovrò prepararmi subito per uscire e dopo essermi vista con Sam dovrò passare tutta la serata con te." Feci una pausa per prendere fiato. Domenica mi sveglierò di nuovo tardi e dopo mi aspetteranno cinque ore di lavoro, tornerò a casa la sera per mangiare e se me lo permetterai sarò stanca." Conclusi il monologo.
"Fa come vuoi allora."
"Muoviti a cucinare – aprii il mobile dei biscotti e ne presi un pacco – tanto usciamo sabato sera." Iniziai a sentirmi un po' in colpa.
Mi ignorò e andò in cucina, armeggiando con pentole e scola pasta; meglio così, non mi sarei dovuta far convincere per nessun motivo perché sapevo che me ne sarei pentita.
Appoggiai di nuovo il ghiaccio sul fianco e mi diressi in camera mia.
"E comunque, perché mangi i biscotti se ora si cena!" sbraitò.
"Sono affari miei!"
Una volta arrivata in camera mia sbattei forte la porta dietro di me, con l'aiuto del dorso della mano.
Sapeva essere davvero insopportabile!
Aprii il pacco di biscotti con l'aiuto dei denti e una volta aperto, afferrai un cuoricino al cioccolato e lo divorai.
In quell'esatto momento partì la suoneria del mio cellulare e lessi che era Sam.
"Hey" risposi ancora con la bocca piena.
"Stai cenando?" Mi domandò divertita, probabilmente a causa del mio tono ovattato.
"Non proprio." Deglutii avidamente e presi subito un altro biscotto.
"Che fai questa sera?"
Era d'obbligo fare qualcosa il venerdì sera?
"Devo studiare, abbiamo una marea di cose da fare per lunedì, dovresti saperlo." Ripetei un po' irritata, era circa la quinta volta che lo dicevo.
"Sei stupida?" Scoppiò a ridere e mi infilai un altro biscotto in bocca.
"Che ho detto!" Vidi di sfuggita alcuni pezzi di biscotto uscire dalla mia bocca; ecco perché non bisognava mai parlare con la bocca piena!
"Ricordi cosa faremo lunedì?" Feci mente locale, ma non ricordai niente di particolare, così la incitai a continuare.
"Siamo a fare le prove atletiche al Parco Vitto, tutta la mattinata, mercoledì hai pure portato il foglio di adesione."
Lo stress stava sfociando in Alzheimer.
"È vero!" Mi misi una mano sulla fronte e mi sdraiai sul letto, rimanendo con le gambe a penzoloni.
"Quindi questa sera vieni in discoteca con me?" Mi domandò speranzosa.
"Non credo Sam... ti faccio sapere."
Non volevo lasciare Riccardo in aria, soprattuto se avessi effettivamente potuto evitarlo, dato che lunedì non avrei fatto lezione.
"Okay, fammi sapere almeno entro le nove."
"Anche prima." Le assicurai e piombò nella mia mente la cosa che avevo intenzione di dirle da tutto il pomeriggio.
"Sam, non sai cos'è successo!" Misi il telefono tra la spalla e l'orecchio, sedendomi a gambe incrociate e sistemando meglio il ghiaccio.
"Questa frase l'ho già sentita! E l'ultima volta c'entrava Ferra, dimmi che questa volta..."
"È venuto sotto casa mia!" strillai come una dodicenne, interrompendola.
"Ehh?!" Dovetti allontanare il telefono dall'orecchio per quanto aveva pronunciato quel 'eh?' così forte.
"Hai capito bene." Chiusi il pacco di biscotti e lo appoggiai sul pavimento.
"E cosa ci faceva sotto casa tua?"
Le raccontai brevemente la faccenda.
"Mi sembra molto strano." Constatò lei, dopo un breve silenzio.
"E perché?" La sua affermazione mi demoralizzò, anche se era la prima cosa che avevo pensato anche io.
"Ferra non fa mai niente per caso, avrà un interesse e di sicuro non è quello di avere una cosa seria con te. Faresti bene ad ascoltarmi Am." Mi consigliò severa e io annuii.
"E va bene, ti darò ascolto." asserii e la udii sospirare.
Mi fidavo sia del mio istinto e sia di ciò che Sam continuava a ripetermi da tempo, anche se però (in fondo) qualcosa mi diceva che erano solo paranoie.
"È pronto!" gridò Riccardo, con una voce così buffa, che scoppiai a ridere.
"Arrivo!" urlai di rimando, almeno aveva smesso di fare l'antipatico.
"Ci sentiamo dopo" disse Sam, aveva sentito tutto.
"Ti faccio sapere tra un po'." La salutai e agganciai.
"Comunque non ti preoccupare, esco con Gaia" parlottò, quando mi sedetti di fronte a lui e quasi mi andò di traverso la sua stupida pasta salata e per giunta scotta!
"E chi sarebbe?" domandai infastidita, infilzando i rigatoni con la forchetta.
"L'hai anche conosciuta, c'era anche lei quella volta al Victor King." Masticò, guardandomi negli occhi.
Ah, adesso ho capito: la bionda gatta morta seduta sopra le sue gambe.
"Beh, come faccio a sapere che si chiama Gaia?" chiesi riluttante e lui inarcò un sopracciglio.
"Gelosa?"ghignò.
Bella battuta Rik, veramente.
"Non sono psicopatica come te." Non gliela diedi vinta, anche perché io avevo scoperto che non avrei dovuto studiare e quindi volevo uscire con lui; e invece no, aveva chiesto subito ad altri.
Giustamente
Giustamente proprio niente!
"Non sono psicopatico" disse con la bocca piena e se non fossi stata irritata, avrei riso.
"A che ora te ne vai?"
"Vuoi dare una festa?" Mi chiese serio e io gli lanciai della mollica trovata sparsa sul tavolo.
"Quanto sei stupido!" Scossi la testa: se avesse saputo che sarei andata in discoteca si sarebbe messo davanti alla porta, a costo di non farmi uscire.
"Per tua informazione tra venti minuti."
"Comunque devi imparare a cucinare, la pasta faceva davvero schifo" dissi schietta e lui scoppiò a ridere.
"Fanculo!" Mi lanciò il suo tovagliolo accartocciato e risi anch'io.
"Dico sul serio! Non voglio dovermi subire orrori da gustare, ogni volta che rimarremo da soli a casa e dovrai cucinare tu." Scherzai e lui alzò gli occhi al cielo.
"Adesso non esagerare!"
Portò entrambi i piatti (il mio mezzo pieno e il suo vuoto) sul lavandino, almeno mia zia lo aveva educato bene.
"Quando arrivi non fare casino, che ho davvero tanto sonno." Inventai la prima scusa che mi venne in mente: se fosse entrato in camera mia durante la notte (dato che non bussava) non avrebbe trovato nessuno e mi avrebbe ammazzata il mattino dopo.
"Ma non avevi dormito di pomeriggio?" Continuò a sparecchiare e mi alzai diretta in camera, ci avrei messo tanto tempo per prepararmi.
"Sì ma dopo aver studiato... sarò stanca – dissi convinta, ormai girata di spalle – buona serata allora." Gli augurai imperterrita e lui mi salutò con un semplice 'ciao'.
Mandai subito un messaggio a Sam e lei mi rispose che alle dieci ci saremmo incontrate davanti al pianoforte di Porta Nuova, ormai il nostro punto di incontro.
Iniziai a tirare fuori dall'armadio gli unici vestiti decenti che avevo e alla fine optai per un vestito aderente nero che mi arrivava fino a metà coscia.
Uscii in giardino e presi le mie Adidas bianche, anche se avrei voluto mettere delle scarpe con il tacco.
(Alla fine io andavo in discoteca per ballare e divertirmi; con i tacchi sarebbe stato tutto limitato.)
Appena udii la porta d'ingresso chiudersi, mi fiondai nel box doccia e ci stetti il meno possibile, avrei ritardato altrimenti.
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Io e te. Il resto non conta.
Fiksi Remaja[IN FASE DI REVISIONE] Nella tranquilla cittadina di Adrogué, la vita di Amanda, una ragazza appena uscita dalla sua quinceañera, sta per prendere una svolta inaspettata. Dopo aver scoperto che l'uomo che ha sempre chiamato padre non è tale, Amanda...
