Capitolo 26

36 6 0
                                        


"No aspetta... – guizzai seduta – che cosa?!"
"Cioè , credevo fosse lei..."
Le mie orecchie furono in grado di udire tutta la sua amarezza, anche se non capii di chi stesse parlando.
"Che stai dicendo? Sei ubriaco? Chi hai visto?"
"Forse, non lo so – per svariati secondi udii solo i suoi respiri regolari – è meglio che vada a dormire." Sospirò pesantemente.
"Giura che stai bene e che sei al sicuro."
"Lo giuro" disse con un filo di voce e subito dopo udii un tonfo, probabilmente si era buttato sul letto.
"Buonanotte." Mi sdraiai anche io.
"Tu non te ne andrai, vero?"
"E dove dovrei andare?" Mi venne da sorridere, per quella innocente domanda.
Quando andavo all'asilo chiedevo ogni giorno a mia madre se sarebbe venuta a riprendermi e nonostante lei me lo giurasse, non ci credevo mai fino in fondo; ogni volta dovevano intervenire le maestre per staccarmi da lei e tranquillizzarmi.
"Che ne so, magari in un posto lontano, così lontano, che non riusciresti a tornare più da me."
"L'Argentina è lontana, tanto lontana – osservai – ma in ogni caso riuscirei a tornare in Italia da te."
"Stai prendendo in considerazione l'idea di andartene?" Si allarmò.
Okay, era ubriaco.
"Non ho detto questo..."
"A me sembra di sì!"
"Certo che no – lo rassicurai suffragante – in ogni caso ci ritroveremo sempre."
"Ma però – mi morsi la lingua per non correggerlo – lo prometti?"
Che senso aveva la parola umana?
Che senso avevano le promesse e i giuramenti da parte di un uomo, se quando si esce di casa, non si ha alcuna garanzia di fare ritorno?
Che senso ha giurare sulla tua vita, se sei pronto a tradire come niente?
Che senso ha che gli altri promettano, se dietro la loro schiena incrociano le dita?
"Te lo prometto."
Rischiai con quella frase, non se lo sarebbe ricordato il giorno dopo.
Una cosa era certa: quando promettevo, avrei fatto di tutto per mantenere la mia parola, anche se si fosse trattato di una promessa fatta a cinque anni.
Juan lo diceva sempre: una promessa è una promessa. E sì, io gli avevo promesso che sarei tornata e un giorno lo avrei fatto.
"Okay, adesso posso andare a dormire tranquillamente – sogghignò – buonanotte pazza." Mi salutò con quel nome insolito.
"Buonanotte." Lo salutai anche io e feci per agganciare.
"Aspetta, aspetta!" La sua voce si ridestò.
"Che c'è? Sei davvero insopportabile da ubriaco, sai?"
"Non sono ubriaco – si offese – mi vuoi bene?"
"Certo che te ne voglio e se anche tu me ne vuoi, affronta i problemi e racconta tutto a Jess, mi hai messa nei guai."
"Hai mantenuto il segreto, vero?" domandò ombroso.
"Avevi dubbi?"
Non mi offesi solo per il fatto che ero stata sul punto di sperperare tutto, quindi non meritavo a pieno di considerarmi una persona fedele.
"Okay, 'notte."
Aspettai che agganciasse e posai il telefono a terra.
Dovevo assolutamente dirlo a Jessica.
Le avevo assicurato che le avrei detto qualsiasi cosa riguardo Riccardo, malgrado tutto.
Avrei dovuto smetterla con le promesse, adesso ero in un bel guaio.

"Buongiorno ragazzi."
Come faceva un giorno della settimana qualsiasi, a traumatizzare così tanto?
"Non ne posso più." Manuel si accasciò sul banco, come al solito ormai.
"Io nemmeno."
Mi stropicciai gli occhi che non avevo truccato apposta, forse più per mancanza di tempo che per paura di rovinare il trucco.
"Come ogni anno faremo un viaggio studio – a quella frase mi sedetti composta – questa volta staremo via per una settimana."
"Dove andremo?" Intervenne l'oca di Megan.
"Londra" rispose la De Luca, mettendosi gli occhiali con uno sguardo torvo: già, non la sopportava nemmeno lei.
Subito ci fu un'esclamazione generale e qualche fischio da parte dei pochi ragazzi presenti in classe tipo Manuel, mentre io non potei fare a meno di girarmi verso Samantha.
"E quali sarebbero le date?"
Questa volta intervenne il fidanzato dell'oca.
"L'ultima settimana di marzo."
Tutti batterono le mani scaltri e io non feci altro che sbuffare e guardare storto i miei compagni; okay saremmo andati a Londra, ma non c'era bisogno di fare tutto questo casino alle otto del mattino!
"Entro domani voglio un foglio con le conferme di chi verrà e chi no, intesi? Parlate con i rappresentanti."
"Pensi di andare?" In mezzo a tutto quel brusio quasi non fui in grado di sentire la voce di Manuel.
"Non lo so." In realtà risposi senza pensarci: molto probabilmente ci sarei andata, ma ero così assonnata che non sarei riuscita a fare un discorso che avrebbe avuto senso.
"E tu?" domandai di rimando, per non sentirmi la vecchia bisbetica di turno.
"Sì, penso che ci andrò."
"Okay, smettetela di fare baccano e iniziamo a fare lezione." Ingiunse la professoressa.
Estrassi dallo zaino il libro e il quaderno, facendo attenzione a non spiegazzare le pagine.
"Oggi parleremo del..."
La mia mente non fu in grado di ascoltare una parola in più.
Riuscivo a pensare solo a Riccardo e alla chiamata notturna di quel sabato.
'Ho visto..., cioè, credevo di averla vista.'
Cosa voleva dire?
Che aveva visto qualcuno di importante o che aveva fumato un bel pò di erba?
La mattina seguente avevo aspettato mi richiamasse, ma niente, il mio contatto continuava a essere bloccato e non era possibile richiamare il numero privato.
Mi stropicciai gli occhi e mi sforzai di mantenere la concentrazione, ma quando suonò la campanella mi accorsi che ancora una volta, per tre quarti d'ora, la mia mente aveva girovagato chissà dove.
"Continuiamo domani – anche la professoressa tirò un sospiro – vi assegno il cento undici di pagina trentaquattro."
Appuntai gli esercizi velocemente e richiusi il diario con uno scatto.
"Ti va un caffè? Tanto il professore di religione tarda sempre di un quarto d'ora, se non di più."
Samantha apparve davanti al mio banco.
"In realtà volevo proporglielo io" borbottò il mio vicino di banco, con tono stizzito.
"Stai calmo." La mia migliore amica alzò le mani in segno di resa e tornò al suo banco.
"Andiamo?" Manuel mi sorrise debolmente.
"Andiamo, sì."
Mandai un bacio volante a Sammy, che fece finta di prendere al volo, e non mi sentii più in colpa per non essere andata con lei alle macchinette.
Pensai che iniziasse a essere gelosa di Manuel.
Eravamo sempre insieme, a dire il vero io, Christian, Manuel e Sam eravamo sempre insieme. Ma adesso Christian e Sam non si parlavano più e Sam mi voleva tutta per sé.
"Allora Am, che mi racconti di bello?"
Glielo dico o non glielo dico?
"Credo di essere fidanzata con Mattia Ferra."
"Che cosa? – si parò in mezzo al corridoio –come, quando, da quanto?"
"È un casino da spiegare. Come? Abita di fronte a me, quindi è nato tutto quanto per questo, più che altro. Quando? Dall'inizio della scuola. Da quanto? Da poco."
"Non mi sembri molto contenta. Sbaglio o era il tuo sogno?"
Finalmente arrivammo davanti alla macchinetta del caffè.
"Tu quale prendi?"
Diedi un'occhiata fugace alla macchinetta, nonostante conoscessi a memoria tutti i tipi di caffè.
"Mocaccino" risposi infine e mi sedetti sulla panca che c'era contro al muro.
Quando i caffè furono pronti, si sedette di fianco a me.
"Lo è infatti. Ma mi sembra tutto troppo bello per essere vero, non penso mi voglia sul serio."
"Ascolta Amanda, c'è una cosa che mi sembra giusto tu sappia."
Una ridda di pensieri pervase la mia mente: poteva trattarsi di qualsiasi cosa.
Eppure non riuscivo proprio ad immaginare chi centrasse.
Io? Lui? Mattia? Sam?
"Dimmi pure." Lo guardai negli occhi imperturbable, fiduciosa che non dovesse dirmi nulla di grave.
"Vi ho sentiti ad Halloween. Ho sentito quello che vi dicevate."
Mi sforzai con tutta me stessa di ricordare o di capire perlomeno a che cosa si riferisse.
"Ero nel cunicolo affianco, io Sam e Christian ci eravamo divisi e ho sentito tutto. Lui è davvero innamorato di te, Am. Ha detto che nessuno lo porterebbe sul prato a fare 'uno stupido gioco' e che sei bellissima. Mi dispiace che non te lo ricordi."
Arrossii immediatamente. Finalmente iniziai a ricordarmi qualcosa di quella notte.
"Adesso ricordo qualcosa." Cercai di concentrarmi sul mocaccino per non svenire.
"Faresti bene a credergli. Sei bellissima."
"Ti rendi conto di quello che stai dicendo?" Mattia uscì dalla palestra tutto sudato e con una tuta della Nike nera, dalla porta affianco alla panca in cui eravamo seduti.
"Che ho detto che non va?" Manuel non si fece intimidire, sfoggiando un ghigno.
"Non sapevo che ci provassi con quelle fidanzate."
Mattia continuò a ridere di gusto e si sedette accanto a me, circondandomi le spalle con il suo braccio.
Il mio compagno di banco inarcò un sopracciglio.
"Non ci sto provando, infatti – buttò il bicchiere ancora pieno di caffè sul cestino – ci vediamo in classe." Corse verso le scale e scomparve.
"E tu da dove sbuchi?" Lo guardai compiaciuta, anche se sapevo che fosse appena uscito dalla palestra affianco del piano terra.
"Ho ascoltato quello che diceva quello sfigato." Sorrise beffardo e si passò una mano sulla fronte sudata, ma non mi fece schifo, anzi, gli diede un'aria più ammaliante.
"Da dietro la porta?"
"Proprio così – strappò dalle mie mani il mocaccino e ne beve un sorso, ma si scottò la lingua – cazzo!"
"Ti sta bene, Manuel non è uno sfigato."
Presi il bicchiere fumante e ci soffiai sopra per raffreddarlo.
"Ho sete!" Si lamentò, morendosi la lingua ustionata.
"Non penso che questo ti disseterà." Ne bevvi un sorso e provai una sensazione piacevole nel sentire la bevanda calda scorrere nella trachea, fino ad arrivare allo stomaco.
"A te piace Manuel?" Divenne serio.
"Perché questa domanda?" Poggiai le labbra sul bicchiere, ma non bevvi; volevo solo nascondere la mia faccia boriosa per il suo improvviso interesse.
"Non puoi rispondere a una domanda con un'altra domanda" dettò, come se stesse spiegando le regole di un gioco e io avessi fatto un fallo.
"Comunque la risposta è no, se è questo ciò che vuoi sapere – accavallai le gambe e finii il mocaccino – e da quel che ho capito sono fidanzata con un certo Mattia, perciò..."
Lanciai il bicchiere vuoto nel cestino e feci centro.
"Esattamente" rispose impassibile e poi si alzò in piedi.
"Che hai?"
"Niente – scosse la testa – questa settimana non ci vedremo, ho il corso di teatro tutti i giorni perché manco poco alla 'recita' – minò le virgolette – di Natale."
"Nemmeno durante l'intervallo?" Feci il labbruccio.
"Si vedrà."
Mi alzai in piedi anche io.
"Beh, allora buona giornata."
Alzai i tacchi e feci per andarmene, ma lui mi afferrò per un polso e mi attirò a sé.
"Certo che ci vedremo durante l'intervallo, scema."
Sapeva di caffè e cacao, ma non volli farmi dissuadere dal suo odore.
Mi dimenai dalla sua presa, ma lui mi afferrò da un braccio questa volta.
"E non me lo dai un bacio?" Era chiaramente offeso.
"No." Lo guardai saccente.
"Come vuoi – mollò gradualmente la presa, per poi lasciare definitivamente il mio braccio – ci si vede."
Fece un cenno con la testa e dopo aver squadrato il mio sedere, tornò in palestra.
"Vuoi addirittura che ciò non mi dia fastidio?Cavolo, mi definisci la tua ragazza e non riesci a trovare del tempo per me?"
A quelle parole il suo corpo si paralizzò.
"Il liceo è molto richiedente, dovresti saperlo." Concluse e fui io a girarmi un'altra volta.

Io e te. Il resto non conta.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora