Capitolo 40

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Amanda's Pov

"Consegnate al massimo alle 9:45, non un secondo in più" stabilì la De Luca e girai quel foglio pieno di banalità di grammatica. Almeno non avrei dovuto studiare per la sua materia. Iniziai a completare la prima pagina meccanicamente e passai a quella successiva.
"Am!" bisbigliò qualche mio compagno di classe, ma non mi voltai, non faceva parte del mio copione e ne avevo scritto uno ben preciso:

Sveglia alle 6:35.
•Bere caffè per farmi venire la tachicardia e ricordare al mio cuore di battere.
•Rifiutare categoricamente il passaggio di Marco e optare per l'autobus.
•Arrivare dieci minuti in anticipo.
•Evitare qualsiasi persona mi rivolga parola in classe e nei corridoi.
•Appuntare qualsiasi parola detta dai professori.
•Rimanere al proprio posto durante la pausa.
•Tappare le orecchie con delle cuffie all'uscita con il giusto volume.
•Arrivare a casa a piedi.
•Mangiare tutto ciò che mi passa per la testa.
•Mettere i piatti in lavastoviglie.
•Sniffare i vestiti di Riccardo.
•Dormire tutto il pomeriggio sul letto di Riccardo.
•Rileggere almeno tre volte la lettera di Riccardo.
•Svegliarsi con il buio fuori.
•Studiare fino ad avere giramenti di testa.
•Cenare in completo silenzio con i miei.
•Tornare in camera.
•Stare sul letto a fissare il vuoto.
•Ignorare le chiamate di Mattia.
•Ignorare Mattia che bussa.
•Ignorare Mattia che vuole dormire con me.
•Cercare di dormire.
•Cercare di non piangere troppo dopo gli incubi.
•Rubare l'orsacchiotto di Riccardo e dormirci insieme.
•Farsi svegliare da una sveglia che da inizio ad un nuovo loop.

Christian, Samantha e Manuel sapevano che cosa fosse successo, si erano subito preoccupati per questo mio mutismo selettivo e Mattia aveva dovuto fare il lavoro sporco; anche perché io continuavo a non capire che diavolo fosse successo quella maledetta sera, non riuscivo a capire che cosa fosse reale e che cosa non lo fosse, non avevo ricordi sicuri e se alcune cose non me le avesse raccontate Mattia, non le avrei mai sapute.
Christian e Samantha rifiutavano il mio silenzio, non lo volevano proprio accettare: a ogni intervallo si sedevano vicino a me, cercavano di farmi domande, di portarmi da Starbucks come i vecchi tempi, ma io non ci riuscivo proprio. Non riuscivo a fare un'eccezione sul copione, io dovevo avere il controllo della mia vita e ce lo avrei avuto se solo avessi avuto un copione, un copione che andava seguito alla lettera.
Manuel era stato l'unico a capire di quale silenzio avessi bisogno. Comunicavamo in silenzio di fatto: quando mi fermavo a fissare il vuoto troppo a lungo, mi dava un piccolo calcio da sotto al banco e tornavo a fare finta di essere in quella realtà, spesso trafiggeva il mio profilo con il suo sguardo senza dire una parola e all'uscita temporeggiava affinché uscissimo insieme dalla classe, ero sempre l'ultima.
Non aveva avuto nemmeno il coraggio di dire un semplice 'mi dispiace', ma non mi arrabbiai per questo, lo apprezzai; perché dire un 'mi dispiace' sarebbe stato come cercare di tappare con un mignolo la bocca di qualcuno che grida, sarebbe stato stupido, ridicolo, inutile.
Eppure era il modo più efficace scelto dagli umani per dimostrare empatia e vicinanza, quello di dire 'mi dispiace', quelle due maledette parole che non facevano altro che ripetermi Sam e Chri.
E se solo ne avessi avuto la forza avrei detto loro di smetterla, smetterla di starmi appiccicati, di chiedermi che cosa fosse successo davvero, perché la verità è che non lo sapevo nemmeno io. Sapevo solo che non vedevo più Riccardo da un bel pezzo, non sentivo più la solita puzza di fumo in cucina che mi suggeriva che lui fosse in casa, non lo sentivo più dalla mia stanza imprecare per aver perso ad un gioco alla play, non lo sentivo più strillare perché aveva scoperto che gli avevo rubato i vestiti, non c'era mai a tavola a dire una delle sue, non lo vedevo più stravaccato in soggiorno intento a vedere una delle sue serie tv preferite, non entrava più in camera mia senza permesso, non mi mandava più uno dei suoi messaggi per sapere entro quando sarei arrivata a casa, non mi convocava più il martedì sera per fare il gioco delle domande sotto le stelle fosforescenti, non mi pregava più di uscire il sabato sera, non gridava più dalla cucina che fosse pronto.
Non c'era semplicemente più e delle volte avevo il dubbio fosse di nuovo a Milano dal suo amico, ma poi il subconscio nel sonno mi ricordava che lo avevo visto immerso nel sangue e che il suo cuore aveva smesso di battere.
Erano passati 6 giorni da quella notte e non avevo avuto il coraggio di andarlo a trovare.
Non la sapevo spiegare nemmeno io quella sensazione di sentire che qualcosa si è rotto in te, ma proprio non riesci a capire che cosa; allora controlli tutti i tuoi arti, cerchi di trovare a tutti costi quella cosa che senti si sia rotta, controlli perfino le unghie, ma non trovi niente. Sembra tutto perfettamente a posto, eppure sai che qualcosa è cambiato, per sempre.
Non avevo idea di che cosa si fosse rotto in me, lo sapevo e basta, ma se non avessi capito che cosa fosse non avrei potuto mettere i pezzi insieme e mi sarei disintegrata interamente.
Ero tornata subito a scuola, scelta ovviamente criticata da tutto il mondo.
Che diavolo avrei dovuto fare a casa? Quella solitudine mi avrebbe ricordato ancora di più l'assenza completa di Riccardo, così ero tornata e avevo recuperato subito tutto ciò che non avevo avuto modo di fare.
"Mancano tre minuti alla fine." Annunciò la professoressa e consegnai senza rileggere.
"Amy, ti prego, parlami! Sono sicura che si risveglierà e sarà tutto come prima, starai di nuovo bene!"
Non era quella la mia paura, io sapevo benissimo che si sarebbe risvegliato, ma Sam ometteva sempre un piccolo dettaglio: c'era la possibilità che Riccardo non ricordasse niente e di conseguenza sarei stata per lui una sconosciuta a tutti gli effetti.
E questo mi tormentava, non mi dava pace, perché sapevo che lo avevo perso per sempre, anche se ci avessi provato con tutta me stessa, non si sarebbe mai più ricordato di me; e se non fossimo più riusciti a ricostruire quel legame? E se non avesse gradito la mia presenza come all'inizio? E se io non fossi davvero mai più esistita per lui?
"Sam, lasciala in pace." Manu la prese per un braccio, ma lei lo spinse.
"Fatti i cazzi tuoi, Manuel!"
"Non vedi che ha bisogno di tempo? Sei proprio stupida!"
"Cosa vuoi insinuare brutto stronzo?" Mi alzai e mi diressi in bagno, giusto per ricordare alle mie gambe di non addormentarsi.
"Visto? Per colpa tua è scappata!" sbraitò Sam e immaginai Manu scuotere la testa.
Aprii il rubinetto e mi sciacquai le mani, l'unica parte che non aveva impressionato i miei compagni al ritorno a scuola.
La mia fronte aveva spaventato tutti, il mio modo di trascinare i piedi a terra aveva fatto ridere qualcuno, i graffi sui polsi avevano fatto insinuare a Megan che io fossi autolesionista. Avevo fatto impietosire anche lei.
Alla fine dell'intervallo impugnai la penna e ignorai il bruciore della mia mano ancora non guarita del tutto, scrissi tutto ciò che le mie orecchie furono in grado di sentire, cambiai foglio per almeno quattro volte fino a che Mattia non si materializzò davanti ai miei occhi.
"Am, che diavolo ci fai ancora qua? La campanella che segna la fine delle lezioni è suonata già da diversi minuti." Mi guardai attorno e in effetti non c'era più nessuno, nemmeno Manuel.
Chiusi tutti i libri, li riposi nello zaino e Mattia lo mise in spalla.
"Andiamo a casa." Non mi opposi, non avrei avuto la forza di urlargli addosso e riprendere il mio zaino, per questo uscii dalla classe e mi diressi verso casa.
"Vuoi andare a piedi? Sei pazza? Sai quanto ci vorrà? Ci sono tre gradi fuori!"
Ignorai quelle stupide parole e misi le cuffie.
Nessuno gli aveva chiesto di seguirmi a piedi fino a casa, nessuno gli aveva chiesto di tenermi lo zaino e nessuno gli aveva chiesto di ostinarsi a starmi accanto!
Mi afferrò per un braccio e non lo lasciò finché non arrivammo sotto casa mia, dal lato opposto rispetto al cancello.
Non ero più stata in grado di passare per quella maledetta strada , ogni volta ci trovavo Riccardo morto. Ogni volta mi ricordavo che la mia vita aveva preso una piega diversa.
"Ci vediamo più tardi." Mi strinse fortissimo e scomparve insieme al mio zaino; scommisi lo avrebbe usato come esca per far sì che gli aprissi la sera stessa.
"Eccoti piccolina, ti ho aspettata." Marco mi fece trovare il tavolo apparecchiato e servì due piatti di lasagne.
Mi sedetti e inizia a riempirmi la bocca, ingoiando bocconi grandi, senza nemmeno sentire che sapore avesse ciò che stavo trangugiando.
Non lo ringraziai. Odiavo anche lui, perché se mi avesse fatto fare una pausa dallo studio anche solo dieci minuti prima, avrei rapito Riccardo in tempo. Odiavo Jessica perché non faceva altro che preoccuparsi del perché non riuscivo ancora a mettere i ricordi insieme. Odiavo Sam e Chri perché cercavano di fare cose impossibili, come quella di consolarmi. Odiavo Manuel perché era sempre così in grado di fare la cosa giusta. Odiavo Mattia perché era stato complice di ciò che era successo, lo odiavo perché mi aveva visto in quel modo, perché voleva aggiustarmi, ma non ci sarebbe mai riuscito.
Odiavo me stessa, più di tutti quanti messi insieme, perché non ero al posto di Riccardo e non riuscivo a capire che cosa si fosse rotto; se avessi trovato quei cocci, almeno non li avrei calpestati, li avrei messi in ordine e li avrei attaccati con cura.
Bevvi (senza pulirmi gli angoli della bocca) per riempire lo stomaco fino all'orlo, per riempire quelle giornate infinite; era da un po' che non sentivo la necessità di dormire, di lavarmi, di mangiare, di bere... erano solo azioni meccaniche che servivano per far scorrere il tempo.
Mi sentivo perennemente bloccata a quella notte.
"Io e Jess andremo a trovare Riccardo nel tardo pomeriggio. Te la senti di venire?"
A quella proposta mi strozzai con l'acqua: sarei stata in grado di guardarlo senza immaginarmi la sua faccia piena di sangue? Mi avrebbe fatta stare meglio? Avrei capito che cosa avevo di rotto?
"Se non vuoi..."
"No! – mi schiarii la voce – verrò."
Dopo pranzo andai in camera di Riccardo e mi rifugiai sotto le sue coperte: sarebbe stato felice di quel gesto, perché avrei disfatto le lenzuola tirate, le odiava da morire.
Alzai lo sguardo e fissai quelle stelle di plastica appicciate sul suo soffitto. Mi ricordai di quella notte al mare, di quella pazzia di famiglia.
Avevo chiesto a Riccardo se avesse mai provato a contare le stelle e lui ovviamente mi aveva risposto di no; io gli avevo detto che erano l'unica cosa infinita che esisteva e lui mi aveva contraddetto.
"L'amore." Aveva preso come esempio.
Il mio amore si era sempre trasformato in odio, per qualche ragione e senza un apparente motivo, accadeva sempre.
Non avevo mai amato fino in fondo una persona, il mio amore si trasformava sempre in qualcos'altro che mi travolgeva. Mi stava per caso succedendo lo stesso con Riccardo? Lo stavo odiando perché temevo si sarebbe dimenticato di me?
Sì, lo stavo decisamente odiando, perché di sicuro lui sapeva amare meglio di me, per questo aveva detto che l'amore era un qualcosa di infinito.
Il mio era già finito.
"Am?" Marco bussò in camera di Riccardo: ormai sapeva dove trovarmi.
"Arrivo." Saettai in piedi e passai prima in camera mia a prendere quella busta.

Io e te. Il resto non conta.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora