Capitolo 19

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"Tommy!" esclami sorpresa e l'istante dopo mi sentii inebetita: perché cavolo avevo chiamato il bodyguard che avevo visto solo una volta in discoteca 'Tommy'?
Non avevamo chissà quale confidenza!
"Mhm... Amelia, giusto?" Assottigliò lo sguardo, forse per cercare di ricordarsi dove ci eravamo conosciuti.
Amelia?!
"Amanda." Precisai, arrossendo.
"Oh, sì, giusto! – si passò una mano fra i capelli e si appoggiò allo stipite della porta – che ci fai qui, a casa mia?" Pavoneggiò.
Anche se qualcosa mi diceva che si ricordava benissimo del mio nome, ma aveva fatto finta di confondersi.
"Sono qua per badare a Lollo e a Ricky."
Il rossore dell'imbarazzo diminuì.
"Ah, li hai visti solo una volta e abbrevi i loro nomi?" chiese diverto, ma ciò non divertì me.
Che antipatica
"Sì." Tagliai corto e mi tolsi il cappotto nero, appoggiandolo sull'avambraccio, in attesa che quello mi facesse entrare.
"Scusa, hai ragione – sorrise e finalmente si tolse di mezzo per farmi entrare – entra pure. Ti va un caffè?" domandò, quando chiuse la porta d'entrata e un tepore piacevole mi accolse; davanti a me si presentò un ampio salotto, con a destra la cucina e a sinistra un divano enorme  color grigio.
E dietro al divano un altro divano messo di schiena, ma color nero.
"Sì, mia madre è fissata con i divani, ne voleva uno che fosse verso la cucina e l'altro verso la televisione." Spiegò Tommaso, quando intercettò il mio sguardo confuso.
"Ah... carina come idea." Annuii, anche se in realtà non avevo voci in capitolo e mi era indifferente.
"Sì, almeno è originale – disse aprendo un cassetto della cucina e prendendo una caffettiera – quindi, caffè?" Si voltò completamente verso di me.
"Sì, sì va bene. E tu quindi sei il fratello di..."
"Fratellastro – mi corresse, senza nemmeno darmi la possibilità di terminare la frase, ciò voleva dire che non era un qualcosa che gli andava a genio – accomodati pure sul divano." Mi voltai verso i due divani. "Ti conviene quello grigio, è più comodo." Mi fece l'occhiolino quando mi vide indecisa e abbozzai un sorriso.
"Zucchero?"
"No, grazie." Mi appoggiai sullo schienale e lui si sedette accanto a me, tenendo in mano una tazzina fumante di caffè.
"Ti piacciono le cose amare?" Mi passò la tazza e si inumidì le labbra.
Detta così era veramente fraintendibile, soprattuto se dopo aver fatto una domanda del genere ti lecchi le labbra.
"In realtà sono più una da cose dolci." Nascosi il mio viso nella tazzina di caffè, guizzando il mio sguardo verso il liquido marroncino.
"E allora perché non hai voluto mettere lo zucchero?" Anche lui appoggiò completamente la schiena sullo schienale.
"Perché il caffè lo preferisco amaro com'è" dissi una mezza verità e accavallai le gambe, le quali lui non perse l'occasione di guardare di soppiatto.
Ma dov'erano i bambini?
"Adesso vado al lavoro" disse alzandosi dal divano e facendolo abbassare.
"Ma è domenica!"
In Italia le discoteche sono aperte di domenica, alle quattro del pomeriggio?
"Non sto andando in disco – si girò sorridente – sono anche un fotografo." Indicò la Nikon che aveva appesa al collo, che notai solo in quel momento.
"Ah – sbattei le palpebre più volte – io facevo la modella." Bevvi l'ultimo sorso di caffè e allungai un braccio per appoggiare la tazzina bianca, sul tavolino di fronte a me.
Non so perché glielo confidai.
"Se ti va, quando farà bello, possiamo fare uno shooting." Fece uno sguardo ammaliante, ma non mi fece alcun effetto.
"Perché no." Feci spallucce e mi lisciai il vestito.
"Allora a sabato." Mi fece un cenno con la testa che non ricambiai, convinto che sabato sarei andata a ballare.
"Tommy... Tommaso – mi corressi e lui si voltò di scatto – grazie." Gli sorrisi sinceramente.
"Chiamami pure Tommy; mi stai ringraziando per il caffè?"
"Per tutto, per l'entrata gratis e..."
"Non c'è di che. Allora ci si vede."
"Ci si vede." Ripetei e non appena la porta si richiuse con un tonfo, buttai fuori l'aria che non sapevo nemmeno di avere trattenuto.
Tommy mi sapeva tanto di ragazzo furbo che dietro alle sue gentilezza, in realtà, voleva qualcosa in cambio e non sapevo se interpretarla come un qualcosa di positivo o di negativo.
Beh è una cosa negativa direi
In fin dei conti, niente è gratis nella vita.
"Mamma!" gridarono due vocine all'unisono, molto familiari.
Mi alzai dal divano e andai verso la rampa di scale a ringhiere, che probabilmente mi avrebbe condotta alla mansarda; scontato dire che inciampai due volte.
"Amy!" esclamarono i due gemellini, non appena feci capolino in mansarda.
"Rillo!" Mischiai i loro nomi e saltarono giù dal letto per venirmi in contro e abbracciare il mio bacino.
"Ci devi aiutare" disse uno di loro, che non riuscii a distinguere a causa di quella assurda somiglianza.
"A fare cosa?"
"A trovare papà" risposero all'unisono e uno dei due si stropicciò gli occhi, probabilmente si erano svegliati da poco.
"Magari è al lavoro." Li accarezzai e loro scossero la testa.
"È da tantissimi giorni che non lo vediamo."
"Magari è ancora al lavoro." Li rassicurai, ma loro storsero il naso.
"È da quando che avevo così – una delle due teste rosse fece il numero quattro con la mano – che non lo vediamo!"
Ti prego, fa che non sia come credo.
Okay, magari si erano separati e lui era andato a vivere in un altro Stato!
"E dove volete cercarlo?" Sorrisi ottimista.
"Dietro la luna, mamma dice che si è andato a nascondere lì dietro per un po' e non sappiamo come arrivarci!"
Merda.
"Sono sicura che un giorno lo rivedrete."
Annuii con un groppo in gola e tastai la mia testa per verificare che il mio chignon fosse ancora ben fatto.
"Ma sei sicura? Lo vediamo sempre in sogno." Fecero il labbruccio e mi sentii una sporca, bugiarda, traditrice, ma preferii sentirmi in quel modo che dire che il loro padre era morto.
Non era detto.
In fondo erano solo dei bambini che potevano benissimo essersi spiegati male no?
Qualcosa mi dice di no
"Sì – mi alzai in piedi battendo le mani – perché non giochiamo noi a nascondino?"
"Sì!"esultarono aggrappandosi al mio vestito.
"Però vi prego, come faccio a distinguervi?!" Mi disperai, li avevo scrutati tutto quel tempo e non avevo notato una minima differenza.
"Ricky ha una voglia sulla spalla destra" disse a questo punto Lollo, indicando il fratello e quest'ultimo si girò di schiena. Abbassò di poco la manica del suo pigiama grazioso per mostrarmela; non fu poi così utile, non avrei mica potuto farli girare di spalle, ogni volta, per capire al volo se era Riccardo o Lorenzo!
Riccardo... sicuramente lui era tranquillo e beato a casa, probabilmente stava giocando a uno dei suoi stupidi videogame pieni di sangue e mostri.
"Conto io! – mi offrii precipitandomi verso la parete bianca – fino a trenta." Li avvisai e chiusi gli occhi.
Arrivata al numero trenta, mi voltai di scatto e vidi le ante dell'armadio chiudersi, ma finsi di non accorgermi.
"Dove siete?" chiesi con tono cantilenante, sapendo perfettamente dove fossero.
Andai a farfalle per almeno dieci minuti e quando iniziai ad annoiarmi, mi avvicinai all'armadio con passi felpati e lo aprii di scatto. Scorsi solo delle camicie lunghe da donna.
"Buu!" gridarono improvvisamente i due fratelli, spuntando di fianco ai vestiti appesi e sobbalzai all'indietro a causa dello spavento, cadendo per giunta di sedere.
"Ti sei fatta male?" Mi chiese quello che pensavo fosse Riccardo, ma poi quando lo sentii parlottare sul fatto che lui era il mio fidanzato e che perciò spettava a lui prendersi cura di me, capii che mi sbagliavo e scoppiai a ridere.
"Certo che mi sono fatta male!" Cercai di non massaggiarmi le natiche davanti a due bambini di cinque anni e sbuffai, maledicendomi per aver risposto bruscamente siccome il loro volto si incupì.
"Scherzo!" Feci appello a tutte le mie forze, ma veramente tutte, per balzare in piedi e fare finta di niente, forzando i miei angoli della bocca in un sorriso e non badando al mio osso sacro fratturato.
Esagerata!
"Abbiamo vinto noi!" Esultarono battendosi il cinque e sospirai, almeno non ci erano rimasti male.
"Che ne dite di fare merenda?"
"Si!" strillarono andando al piano di sotto e dopo aver assicurato loro che sarei scesa entro pochi minuti, chiamai Sam.
"Fammi indovinare, adesso tu dirai 'non sai cos'è successo' e io ti dirò che c'entra Ferra e non mi sbaglierò" rispose a raffica Sammy dopo il secondo squillo: era esattamente la frase che avrei voluto usare.
"Questa notte ho dormito a casa di Ferra." Andai dritta al punto.
"Che cosa?! – la immaginai sgranare gli occhi – dimmi che avete usato le giuste precauzioni!" Alzò la voce e me la presi: credevo mi conoscesse abbastanza bene da sapere che non ne avrei mai avuto il coraggio!
Non in così poco tempo, almeno.
"Samantha, non abbiamo fatto sesso o preliminari o qualsiasi cosa tu pensi!" Mi trattenni dal non urlare certe cose, sapendo che due bambini di cinque anni erano poco più distanti da me.
"Ah no?" Si stupì.
"Dovresti sapere che non mi lascio andare così facilmente." Mi demoralizzai.
Avevo il maledetto vizio di dare un determinato peso al giudizio delle persone a cui tenevo.
"Io so chi sei, ma so anche chi è Mattia..."
"Appunto perché sai chi sono!"
"Quindi, cosa devi dirmi?" Assunse una voce entusiasta, ma che non entusiasmò né me né lei.
"Niente... non fa niente." Agganciai senza darle tempo di replicare e scesi la rampa di scale.
"Cosa fai per merenda?" domandarono i bambini seduti sul divano e accesero la televisione.
"Vi piace la nutella?" Mi diressi in cucina, ignorando completamente la vibrazione del telefono.
"Sì" risposero all'unisono, ma nemmeno le loro voci tenere e vivaci mi rincuorarono.
Mi bastava già aver chiuso con Riccardo, non potevo gravarmi anche di Sam che mi reputava una delle sciacquette di Mattia.
Tolsi il bordo del pancarrè e feci quattro panini a forma di cuore, anche se vennero così male che sembrava che un cane li avesse appena addentati; la precisione non era il mio forte se si trattava di tagliare dritto un foglio o di dividere due cose simmetricamente.
O come in questo caso, fare panini a forma di cuore.
"Cosa guardiamo di bello?" domandai ai Rillo, quando mi sedetti in mezzo a loro con un piattino e dei panini pieni zeppi di nutella.
"Non c'è niente di bello!" Si lagnò uno dei due e mi promisi che la volta successiva, sarei andata a casa loro con due braccialetti di colore diverso da mettere sui loro polsi: almeno, così, li avrei riconosciti al volo.
Sbirciai la spalla del puffetto che aveva parlato e non trovai la famosa voglia, ciò voleva dire che era stato Lollo a parlare.
"Perché non guardiamo Nemo?" proposi con la bocca piena, non appena diedi il primo morso al panino e i due fratelli mi imitarono.
"Lo abbiamo visto troppe volte!" Si lagnò il mio fidanzatino.
Iniziarono a discutere per i fatti loro su quale film guardare e sentii il telefono vibrare: Mattia mi aveva scritto.
— Hey —
— Hey — Gli risposi e buttai un occhio verso le due teste rosse, per assicurarmi che non si ammazzassero.
— Sei al lavoro? — Mise accanto alla frase una faccina che rideva, ciò voleva dire che non mi stava prendendo sul serio, così non gli risposi: non ero in vena di scherzare.
Anzi, perché stavo chattando con lui?!
Avrei dovuto bloccarlo immediatamente, altrimenti mi sarei affezionata a un altro ragazzo impossibile.
— Dai, non ti offendere — Mi scrisse due minuti dopo e gli angoli della bocca si alzarono senza il mio permesso.
No, Amanda, ricorda che è sbagliato.
— Perché mi hai scritto?— Andai dritta al punto.
Non ti deve nemmeno importare!
— Perché volevo vederti —
— Sto lavorando —
— È allora perché non ci credo? —
— Perché sei stupido — Mi morsi il labbro per non sorridere come una scema e mi arrivò un cuscino in faccia.
"Hey!" Mi lamentai divertita, posando il telefono vicino alla tv e solo dopo mi accorsi che ero nel pieno di una battaglia di cuscini.
"Così vi fate male!" Cercai di dividerli e due cuscini lanciati da loro, colpirono in pieno il mio chignon, disfacendolo.
Addio acconciatura perfetta.
Sciolsi i capelli definitivamente e il dolore fu breve, ma intenso, come quando mandi giù il gelato e ti si ghiaccia il cervello.
Massaggiai la testa per alcuni secondi e appoggiai forcine ed elastici vari vicino al telefono; buttai un occhio verso lo schermo per vedere se Mattia mi avesse risposto, ma quando mi sporsi due manine mi scossero le spalle.
"Non giochi con noi?" chiese Ricky, il quale riconobbi dopo aver abbassato la manica della sua maglietta rossa.
"Certo!" Ancora una volta mi entusiasmai e mi unii alla lotta di cuscini.
"Abbiamo vinto di nuovo!" Esultarono dopo una mezz'ora almeno, quando chiesi tregua, non avevano fatto altro che prendermi a cuscinate.
Ma non eravamo tutti contro tutti?
"Buon per voi." Mi accasciai sul divano, esausta.
"Vuoi la rivincita?" Uno dei due mi saltò addosso atterrando sulle mie gambe e l'altro si rifugiò sull'incavo del mio collo: ciò mi fece morire ancora più di caldo, ma non li cacciai, un po' di affetto non mi avrebbe fatto mai male.
Mamma lo diceva sempre.
Magari gli altri dicevano che un chilo in meno non facesse mai male, che soldi in più non sarebbero mai dispiaciti a nessuno.
Invece mamma mi aveva inculcato che l'amore, quello vero e autentico, non mi avrebbe mai fatto male, anche se in realtà non lo condividevo.
L'amore faceva male eccome.
Era solo un libro con una copertina e una trama molto bella.
Ma quando lo iniziavi a leggere, ti rendevi conto che era tutta un'illusione studiata nei minimi dettagli per spezzare le persone fragili.
Sì, i primi capitoli erano i più belli; il nervosismo dei primi appuntamenti, i primi baci, i primi 'ti amo', le prime volte...
Ma poi?
Poi le pagine che credevi sarebbero state infinite, finivano prima del previsto, senza darti tempo di realizzare.
A volte l'amore è così intenso che sfocia quasi nell'odio e tu non puoi farci niente, proprio quando qualcuno ti da un calcio sotto al ginocchio e la tua gamba non può fare a meno di sollevarsi.
Io amavo mio padre perché lo odiavo.
Amavo il fatto che fosse il mio primo amore, ma odiavo il fatto che fosse sempre nella mia testa.
Quando ami una persona ce l'hai sempre in testa.
Quando la odi è lo stesso.
Qual è il vero confine che divide amore e odio?
"Voi mi volete bene?" domandai in un sospiro.
Avevo seriamente bisogno che qualcuno me lo dicesse, anche se il cervello ordinò alla lingua di muoversi e dire che era uno scherzo o cambiare discorso, ma loro mi precedettero.
Ricordati che il mese prossimo farai sedici anni
"Certo che te ne voglio." Il mio fidanzatino si ancorò al mio braccio e l'altro fece spallucce, come dire che fosse scontato.
"Anche io" dissi con voce puerile e mi sentii terribilmente una bambina.
"Cosa guardiamo quindi?" Lollo scese dal divano e andò verso la TV.
"Rapunzel" dissi perentoria e Riccardo sbadigliò, facendo sbadigliare me e facendo sbadigliare di riflesso Lorenzo.
Era la situazione perfetta: i bambini avevano sonno (nonostante avessero dormito prima), sarebbe bastato mettere qualche film e spegnere tutte le luci, non avevo più le forze per stare dietro a due bimbi così vivaci.
"Di cosa parla?" chiese Ricky, stropicciandosi gli occhietti.
"Di una tipa con i capelli lunghi." Tagliai corto e diedi due colpetti sul divano, per fare segno a Lorenzo di sedersi alla mia sinistra e lui mi ascoltò.
"Ma cosa vuol dire una tipa..." Mi alzai dal divano per spegnere le luci e tornai al mio posto.
"Ti fidi di me?" Mi voltai verso di lui e la luce tenue dello schermo della tv, mi permise di vedere le sue pupille dilatarsi, circondate dai suoi occhi grigi.
"Certo!" asserì, si accoccolò sul mio braccio e io serrai le palpebre.
Sentii un rumore simile a quello di una porta che si apre e spalancai gli occhi: il cartone era finito perché c'erano ormai i titoli di coda, io non avevo seguito nemmeno una parola e Riccardo e Lorenzo stavano dormendo profondamente su entrambe le mie braccia.
"Eccomi." La voce di Monica riempì il soggiorno e accese la luce.
"Ciao." La salutai voltando la testa, cercando di non dare a vedere che mi ero appena svegliata.
"Come diavolo hai fatto a farli addormentare?" Si stupì l'apparente mamma trentenne e se fossi stata sfacciata le avrei detto di abbassare la voce siccome i bambini stavano dormendo, ma ovviamente il mio fu solo un pensiero.
"Non lo so nemmeno io." Mi alzai con cautela dal divano per non svegliarli e andai verso Monica.
"Grazie mille Amanda." Mi porse i soldi e li afferrai in un pugno, senza nemmeno mettermi a contarli.
"Di cosa?" domandai retoricamente e mi diressi verso l'appendiabiti per mettere le banconote nella tasca del cappotto.
"Adesso ti vengono a prendere?"
"Sì – mentii e recuperai il telefono insieme a tutte le forcine che avevo lasciato vicino alla Tv – sì." Ribadii distrattamente e guardai furtivamente il messaggio che mi aveva scritto Mattia.
— Dimmi dove sei e ti vengo a prendere —
Scontato dire che il mio cuore mancò di un battito; cavolo Mattia, voglio allontanarmi da te e tu mi dici che hai intenzione di venirmi a prendere?
"Sei disponile anche nei giorni festivi?" Monica spazzò via la nube di pensieri, con una nota di tristezza: aveva intenzione di lasciare i suoi figli con me il giorno di Natale?
"Penso proprio di sì" risposi, digitando automaticamente l'indirizzo a Mattia.
"Perfetto, perché questo Natale penso che non lo potrò passare con loro." Rivolsi completamente la mia attenzione verso di lei e mi fece un sorriso amaro.
"Ehm... come mai? – le domandai con più discrezione possibile – se posso sapere ovviamente." Aggiunsi per ulteriore educazione e arrossii.
"È una... ecco... è una storia complicata." Appoggiò la sua borsa di pelle nera, sul tavolo di legno.
"Ricky... Ricky mi ha detto che..." Mi bloccai, non potevo essere così invadente, un po' di contegno Amanda!
"Che cosa ti ha detto?" Mi incitò a continuare.
"No, niente." Scossi la testa, ma lei insistette, probabilmente il suo istinto materno aveva inteso.
"Mi ha detto che il papà si è andato a nascondere dietro la luna" dissi tutto d'un fiato e infilai nervosamente il capotto.
Adesso mi licenzia.
"È vero – la sua voce mi fece smettere di abbottonare il cappotto già abbottonato – è vero, si è nascosto dietro la luna." I suoi occhi si riempirono di lacrime, ma non pianse.
Coraggio Am, adesso è il momento di dire qualcosa di saggio e sensato.
"Ah."
Ed ecco la cosa sensata che venne fuori.
"Non ho detto una bugia" disse istericamente e sembrò più una bugia che raccontò a lei stessa per autoconvincersi.
Un adulto in crisi sta cercando conforto inconsciamente, non parlare a monosillabi!
"No, no – mi avvicinai a lei – certo che no." La rassicurai con voce di mile e abbassò le spalle, probabilmente si era liberata di un peso.
"È successo sei mesi fa – appoggiò le mani sul tavolo e guardò un punto fisso davanti a sé – lui è morto."
Non avevo la più pallida idea di cosa dire, fare, sarebbe stato troppo stupido e inutile dire un 'mi dispiace' o 'condoglianze'.
Volevo avere tra le mani la frase perfetta che l'avrebbe tirata su almeno di un po', ma più ci pensavo, più scoprivo che la mia testa era un buco nero pieno di banalità.
"Come farei a dirlo a loro due?!" Indicò i suoi figli, che fortunatamente stavano ancora dormendo profondamente e due lacrime le rigarono il volto.
"Prima o poi lo lo sapranno, adesso non penso sia il momento."
Okay, qualcosa di sensato ce la fai a dirlo allora
"Chi alla mia età si sposa per poi rimanere vedova, è assurdo!"
"Ascolta Monica, io non sono madre e quindi non so cosa significhi. Prima o poi loro lo dovranno sapere, ma meglio prima che poi, perché sono convinti che il loro padre – abbassai la voce per sicurezza – si sia semplicemente nascosto e che prima o poi ritornerà. Credo che non debbano sprecare tempo ad attendere."
"Grazie – mi abbracciò e ricambiai goffamente – ma non è così semplice."
"Certo, ma sono sicura che stai andando alla grande."
Non rispose.
"Chiamami per qualunque cosa." Mi sentii in dovere di farglielo sapere e lei annuì asciugandosi le lacrime.
Anche se una quindicenne che aiutava una trentenne con i suoi problemi non prometteva niente di risolutivo.
Monica aveva bisogno di qualcuno con cui parlare e io avevo bisogno di ascoltare qualcuno.
"Arrivederci." La salutai cordialmente e scesi le scale in subbuglio.
"Hey."
La voce di Mattia mi fece trasalire, non appena uscii dal portone.
"Mi hai messo paura!" Mi misi una mano sul petto per controllare se il cuore stesse ancora battendo e respirai lentamente per riprendermi.
"Che nonna che sei!" Mi dileggiò.
"Ero in soprappensiero!" Mi giustificai (sapendo comunque che era verità solo in parte, siccome mi spaventavo sempre.)
"Certo, come no" disse scettico.
"È vero!"
"Spero tu abbia un ombrello" disse in tono cantilenante, dietro di me.
"Non dirmi che..."
E tempismo perfetto, un tuono piombò dal cielo, attutendo la mia voce.
"Già." Mi affiancò, circondandomi le spalle con un braccio.
"Perché non hai portato un cavolo di ombrello quando sei uscito fuori casa?!" Tremai e lui lo percepì, dato che mi strinse a sé.
"Magari perché quando me ne sono accorto, ero già fuori casa?" disse retoricamente e mi strinse ancora di più, mentre io cercai con tutta me stessa di fare l'indifferente.
"Sì, ma..."
"Taci." Mi coprì la bocca con la sua mano e scommisi che le avesse appena lavate in qualche bar o negozio, odoravano di sapone alla fragola.
Una volta finito il portico, tolsi bruscamente la sua mano dalla mia bocca.
"Adesso come pensi di fare?" domandai indicando le gocce d'acqua.
"Beh, di correre sotto la pioggia fino a che non arriviamo agli altri portici" disse ovvio.
E io che credevo avesse un'idea migliore.
"Vuoi restartene impalata tutta la notte o vieni sotto la pioggia con me?"
Che razza di proposta era 'vieni sotto la pioggia con me?'
Eppure, quella frase formulata in quel modo, aveva fatto la centrifuga ai miei neuroni; il cervello disse alla testa di scuotersi per far intendere che no, non volevo stare lì impalata tutta la notte, ma non percepii il movimento.
Tentai di stare al suo passo, ma il diluvio continuava ad offuscarmi la vista, pioveva così tanto che a malapena riuscivo a vedere i miei piedi fare passi svelti.
"Amy?" Udii la sua voce in lontananza e affrettai il passo: quella sera non sembrava esserci anima viva, anche se ci fosse stato qualcuno non sarei stata in grado di distinguerlo, a causa dell'acquazzone fitto.
Qualcuno mi afferrò il braccio e riconobbi la sagoma di Mattia.
"Vuoi farti la doccia o puoi sbrigarti?" chiese in una risata, strattonandomi.
"Sì, in casa mia non c'è la doccia!"
"Ma se sai sempre di frutti di bosco!" Entrambi ci fermammo di colpo.
"Questo sarebbe un complimento?" domandai ridendo e ahimè, ero fortunata che quella sera ci fosse la pioggia a coprire il mio volto rosso.
"Direi di sì."
"Andiamo." Sviai da quella situazione imbarazzante e dopo diversi metri, arrivammo sotto ad altri portici.
"Ti ammalerai." Previde Mattia, quando mi strizzai i capelli.
"Pazienza." Strizzai anche i vestiti e rabbrividii.
"Sono le sette e mezza, ci credi?" disse guardando l'orologio e controllai che soldi e telefono fossero intatti.
"Cazzo, i soldi sono fradici e il telefono pure!"
"Quando arrivi a casa metti il telefono su una ciotola di riso e metti i soldi sul termosifone." Avevo intenzione di fare una cosa di cui, probabilmente, mi sarei pentita.
"Ma sei matta!" urlò retoricamente, quando scaraventai il telefono a terra e con l'altra mano accartocciai i soldi praticamente irrecuperabili, lasciandoli cadere a terra.
"No, tanto non mi va mai niente bene!" Spalancai le braccia furiosa.
Non lo aspettai e mi incamminai verso Porta Nuova nel pieno della mia ira, possibile che a parte qualche macchina non c'era anima viva in questa stupida città?!
"Perché fai così?" Mattia mi raggiunse sulle strisce pedonali e percepii la pioggia diminuire.
"Perché deve sempre andare tutto a rotoli!" risposi attraversando la strada, nonostante il semaforo fosse rosso.
"Così esageri"
"Ah, esagero? – finalmente arrivammo alla fermata del tram e potei ripararmi sul tettuccio – ho lavorato quattro lunghissime ore e ho perso tutti i soldi che ero riuscita a guadagnarmi, compreso il telefono! E non li ho nemmeno contati!" sbraitai, offendendomi per giunta perché mi aveva dato dell'esagerata.
I maschi non capivano proprio niente!
"Sei tu che..."
"Non fa niente." Lo interruppi, quel che era successo era successo.
Ormai avevo scaraventato il telefono a terra e i soldi probabilmente stavano galleggiando su qualche pozzanghera.
Ero così: le volte che mi infuriavo consumavo tutta la mia rabbia in dieci minuti e me ne bastavano altri dieci per calmarmi.
Altroché se ero lunatica.
Il tram arrivò e a differenza del centro deserto, era stracolmo di persone; fui costretta a stare appiccicata a Mattia per entrarci.
"Finalmente cazzo, non ce la facevo più a respirare" disse Mattia non appena scendemmo dal tram.
Invece io stavo da Dio.
È sbagliato, ricordatelo
Si è vero, è sbagliato.
"Già." Mi limitai a commentare e la pioggia riprese a bagnarci.
Dannazione, avevo fatto lo shampoo proprio il giorno stesso!
"Secondo te, perché piove? Intendo, non ci hai mai pensato?"
"Non mi sono mai posto il problema in realtà."
"Davvero?!"
Solo io mi costruivo miti?
"Certo che sei davvero lunatica – commentò ridendo – prima urli e adesso ti metti a parlare della pioggia come se nulla fosse."
"Vuoi che riprenda a urlare?"
"No, preferisco di no."
Entrammo nel cortile che ci avrebbe condotto nelle rispettive case. "E sentiamo, secondo te perché piove?"
"Da piccola credevo che le nuvole litigassero con il sole e allora il sole le insultava fino a farle piangere. E solo quando facevano pace smetteva di piovere."
Quando Saverio mi faceva stare male, per pensare ad altro, iniziavo a fantasticare su qualsiasi altra cosa pur di non soffrire per lui.
"Carina la tua immaginazione."
"Dai! Io ti confesso certe cose e tu mi prendi in giro?!" Incrociai le braccia, ormai davanti al cancello di casa mia.
"A me piace la pioggia e a te?" Si fermò di fronte a me.
"No, a dire il vero." Feci spallucce ingenuamente e lui si avvicinò pericolosamente.
"Hai mai dato un bacio, sotto la pioggia?" Mi domandò con voce ammaliante e non potei fare a meno di rabbrividire: come cavolo eravamo finiti a parlare di baci sotto la pioggia?
E prima che potessi dire qualsiasi cosa, le sue labbra si poggiarono sopra le mie e io sgranai gli occhi. Lui non poté vederlo, perché i suoi erano chiusi.
Rimasi rigida, ma quando le sue mani si appoggiarono delicatamente sui mie fianchi, mi rilassai e ricambiai il bacio; allacciai le braccia sul suo collo e lui mi strinse di più i fianchi, provocando una fitta al petto che presto si irradiò su tutto il corpo.
Sembrava un primo bacio innocente, innocuo, uno di quelli che si danno i tredicenni fuori da scuola.
Ansimai, il bacio diventò disperato e più intenso, come se entrambi non baciassimo una persona da secoli e affondai le mani sui suoi capelli, stringendoli.
"Scusa" disse staccandosi improvvisamente da me e cercai di riprendere fiato.
"Ci vediamo a scuola." Lo salutai frettolosamente e aprii il cancello con una velocità che non sapevo fosse possibile.
Entrai dalla portafinestra (senza voltarmi nemmeno una volta) e la richiusi con un tonfo, sedendomi sul pavimento per recuperare il fiato per il bacio e per la corsa.
Ancora una volta.
Ancora un'altra fottuta volta, mi ero cacciata nei casini.
Non era quello che volevo? Far si che quei momenti perfetti durassero?
Ma ora mi sentivo in trappola, come un uccello in gabbia che aveva finalmente ottenuto la libertà, ma si sentiva ancora in prigione.
Non volevo solo dei semplici momenti perfetti con Mattia, volevo ben di più, ma tutto quel volere mi spaventava a morte.
E dopo quel bacio sarebbe cambiato qualcosa?
Mi alzai da terra per bere un bicchiere d'acqua e appena varcai la soglia della cucina, Marco mi guardò in modo strano.
"Hai fatto un tuffo in piscina?" domandò, mentre lo sciaguattare delle scarpe inzuppate riempiva il tinello.
"Può darsi." Stetti al gioco e allungai un braccio per prendere un bicchiere sullo sportello in alto, bagnando tutto il pavimento.
"Ho provato a chiamarti – aprii il frigo – ma non mi hai risposto." Chiusi il frigo.
"Il mio telefono è morto" dissi con nonchalance e riempii il bicchiere d'acqua.
"Cioè?"
"Mi è caduto su una pozzanghera" dissi una mezza bugia, l'acqua c'entrava, ma non era andata esattamente così.
"Ah... se vuoi posso prestarti il mio vecchio telefono" propose .
"È tanto un catorcio?" domandai tra un sorso e l'altro.
"No, anzi." Mi assicurò e annuii.
"Perfetto, ti ringrazio zietto." Gli stampai un bacio bagnato sulla guancia e posai il bicchiere sul lavello, promettendo che avrei pulito il pavimento il più presto possibile.
"Quindi deduco che tu non lo sappia."
"Sapere che cosa?" Mi allarmai, ansiosa com'ero.
"Riccardo è all'ospedale."

Io e te. Il resto non conta.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora