NOAH POV
L'aria della sera era fredda, pungente. Il cielo, ormai tinto di un blu profondo, annunciava l'arrivo della notte con un velo di nubi che oscurava le stelle. Il quartiere era immerso nel silenzio, interrotto solo dal rumore dei miei passi sul marciapiede umido e dal lontano rombo di un motore in strada.
Mi fermo davanti al portone del palazzo e suono il citofono. Secondo piano. Ormai so a memoria dove abita. La porta di casa sua è già aperta, come se mi stesse aspettando. Oppure, più semplicemente, non le importa abbastanza da chiuderla.
Varco la soglia senza bussare e la trovo in piedi nel corridoio, le braccia incrociate, lo sguardo severo.
«Sei in ritardo di quindici minuti.»
Nessun saluto, nessun preambolo.
«Ciao anche a te,» ribatto con sarcasmo, sfilandomi la giacca.
Non si lascia smuovere. Inarca un sopracciglio – un tic che ho imparato a riconoscere come segnale di nervosismo. La osservo per un istante più a lungo del necessario. È magra, quasi troppo. Mi chiedo se mangi a sufficienza.
«Che hai?» le chiedo, senza troppi giri di parole.
«Non sei la persona con cui voglio parlarne. Tanto non ti interesserebbe,» risponde, distogliendo lo sguardo e sbuffando.
Non le do torto. Non sono il tipo che si interessa ai problemi altrui. Ma è evidente che qualcosa la sta tormentando.
Senza aggiungere altro, si dirige verso la sua stanza per prendere il materiale del progetto. Quando cerca di passarmi accanto, le afferro il braccio con fermezza, senza stringere troppo.
«So che non ti fidi di me e che mi odi, ma non sei concentrata e non stai facendo un buon lavoro. Ripeto: che hai?»
«Tranquillo, il lavoro te lo farò bene.»
Non ha capito la mia domanda. O forse ha capito benissimo, ma non vuole rispondere. Sbuffo e la lascio andare.
«Ti aspetto di là.»
Entro nella sua stanza. Ha pareti rosa e bianche, un letto a una piazza e mezza con un piumone di Stitch. Lo stile è "indie", con lucine decorative e qualche poster appeso. C'è un vago odore di vaniglia nell'aria. Mi siedo su una sedia accanto alla scrivania, mentre lei entra poco dopo con un'espressione tesa.
«Allora, da dove iniziamo?»
Si passa una mano tra i capelli, in un gesto impaziente.
«Cazzo, troppe cose da fare e poco tempo. Porca puttana.»
Inizia ad agitarsi, camminando avanti e indietro per la stanza. Prende oggetti a caso, per poi rimetterli giù senza motivo.
«Non so come fare. Tu non mi aiuti, mancano due settimane e siamo a poco più di metà lavoro!»
So che ha ragione. Sto lasciando che faccia tutto da sola. Ma c'è qualcosa che non mi torna: il suo nervosismo va ben oltre il nostro stupido progetto scolastico.
«Non ce la faccio più.»
E poi scoppia a piangere.
Mi irrigidisco. Cristo.
Non so come gestire certe cose. Non so cosa dirle, cosa fare. Istintivamente le sfioro la spalla, ma lei si scosta bruscamente, girandosi dall'altra parte.
«Scusa,» singhiozza.
Non dovrebbe scusarsi.
«Ehi, no... va tutto bene. Vieni, siediti sul letto.»
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Unlimited
RomanceElizabeth Jonhson e Noah Gilbert si odiano da sempre. Lei è testarda, determinata, con il desiderio di trovare il suo posto nel mondo. Lui è tormentato, circondato da ombre del passato che non riesce a scrollarsi di dosso. Quando le loro vite si int...
