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ELIZABETH POV

Quel pomeriggio cercavo di concentrarmi sui libri, ma ogni parola scritta sembrava confondersi con i pensieri che mi ruotavano in testa. Poi, improvvisamente, il telefono vibrò. Una notifica. Era Noah.

E va bene, vado al punto: è arrivata la denuncia per spaccio. Ti chiedo di non parlarmene più, me la sto vedendo io con l'aiuto di Klaus. Domani torno a scuola, stai tranquilla. Baci.

Rimasi immobile, con lo sguardo fisso sullo schermo. Il cuore iniziò a martellarmi nel petto. Troppe informazioni in un solo messaggio.

La denuncia era già arrivata? Così presto?
E i soldi che stavo cercando di mettere da parte... servivano ancora? Potevo smettere di lavorare?
Ma soprattutto, come stava Noah adesso? Si era ripreso? Era davvero pronto a tornare a scuola?

Tutte queste domande mi affollavano la mente, ma una cosa sola riuscì a fermare il flusso confuso dei pensieri: Domani torna a scuola.
Finalmente. Mi era mancato.
Ma dovevo stare attenta a non farmi prendere dall'egoismo.

La mattina seguente

Appena misi piede nel cortile della scuola, lo vidi.
Noah era lì, appoggiato al cancello, parlava con un gruppetto di ragazzi. Il suo profilo era rilassato, ma quando incrociò il mio sguardo, subito fece un cenno agli altri di allontanarsi. Rimase fermo ad aspettarmi.

Il cuore mi si strinse in petto. Nonostante tutto, era tornato.
E io ero orgogliosa.
Orgogliosa di lui, del modo in cui stava affrontando tutto, della persona che stava diventando.

Ci avviammo insieme verso l'ingresso. Il nostro rapporto aveva attraversato momenti fragili, silenzi carichi di peso, ma c'era ancora. E quel poco che avevamo bastava a farmi sentire meno sola. Anche nel caos che ci circondava, sapevo che volevo lui accanto a me.

Poi, proprio quando stavamo per varcare la soglia della scuola, ci tagliò la strada Sarah.
Il suo sguardo si posò su di noi con una freddezza tagliente.
Stavo per salutarla, cercando di ignorare la tensione che avevo imparato a riconoscere in lei, quando parlò.

«Guardate chi c'è, l'immancabile Noah.»
Il tono sarcastico, il sorriso che più che un sorriso era una lama.
«Che sorpresa vedervi insieme di nuovo. Ma che rapporto curioso, non vi pare? Noah e Elizabeth... due che non hanno mai fatto nulla per meritarsi ciò che hanno.»

Il suo attacco fu diretto, velenoso, e arrivò dritto allo stomaco.
Guardai Noah. Anche lui sembrava colpito. I suoi lineamenti rimasero impassibili, ma i pugni chiusi tradivano la tensione.
Sentii la rabbia salirmi come un'ondata.

«Sarah, basta.» dissi, cercando di mantenere la voce ferma, ma con un tono che lasciava intuire la mia furia repressa. «Non c'è alcun motivo per cui devi parlare così di Noah. Non ti ha fatto niente.»

Lei sbuffò, incrociando le braccia. «Oh, davvero? Non ti rendi conto che ti stai rovinando con le tue stesse mani, Elizabeth? Questo ragazzo è solo un imbroglione, e lo sai. Non merita la tua attenzione, e non capisco cosa ci vedi in lui.
E tu, Noah, credi davvero che questa sia una relazione sana? Che lei possa avere qualcosa di serio con te? Non sai nemmeno cosa significa amare qualcuno.»

Quelle parole furono come una frustata.
Mi mancò il respiro per un istante.
Non era solo un attacco a Noah, era un attacco a noi. Alla nostra storia. Al sentimento che stava nascendo, fragile ma reale.

Mi girai verso Noah, che restava in silenzio.
Aveva lo sguardo basso, la mascella serrata.

«Non ti permetto di parlare così di lui, Sarah.» ripresi, stavolta con una voce più tagliente. «E soprattutto non ti permetto di giudicare la nostra relazione.
Tu non decidi chi è giusto per me. Lo decido io.»

Lei rise, una risata amara, come se tutto fosse una recita.

«E adesso mi fai anche la morale? Mi dipingi come la cattiva della storia? Forse dovresti guardarti allo specchio prima di parlare, Elizabeth. Io non lo dico per invidia, lo dico perché non voglio che tu ti faccia male.»

Basta.
Era troppo.

«Sarah, smettila.» dissi, e sentii la voce incrinarsi dalla rabbia. «Lo so che ti piace Noah. Lo so da tempo. E capisco che tu sia gelosa. Ma questo non ti dà il diritto di trattarmi come una stupida. Non sopporterò più i tuoi attacchi.»

Lei rimase immobile, il viso inespressivo, ma qualcosa nei suoi occhi cambiò. Un fremito, una crepa.

«Sei gelosa di me, Sarah.» aggiunsi, con voce più calma ma decisa. «Quando ho capito che ti piaceva Noah, era già troppo tardi. Io... io mi ero già innamorata di lui.»

Il silenzio che seguì fu assordante.
Lei non parlò, non negò. Ma il tremore delle sue mani parlava per lei.

«Non posso più essere tua amica.» dissi infine, con il cuore in gola. «Non posso esserlo se tutto ciò che sai fare è sminuirmi. Non posso esserlo se continui a ferirmi solo perché non hai ottenuto quello che volevi.»

Sarah mi guardò, e per la prima volta sembrava vulnerabile. Poi, con un mezzo sorriso triste, disse solo:

«Bene. Allora è meglio così.»

Se ne andò, lasciando dietro di sé un'aria più leggera, ma anche più vuota.
Mi sentivo libera. Ma anche spezzata.
Avevo fatto la cosa giusta. Eppure... faceva male.

Poco dopo, cercando di trattenere le lacrime, corsi da Noah.
Lui non disse nulla.
Mi strinse semplicemente tra le braccia, forte. Come se avesse capito tutto, senza bisogno di spiegazioni.

Mi calmai, piano piano, ascoltando il battito regolare del suo cuore contro il mio. Poi, con voce incerta, parlai.

«Scusami, Noah. Sono una scema. Tu stai male, e io ho pensato solo a me, a Sarah... Mi dispiace tanto. Vorrei sapere come stai, davvero.»

Lui si scostò leggermente, ma non mi guardò negli occhi. La voce era bassa, dura.
«Elizabeth, non mi va di parlarne ora.»

Ingoiai un nodo amaro. Ma non volevo lasciarlo da solo. Non stavolta.

«Che ne dici se oggi pomeriggio vieni da me?» sussurrai. «Mio padre sarà fuori fino a tardi. Non torna a casa. Magari... possiamo parlarne. So che ti stanno succedendo troppe cose insieme. Voglio solo esserti vicina.»

Lui non rispose subito. Ma mi prese la mano. Forte.
Ed era abbastanza.

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