6.

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Elizabeth POV
Il trillo insistente del citofono mi strappa da una finta concentrazione. Mi trascino fino alla porta e, sbuffando, premo il pulsante.

«Chi è?» chiedo, con voce irritata.

«Il lupo che cerca Cappuccetto Rosso» risponde una voce troppo familiare.

Idiota. Mi ero completamente dimenticata che Noah sarebbe venuto oggi per lavorare al progetto. Un profondo sospiro mi sfugge dalle labbra: meglio finirla in fretta.

Appena entra in casa, Noah si passa una mano tra i capelli spettinati e, senza preamboli, allunga un fascicolo verso di me.

«Prendi il lavoro» ordina, come se avesse il diritto di farlo.

Inarco un sopracciglio. «Anche meno, Gilbert. Non sono la tua schiava.»

Lui mi ignora, dirigendosi con naturalezza verso la mia camera. «Ti aspetto di là» aggiunge, come se fosse a casa propria.

«Certo, fai pure come se fossi il padrone,» mormoro tra i denti, fulminandolo con lo sguardo alle spalle.

Dopo qualche minuto siamo entrambi seduti a lavorare. La pila di appunti si riduce lentamente, mentre il silenzio scivola nella stanza, disturbato solo dal ticchettio della tastiera.

«Siamo a buon punto» commento infine, tirando indietro la sedia e stiracchiandomi.

«Già» annuisce Noah, stanco. «Menomale, perché non ne posso più di tutta questa noia.»

Sto per rispondergli, quando il mio telefono vibra sul comodino. Un messaggio anonimo. Lo afferro, incuriosita, e mi ritrovo a fissare una foto non ancora aperta.

«Che c'è?» domanda Noah, notando la mia espressione irrigidita.

Gli mostro lo schermo. «La apro?» chiedo, incerta.

«Sì, dai» borbotta lui, senza staccare gli occhi dal computer.

Con un'esitazione che mi fa tremare le dita, apro la foto.
E mi si mozza il respiro.

Rimango immobile, a fissare lo schermo, mentre una fitta mi trafigge il petto. Una lacrima, lenta e pesante, scivola sulla guancia.

«Oh santo cielo, ma piangi sempre? Che è successo stavolta?» sbotta Noah, infastidito.

Non riesco a parlare. Gli porgo solo il telefono.
Noah lo afferra con un gesto deciso e osserva l'immagine. Il suo volto si irrigidisce.

«Oh mio Dio. Ma quello è...»

«Sì» sussurro, abbassando lo sguardo.

È Lucas. Lucas su un lettino d'ospedale, che bacia un'altra ragazza. Una ragazza che mi pare di aver già visto a scuola.
Mi si stringe lo stomaco.

«Che stronzo» sputa Noah, con un tono tagliente.

Già. Un vero stronzo.

«Ma perché queste cose succedono sempre quando vengo io a lavorare?» aggiunge lui, esasperato.

«Vai via» sussurro.
Ho bisogno di stare sola. Di spezzarmi senza testimoni.

Ma Noah non si muove.

«Ti ho detto vai» ripeto, con un filo di voce graffiata.

«Nah, resto qui» ribatte lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Mi alzo di scatto, dandogli le spalle. Le lacrime, stavolta, mi travolgono senza freni. Cerco di contenerle, ma è inutile.
Dopo pochi istanti, sento una mano esitante sulla mia spalla.

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