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Elizabeth pov
C'era un motivo per cui non riuscivo a prendere sul serio Ryan e le sue continue attenzioni: Noah. Anche se non lo avrei mai ammesso ad alta voce, una parte di me era ancora legata a lui. Era una di quelle cose che ti restano sotto pelle, come una canzone che non riesci a toglierti dalla testa.

Noah era stato tutto per me, fino a qualche mese fa. Le sue risate, il modo in cui mi guardava quando pensava che non me ne accorgessi... ero convinta che tra noi ci fosse qualcosa di speciale. Poi, all'improvviso, lui si era allontanato, senza troppe spiegazioni. Non c'era stato un vero litigio, nessuna grande scena. Solo un silenzio che si era allungato come un abisso tra di noi.

E ora, eccolo lì, seduto nella mensa con i suoi amici, come se nulla fosse. Ogni tanto mi lanciava un'occhiata, ma non faceva mai il passo per venirmi a parlare. E questo mi mandava fuori di testa. Mi chiedevo continuamente: perché? Perché non dice nulla?

<Terra chiama Elizabeth!> La voce di Ryan mi riportò alla realtà. Era seduto di fronte a me, con quell'aria da eterno ottimista. <Stavi fissando Noah, lo sai?>

Mi sentii subito colta in flagrante e cercai di mascherare il rossore che mi stava salendo alle guance. <Non è vero.>

Ryan sollevò un sopracciglio, divertito. <Certo, e io sono venuto qui solo per il cibo di questa mensa.>

<Se ti dà fastidio, puoi anche sederti da un'altra parte.>

<Non mi dà fastidio, Liz. Mi dispiace solo che stai sprecando il tuo tempo con qualcuno che non ha neanche il coraggio di parlarti.> La sua voce, per una volta, non era sarcastica. Era... sincera.

Non sapevo cosa rispondere. Forse aveva ragione, ma non potevo semplicemente spegnere i miei sentimenti per Noah come se fossero un interruttore. E, anche se Ryan continuava a provarci, il mio cuore non sembrava disposto a lasciarsi convincere così facilmente.

<Non è così semplice,> mormorai, guardando il mio vassoio.

<Non ho mai detto che lo fosse.> Ryan si alzò, lasciandomi lì con i miei pensieri. Prima di andarsene, però, si voltò e mi lanciò un'occhiata che non riuscii a decifrare. <Ma meriti qualcuno che ci sia per te, Liz. Ricordatelo.>

E con quelle parole se ne andò, lasciandomi con un nodo alla gola e una confusione ancora più grande nella testa.

LUCAS POV

Ero seduto al tavolo della cucina, tamburellando nervosamente con le dita sul legno. Mia madre girava distrattamente il cucchiaino nella tazza di tè, mentre mio padre leggeva il giornale con la solita espressione impassibile. Era il momento di dirglielo, anche se già immaginavo le loro reazioni.

«Allora...» iniziai, cercando di sembrare più sicuro di quanto mi sentissi. «Stavo pensando di iniziare a prendere la patente per la moto.»

Il rumore del cucchiaino che sbatteva contro la ceramica si fermò di colpo. Mia madre mi fissò, gli occhi sgranati. Mio padre abbassò lentamente il giornale, come se le mie parole avessero appena annunciato l'inizio di una rivoluzione.

«La moto?» chiese mia madre, la voce un mix di incredulità e preoccupazione. «Lucas, sei sicuro? È pericoloso!»

«Sì, la moto,» risposi, cercando di mantenere la calma. «Non voglio fare cose avventate. Voglio solo imparare a guidarne una, per avere più libertà di movimento. È qualcosa che mi interessa da un po'.»

Mio padre si schiarì la gola. «Lucas, una moto non è un giocattolo. Hai idea di quanti incidenti succedano ogni giorno? E poi, non è come guidare un'auto. Devi essere preparato, attento...»

«Lo so, papà,» lo interruppi, cercando di mostrarmi serio. «Ma non sto dicendo che voglio comprarne una adesso. Voglio solo iniziare a prendere la patente. Voglio farlo nel modo giusto, seguendo le regole e imparando bene.»

Mia madre si coprì il viso con una mano, scuotendo la testa. «Non riesco a immaginarti su una moto, Lucas. È troppo pericoloso, e poi...» Si fermò, cercando di trovare le parole giuste. «Non riesco a non pensare a quello che potrebbe succederti.»

Sospirai, cercando di calmare i loro timori. «Capisco la vostra preoccupazione, davvero. Ma è una cosa che voglio fare per me stesso. Non ho intenzione di correre rischi inutili. Voglio solo imparare, avere questa abilità. E poi... beh, è sempre stato un mio sogno.»

Mio padre incrociò le braccia, osservandomi con attenzione. «E saresti disposto a seguire tutte le lezioni, studiare per l'esame e dimostrare di essere responsabile?»

«Assolutamente,» risposi con convinzione. «Vi prometto che non farò niente di stupido. E voglio che siate voi a decidere se posso permettermelo o meno.»

Ci fu un momento di silenzio. Mia madre mi guardava con gli occhi pieni di apprensione, mentre mio padre sembrava riflettere intensamente.

«Va bene,» disse alla fine mio padre, rompendo la tensione. «Puoi iniziare il corso per la patente, ma solo se dimostri di essere responsabile. La prima volta che fai qualcosa di avventato, è finita.»

Mia madre lo guardò con sorpresa, ma non disse nulla. Io sorrisi, sentendo un'ondata di sollievo attraversarmi il petto.

«Grazie, papà. Non ve ne pentirete, lo prometto.»

«Spero di no,» rispose lui, tornando al suo giornale. Mia madre sospirò, scuotendo la testa, ma non aggiunse altro.

Sapevo che non era stata una decisione facile per loro, ma per me significava molto. Era l'inizio di qualcosa di nuovo, e non vedevo l'ora di salire su una moto e sentire quella sensazione di libertà che avevo sempre immaginato.

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