MAX POV
Mi appoggiai al muretto, le mani che tremavano lievemente mentre le dita stringevano il bordo ruvido del cemento. L'aria era pesante, e il sole del pomeriggio proiettava ombre lunghe sull'asfalto del cortile scolastico. Gli occhi fissi su Noah, che parlava con la solita sicurezza disinvolta, quel modo di muoversi che faceva sembrare tutto sotto controllo, anche quando non lo era. Rideva, accennava qualcosa con le mani, e i ragazzi intorno a lui pendevano dalle sue labbra.
Sembrava il solito Noah. Quello che tutti volevano avere vicino. Quello che si prendeva gli sguardi senza nemmeno volerlo. Quello che, in qualche modo, riusciva sempre ad avere tutto.
Ma io sapevo che non era così. Io vedevo oltre.
Il problema non era Sarah, come molti pensavano. Non era neanche ciò che lui le aveva fatto. Il problema era che, ancora una volta, Noah mi aveva tolto qualcosa. Non solo un'amicizia, non solo un legame. Mi aveva portato via la certezza che esistesse qualcosa di autentico. Aveva sgretolato la fiducia che avevo messo in lui. E la cosa peggiore era che, forse, non se ne rendeva nemmeno conto.
«Sarah l'ha voluto, l'ha scelto... ma Noah non ha mai capito niente di quello che c'era davvero» sussurrai a me stesso, la voce quasi inghiottita dal vento.
L'amarezza mi riempiva la bocca come ferro. Il pensiero che Noah potesse credere che tutto fosse stato solo un gioco... mi faceva impazzire. E lui era lì, a pochi metri da me, a sorridere come se nulla fosse mai andato storto.
Stringo i pugni. Le unghie mi si conficcano nel palmo.
"Lo odio" pensai. "E non finirà qui."
Mi voltai di scatto, deciso a non guardarlo più. Ma dentro, qualcosa era ormai incrinato. Non potevo perdonarlo. Non dopo quello che aveva distrutto. E la cosa più brutta era che, forse, non avrebbe mai capito quanto mi avesse fatto male.
Quando entrai in casa, fui accolto da un silenzio innaturale. Nessuna voce, nessuna risata, nemmeno il ticchettio familiare delle stoviglie in cucina. Solo il vuoto. Mi fermai un istante sull'ingresso, il cuore che improvvisamente sembrava pesare il doppio.
Mi tolsi lo zaino con un gesto lento e lo lasciai cadere sul pavimento. Il suono sordo del tessuto contro il legno fu l'unico rumore nella stanza.
«Mamma? Papà?» chiamai, avanzando verso la cucina.
Li trovai lì. Fermi. Silenziosi. Mio padre seduto al tavolo, le mani intrecciate e lo sguardo abbassato. Mia madre con il volto rivolto verso il tavolo, come se non avesse il coraggio di alzare gli occhi.
Il silenzio mi fece gelare il sangue.
«Max» disse mio padre, la voce roca, quasi un sussurro.
Mi bloccai.
«Che succede?» chiesi, il petto che cominciava a stringersi. «È successo qualcosa?»
Mia madre sollevò lo sguardo, e negli occhi aveva qualcosa che mi fece sentire più piccolo di quanto mi fossi mai sentito. Una tristezza troppo densa per essere detta a parole.
«Abbiamo qualcosa di importante da dirti» disse piano. «Una notizia... difficile.»
Il mio stomaco si chiuse.
«Cos'è successo?» domandai, già temendo la risposta.
Mio padre si alzò, venne verso di me, ma mantenne le distanze. Come se sapesse che mi avrebbe spezzato qualcosa.
«Ci trasferiamo, Max. Andremo a vivere in Argentina.»
Silenzio.
Per un attimo, il mondo smise di fare rumore. Il tempo sembrò sospendersi, e tutto ciò che sentii fu il battito sordo del mio cuore nelle orecchie.
«Argentina?» ripetei, incredulo. «State scherzando, vero?»
«È un'opportunità di lavoro che non possiamo lasciarci sfuggire» spiegò mia madre, ma le sue parole mi sembrarono lontane, ovattate.
Feci un passo indietro, come se volessi uscire da quel momento.
«Perché adesso? Perché così all'improvviso? E Lucas? E Sarah? Come faccio a lasciare tutto questo?»
Sentivo la voce alzarsi, la rabbia salire come un'onda.
«È una decisione già presa» rispose mio padre, abbassando lo sguardo.
«Una decisione vostra! E io? Io non conto niente?»
«Lo facciamo per la famiglia» provò a dire mia madre, ma le sue parole suonarono vuote, stanche.
«La famiglia?» scoppiai. «Una famiglia che decide da sola e mi lascia solo a raccogliere i pezzi?»
Mi voltai e corsi via, salendo le scale due a due. Chiusi la porta della mia stanza con uno schianto, il fiato corto, il cuore in gola. Mi buttai sul letto, affondando il viso nel cuscino. Cercai di trattenere le lacrime. Ma non ci riuscii.
Piangevo per tutto. Per il senso di impotenza, per la rabbia, per ciò che stavo per perdere.
Guardai il soffitto, cercando risposte che non sarebbero mai arrivate. Pensai a Lucas, al suo sorriso che ultimamente non era più lo stesso quando mi guardava. Pensai a Sarah, al modo in cui mi aveva lasciato, con la leggerezza di chi non si accorge del vuoto che lascia dietro di sé.
E poi pensai a me. A quello che stavo diventando. Un'ombra di ciò che ero. Un ragazzo perso, in una vita che non aveva più direzioni.
Mi alzai e andai allo specchio. Il volto che vidi riflesso non mi apparteneva. Occhiaie scure, sguardo spento, labbra serrate.
«Non voglio partire» mormorai.
Ma lo sapevo. Era troppo tardi.
Non l'avrei detto a Lucas. Non volevo spiegazioni, né consigli, né addii.
Me ne sarei andato in silenzio. Lasciando tutto alle spalle. Anche chi pensavo mi avrebbe capito. Perché ormai, anche quello sembrava perso.
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Cari lettori! Come state vedendo mi è presa l'ispirazione e ora sto pubblicando più frequentemente 🩷.
Comunque vi ricordo che mi trovate su instagram come "tillymoon._".
Avete notato che questo è un pov completamente su Max, abbiamo scoperto che purtroppo ci abbandonerà 🫀
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Unlimited
RomanceElizabeth Jonhson e Noah Gilbert si odiano da sempre. Lei è testarda, determinata, con il desiderio di trovare il suo posto nel mondo. Lui è tormentato, circondato da ombre del passato che non riesce a scrollarsi di dosso. Quando le loro vite si int...
