9.

1K 140 15
                                        

NOAH POV

Il cielo è di un grigio spento, carico di nuvole basse che minacciano pioggia da un momento all'altro. L'aria è fredda, tipica di un tardo pomeriggio d'autunno, e le strade sono umide per via della pioggerellina del mattino. Cammino con le mani nelle tasche della felpa, sbuffando per il fastidio. Siamo sempre a quel punto. Sto andando da Jonson per quello stupido progetto, e la sola idea mi irrita. Quanto manca ancora?

Arrivo davanti alla sua casa: una villetta a due piani con un piccolo giardino trascurato, l'erba ormai ingiallita dal cambio di stagione. Suono il campanello. Sempre lo stesso ciclo: lei apre, lavoriamo, ed io mi chiedo perché non le lasci fare tutto da sola.

La porta si spalanca, rivelando Elizabeth. I suoi capelli castani sono raccolti in una coda alta e qualche ciocca ribelle le incornicia il viso. Indossa un maglione oversize e dei jeans scoloriti.

«Mi passi il cotone?» chiede mentre siamo chini sul tavolo, sommersi da forbici, colla e ritagli di carta.

«È qua?» domando indicando un cassetto della scrivania di legno, ma ancor prima che mi possa rispondere, lo apro. Dentro vedo un taglierino.

«No, quello accanto!» urla lei.

Un taglierino? Strano. Quando ci serve per il lavoro, lo prende sempre dalla cucina. Continuo a fissarlo per un attimo, mentre con la coda dell'occhio noto che il solito è ancora nel portapenne accanto ai fornelli. Quindi non lo ha spostato per sbaglio.

Le passo il cotone senza dire nulla, ma quella lama nella mia testa non se ne va.

«Noah, con te sto parlando!» dice Elizabeth, toccandomi la spalla. Mi ridesto dai pensieri di colpo.

«Che vuoi?» rispondo a tono.

«Che vuoi?» mi fa il verso lei. «Devi rimettere il cotone a posto.»

Me lo porge, ma nel prenderlo, le nostre mani si sfiorano. Una scossa attraversa entrambi.

«Ahi!» esclama lei ridendo. È la prima volta che mi soffermo sul suo sorriso: ha dei denti perfetti.

Fingendo disinteresse, apro di nuovo il cassetto con il taglierino. Sotto, noto un foglio di carta piegato. Lo sta nascondendo? Anche se volessi prenderlo, finché lei è qui, non posso.

Mi serve una scusa.

«Ho sete» dico, sperando che vada a prendermi dell'acqua.

«Mi fa piacere. Ora scrivi questo.» Indica una frase sul computer.

Insisto: «Mi prendi dell'acqua?»

«No. Scrivi, poi ci pensiamo.»

No? No?! Se non si muove a prendermi l'acqua, giuro che faccio un casino.

«Ho sete» ripeto.

Lei mi guarda male.

«Ho sete, ho sete, ho sete...»

«Sei proprio uno stronzo!» sbuffa, alzandosi dalla sedia e uscendo dalla stanza.

Perfetto.

Mi affretto ad aprire il cassetto e sposto la carta. È un attestato. Perché mai dovrebbe nasconderlo? Lo tiro fuori e leggo: "Centro Psichiatria 31".

Psichiatria? Lei va dallo psichiatra?

Sento i suoi passi avvicinarsi. Rimetto tutto a posto e mi siedo di nuovo.

«Non ci credo! Ancora non hai scritto la frase?!» esclama ancor prima di entrare.

«Non mi andava» rispondo secco, senza nemmeno toccare la tastiera.

«Bene, allora quest'acqua è mia.» Beve dal bicchiere con aria di sfida.

La osservo. Il bicchiere è mezzo vuoto.

«Sì, ma io ho sete.» Le prendo il bicchiere e bevo dallo stesso lato in cui ha bevuto lei. Elizabeth si irrigidisce. Diventa rossa come un pomodoro e distoglie lo sguardo.

Un'ora dopo, finalmente, abbiamo finito. Il cartellone è pronto, e io mi sento libero. Eppure, ho la strana sensazione che mi manchi qualcosa.

«Bene, da domani torniamo a sputtanarci?» chiede posando il materiale avanzato.

«Mmh, potrei risponderti... se tu rispondi alla mia domanda.»

I suoi occhi si fanno sospettosi.

«Dipende se posso rispondere.»

Apro il cassetto, prendo sia il taglierino che l'attestato e li sollevo davanti a lei.

Elizabeth spalanca gli occhi. Il colore le sfugge dal viso.

«Che cazzo vuoi?» scatta lei, alzando la voce.

Per la prima volta, sento che quello che ho trovato mi riguarda. O forse riguarda lei più di quanto volessi ammettere.

«Vai dallo psichiatra?» domando, mantenendo la calma.

Lei si irrigidisce.

«Vattene» dice, la voce carica di un'emozione che non so definire.

Ma io rimango lì.

«Vattene ora.»

Resto fermo. Potrei alzarmi e andarmene, lasciar perdere... Ma non lo faccio.

«No» mormoro appena.

Elizabeth stringe i pugni, il respiro spezzato.

«Che cazzo hai detto? Vattene!»

Le prime lacrime le scendono lungo le guance.

Mi siedo sul letto, sbuffando un altro «No». Aspetto.

Venti minuti dopo, si siede accanto a me. Il silenzio tra noi è pesante, quasi soffocante.

«Perché?» chiede a un certo punto.

«Che cosa?»

Indica l'attestato. «Perché lo hai fatto?»

Solo in quel momento capisco.

«Vai dallo psichiatra?»

Elizabeth abbassa lo sguardo. «N-no... Ehm... Non più.»

Non più? Perché c'è stata in passato?

«Non più?» ripeto, cercando di capire.

«È successo quando avevo dieci anni, prima che mia madre se ne andasse.»

Prima che sua madre se ne andasse? Non era morta?

Lei riprende, la voce tremante: «Ed è proprio per questo che mia madre se n'è andata. Anche se gli altri dicono di no, io so che è così.»

Una fitta allo stomaco mi blocca il respiro.

Elizabeth asciuga le lacrime e mi guarda. «Va bene, so che non stai capendo. Vado al punto.»

Sento il cuore martellarmi nel petto.

«Ho tentato il suicidio» sussurra.

Resto impietrito. Ho capito male?

«Cosa?»

Lei solleva il mento. «Ho tentato il suicidio.»

No. No, cazzo.

«Non ti dirò perché» continua. «È troppo grande per dirlo a qualcuno. Mia madre ha avuto un infarto quando l'ha scoperto. Quindi sì, è colpa mia.»

Le sue spalle tremano, il viso rigato dalle lacrime.

Non penso. Non rifletto.

La tiro a me e la stringo forte, lasciandole appoggiare la testa sul mio petto. Lei non si scosta.

Resto fermo, aspettando che il suo pianto si plachi.

Poi mi ritraggo.

Cosa cazzo ho appena fatto?

Questo è stato un pov completamente di Noah, abbiamo scoperto qualcosa di Elizabeth. Cos'altro scopriremo?

UnlimitedDove le storie prendono vita. Scoprilo ora