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ELIZABETH POV
Devo trovare dei soldi per Noah. E devo farlo in fretta. Non posso permettere che finisca in prigione, non dopo tutto quello che ha passato. La sua vita si distruggerebbe per sempre.

Un rumore secco alla porta d'ingresso mi distrae dai miei pensieri. La serratura scatta e riconosco il suono delle chiavi di mio padre.

«Tesoro, sono a casa!» urla dalla cucina.

Pochi istanti dopo, il mio telefono vibra. È un messaggio da Klaus.

Vieni da me tra 20 minuti. Dobbiamo parlare.

Per fortuna sono ancora vestita, così afferro la giacca appoggiata sullo schienale della sedia e mi preparo a uscire.

«Papà, io esco» dico mentre passo accanto a lui. Gli sfioro la guancia con un bacio veloce, poi chiudo la porta alle mie spalle.

La strada per casa di Klaus è illuminata solo da qualche lampione tremolante. Il cielo è coperto, e l'aria pungente mi pizzica la pelle. Quando arrivo, busso con decisione e attendo. Passano cinque minuti, poi dieci. Finalmente, la porta si apre.

Davanti a me c'è una ragazza che non avevo mai visto prima. Avrà al massimo quattordici o quindici anni, i capelli scuri legati in una coda disordinata e uno sguardo distratto.

«Klaus e Noah sono di sopra» dice con voce stanca, poi si scansa per farmi entrare e sparisce subito dopo senza aggiungere altro.

La casa è immersa in un silenzio quasi irreale, rotto solo da qualche scricchiolio proveniente dal piano superiore. Salgo le scale con passo incerto. Le porte sono tutte socchiuse tranne una, chiusa del tutto. Mi avvicino e busso piano.

«A Klaus, che cazzo bussi? È camera tua» esclama una voce familiare dall'interno.

Rimango immobile un attimo, incerta sul da farsi. Ma poco dopo sento dei passi provenire dalla scala e decido di entrare.

La stanza è in penombra, illuminata soltanto da una lampada accesa su una scrivania ingombra di fogli. Noah è seduto su una sedia, la schiena rigida e lo sguardo sorpreso.

«Elizabeth?» chiede, sollevando appena le sopracciglia.

«Oh, Elizabeth, sei arrivata. Siediti, per favore» dice Klaus, entrando nella stanza subito dopo di me.

Mi guardo intorno, poi mi accomodo su una sedia vicino al letto.

«Le hai detto tu di venire?» domanda Noah, rivolto a Klaus.

«Ma... non lo sapevi?» chiedo io, guardando Noah confusa.

«No. Certo che no» risponde, quasi infastidito.

Sbuffo piano. «Allora? Perché sono qui?»

Evito volutamente di incrociare lo sguardo di Noah. È più facile così. Meno doloroso.

«Tu devi rimanere fuori da questa storia» mi riprende lui con un tono freddo, distante. Eppure, è stato lui a cercarmi. A chiedermi aiuto. Non capisco.

«Ma se sei stato tu a chiedermelo» ribatto, esasperata.

«Bene. Ho cambiato idea» risponde secco.

Lo fulmino con lo sguardo, ma lui si volta dall'altra parte. Codardo.

«Ormai mi hai coinvolto, e io da questa storia non esco. Ho già pensato a un modo per trovare dei soldi.»

È Klaus, questa volta, a intervenire. «Devi starne fuori, Liz.»

«Avanti, non rompere il cazzo» sbotta Noah, alzandosi. «Non sei l'eroina della situazione. Fatti da parte. Da questa storia ne stai fuori. Ora puoi anche andartene.»

Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo in pieno volto. Oggi era stato diverso. Era stato gentile, quasi fragile. E ora questo. Mi sento stupida. Ingenua.

Mi alzo senza dire nulla, lanciando un ultimo sguardo sprezzante a entrambi. Klaus mi osserva con un sorrisetto arrogante, mentre Noah non osa nemmeno guardarmi.

Scendo le scale a grandi passi, con il cuore che batte all'impazzata e la testa che mi scoppia. Ma una cosa è certa: non ho intenzione di tirarmi indietro. Non adesso.

Appena fuori casa, estraggo il telefono e compongo un numero che non avrei mai pensato di chiamare.

«Pronto?» risponde una voce dall'altra parte.

«Sì, ciao. Vorrei confermare quella cosa di cui mi avevate parlato» dico, decisa.

«Elizabeth Jonson?»

«In persona.»

«Perfetto. Possiamo incontrarci già domani, per discutere i dettagli.»

«A domani, allora.»

Chiudo la chiamata e rientro a casa. Non importa cosa dovrò fare.

Troverò quei soldi. A qualsiasi costo.

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