SARAH POV
Una vera e propria catastrofe.
Sono furiosa per quello che ha fatto Elizabeth. Ha sbagliato due volte: la prima, fingendo una relazione con il ragazzo di cui sa benissimo che mi importa; la seconda, andandosene senza nemmeno affrontarmi, lasciandomi solo un messaggio frettoloso.
Fortunatamente Mark si è offerto di riaccompagnarmi a casa, altrimenti non so come sarei tornata.
Almeno oggi è domenica, e posso permettermi di non pensare a niente. Nessuno studio, nessun impegno. Il ballo è tra un mese esatto, e tutto è praticamente pronto. A dirla tutta, non ho fatto poi così tanto: la maggior parte del lavoro è stata svolta da altri ragazzi, quelli che non avevano nulla da fare. E sinceramente li ringrazio, perché alla fine il merito andrà comunque a me.
Ci ho pensato per ore: vorrei chiamare Elizabeth e urlarle quanto è stata una stronza. Ma so anche che lei c'è sempre stata per me. Non è il tipo di persona che ferisce per il gusto di farlo.
Prima di prendere decisioni avventate, voglio vederci chiaro.
Elizabeth POV
Mi svegliai prima dell'alba. Quattro ore di sonno scarse e un turbine di pensieri che mi impediva di rimanere a letto.
Scesi silenziosamente e uscii in giardino. L'aria del mattino era fredda, limpida, il cielo ancora velato dai resti della notte. Mi sedetti su una panchina e rimasi a guardare le nuvole che si dissolvono.
Ripensai a tutto: a Noah, a Sarah, persino a Lucas. Forse ho davvero sbagliato. Ricattare Noah, ferire Sarah... Ma su Lucas, no. Su quello non provo alcun rimorso. Non dopo tutto quello che ha fatto lui.
Presi il telefono e scrissi a Noah.
«Hai impegni oggi? Possiamo vederci? Se no, ti riporto la felpa domani.»
La risposta arrivò quasi subito, troppo presto per essere un caso.
«Vieni da me. È successo un casino. Non riportarmi la giacca.»
«Mandami l'indirizzo.»
Quando me lo inviò, non ci pensai due volte. Presi il monopattino elettrico dei figli dei vicini – lasciando un biglietto: «Il monopattino è stato preso da Elizabeth per un'urgenza. Verrà riportato a breve» – e inviai un messaggio veloce a mio padre per avvisarlo che stavo uscendo.
Arrivata in zona, scrissi a Noah che ero lì, ma non lo vidi uscire da nessuna casa. Poco dopo rispose dicendomi di andare sul retro della casa bruciata.
Casa bruciata? Rimasi interdetta. Poi, in fondo alla strada, la vidi davvero: una struttura annerita, con le pareti sventrate e l'odore acre del fumo ancora nell'aria.
Lo trovai lì, seduto su una sdraio. In braccio teneva una bambina piccola, bionda, con gli occhi gonfi di sonno. Doveva avere due anni. Immaginai – e sperai – che fosse sua sorella.
«Ei, ma cos'è successo a questa casa?» chiesi piano.
«Finalmente. Quanto cazzo ci hai messo? Siediti.» Indicò una sedia vicino a lui.
«Uno, mi sono appena svegliata. Due, modera il linguaggio, ci sono bambini.» dissi tirandogli un colpetto sulla spalla.
«Oh, già. Johnson, lei è Allison. Allison, lei è Elizabeth. Una rompicoglioni.» fece con un mezzo sorriso.
«Mi spieghi perché mi hai chiesto di venire? Che casino è successo? E poi sembri distrutto. Hai dormito almeno?» chiesi, notando le occhiaie marcate e la sua espressione stanca.
«Ma che cazzo è? Un interrogatorio?» sbottò, aggrottando la fronte.
«Mamma mia come sei... Mi sono solo preoccupata.»
Mi fissò per un attimo, poi sospirò. «Hai ragione, scusa. Ti ho chiamata io, è normale che tu voglia sapere. Mi sentivo solo. E tu eri l'unica che poteva venire.
Riguardo a questa casa...» Fece un gesto con il mento verso le macerie. «Era casa mia. Ieri sera è andata in fiamme. E no, non ho dormito.
Lei è mia sorellina, Allison. Ha due anni. Per fortuna non era in casa quando tutto è successo.»
Non riuscivo a credere alle sue parole. La voce gli tremava appena, ma bastava per far spezzare il cuore.
«Oh, merda... Cazzo.» fu tutto ciò che riuscii a dire all'inizio. Poi trovai il coraggio di chiedere: «Come è scoppiato l'incendio?»
«Ancora non si sa. Si pensa a un incendio doloso. Qualcuno da fuori. In casa non c'era nessuno.»
«I tuoi genitori?»
«Sono in viaggio per lavoro. Allison era con la babysitter. Erano uscite da poco, pochi minuti prima che succedesse tutto.
Comunque basta domande, ti prego. E sì, i miei stanno tornando. Dovrebbero arrivare domani.»
Feci cenno di volere Allison tra le braccia, lui la passò senza esitazione. Sembrava pronto a crollare. E mi venne un'idea.
«Quindi... non hai un posto dove stare per oggi? Klaus?»
«No. Klaus ha troppi casini in famiglia. E io con sua sorella ho avuto problemi. Non me la sento.»
«Devi dormire. E anche lavarti. Puzzi parecchio, se posso permettermi.» scherzai, anche se non troppo.
Poi mi tornò in mente una conversazione passata. «Senti... posso chiederti una cosa? So di Mark. So che i tuoi genitori lo hanno adottato. Ma allora... perché lui non era con voi?»
«I miei genitori lo hanno ado– cosa? Ma che cazzo dici, Elizabeth? Ti sei fumata qualcosa?» rise, ma il sorriso era amaro.
«È inutile che fingi. Me l'ha detto lui stesso.»
«Chissà che cazzo si è inventato. Non è vero. I miei sono partiti prima che lui arrivasse, quindi non l'avrebbero potuto adottare nemmeno volendo.
E poi, non devo giustificarmi con te. Ti ho detto che non è così.»
Mi ha mentito Mark? O mi sta mentendo Noah?
Ma non era il momento di pensarci.
«Senti... perché non venite da me?» proposi, stringendo un po' di più la bambina tra le braccia.
«Cosa? Perché mai dovrei?» replicò lui, perplesso.
«Perché hai bisogno di dormire. E lei anche. Se non avete un altro posto dove andare, non posso lasciarvi così.»
«Ti sei dimenticata che vivo col preside? Quello tra poco mi caccia a calci dalla scuola.»
«Appena si sveglierà uscirà, andrà a scuola e rientrerà stasera tardi. Non saprà neanche che siete lì.»
Noah rimase in silenzio per qualche secondo, poi annuì con riluttanza.
«Va bene. Ma solo per lavarmi. Non voglio continuare a puzzare.»
Si alzò, sistemò la sdraio e prese Allison con delicatezza.
La mise nel seggiolino della sua auto, poi si girò verso di me.
«Ma che cos'è quello? Il tuo nuovo giocattolino?» disse, riferendosi al monopattino.
«Quando ti svegli al mattino con un messaggio che dice "è successo un casino", prendi la prima cosa utile che trovi. E poi, ti ricordo che io non ho ancora la patente.»
«Mettilo nel cofano. E sali.»
Arrivati a casa, riportai il monopattino al suo posto. Il biglietto non c'era più, quindi presumibilmente lo avevano letto.
La macchina di mio padre non era nel vialetto.
Perfetto. Grazie al cielo.
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Unlimited
RomanceElizabeth Jonhson e Noah Gilbert si odiano da sempre. Lei è testarda, determinata, con il desiderio di trovare il suo posto nel mondo. Lui è tormentato, circondato da ombre del passato che non riesce a scrollarsi di dosso. Quando le loro vite si int...
