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Cari lettori, ho una domanda da porvi: cosa ne pensate del primo giorno del mese?
Ve lo chiedo perchè è cosa comune, al giorno d'oggi, detestare gli inizi. Molti odiano il lunedì, tanti odiano gennaio in quanto primo mese dell'anno. Il primo giorno del mese invece passa spesso inosservato... mi è sempre sembrata una differenza un po' particolare. Se si odiano gli inizi non li si dovrebbe ampliare a tutto? Questa circoscrizione mi dona non poca perplessità.
La realtà è che penso non si tratti dell'inizio in sé: presumo si tratti dell'ansia che ci attraversa nell'affacciarci all'ignoto. Quando non si sa in che direzione si sta andando, la sensazione di essersi persi è proprio lì dietro l'angolo a prenderti a braccetto... certo, a meno che tu non abbia una guida.
Beh, miei cari lettori: Fina e Marta si stavano avventurando in una strada buia e sconosciuta e non avevano una guida a cui appoggiarsi nè una bussola da seguire.
Fina era sola, lontana da ogni rapporto che aveva costruito nel tempo, quasi come se la sua vita fosse svanita come fumo tra le dita. Marta aveva solo l'appoggio di Luz ma per la prima volta dopo tanti anni, non le aveva raccontato le paure che stavano iniziando a turbare le sue giornate.
Erano sole, sole e in balia di un nuovo strano sentimento che gli era arrivato addosso come un'onda anomala e le aveva travolte. Sentimento, a dire il vero non si può definire cosa fosse quello che a quel tempo le legasse, era un inizio. Se fosse un inizio buono o cattivo lo scopriremo solo andando avanti.
Il giorno dopo a quel pericoloso avvicinamento tra le due, Fina era chiusa nel suo ufficio domestico e fissava gli scaffali pieni di libri che iniziavano lentamente a cospargersi del primo strato di polvere. Presto avrebbe dovuto moderare un incontro sulla didattica universitaria per un'associazione di architetti. Il compito era deliare gli aspetti fondamentali dell'insegnamento con attenzione all'insegnamento scientifico in contrapposizione a quello umanistico. Per presto intendo meno di una settimana. E sul suo foglio Excel, in condivisione con il gruppo che avrebbe assistito al congresso come parte dei dialogatori, c'erano solo le seguenti parole: Congresso didattico - l'insegnamento letterario e scientifico: veramente due modi diversi di insegnare?
No, non c'era scritto altro.
Fina aveva passato la notte in bianco a fissare lo schermo del computer e gli scaffali della stanza nella ricerca disperata di un'idea.
In realtà la nostra cara Valero non aveva problemi di idee, aveva più un problema di concentrazione. Ogni suo pensiero era rivolto agli avvenimenti del giorno prima.
La scena le si ripresentava nella mente come un film che non poteva smettere di guardare.
In piedi dinnanzi alla macchina, così vicine da poter sentire persino i loro cuori battere ma troppo orgogliose per un dialogo sincero, troppo testarde per ammettere che avrebbero solo bisogno di parlare e placare la loro sete di conoscenza l'una dell'altra.
Il ricordo del sospiro di Marta nel cercare le parole mancate le aveva talmente riempito la mente che sentiva le tempie scoppiare.
"Non posso credere di essere stata così stupida, quando diavolo ho deciso di flirtare con la vicina di casa senza un ragionevole motivo?" mormorò Fina tra sé e sé. Ma non era solo questione di stupidità, era il suo orgoglio. Orgoglio che non fa altro che allontanate la verità di quello che le stava accadendo ma che ora sembrava solo alimentare il fuoco di quella passione. Incrociò le gambe sulla sedia girevole cercando una posizione più comoda, ma la sua mente tornava sempre a quell'istante vicino la macchina, a quando le sue labbra si erano posate sul collo candido e liscio della donna e le sue mani l'avevano sfiorata per un breve, eterno secondo.
Prima di impazzire decise di uscire per recarsi in palestra, doveva cercare di staccare i pensieri e versare tutte le ansie su qualcosa per cui si preparò velocemente e uscì di casa. Ai suoi occhi, se si fosse guardata allo specchio avrebbe visto nella sua immagine una persona confusa, io vi potrei dire che quel giorno sembrava un fantasma vagante per le vie del centro. La palestra distava circa dieci minuti a piedi da casa ma lei vi impiegò il doppio del tempo con la macchina dopo aver cambiato strada parecchie volte e cercato un parcheggio che non le costasse fatica con le manovre.
Dall'altra parte della strada di casa Valero, Marta stava vivendo un tormento simile. Seduta alla scrivania, un foglio davanti e il laptop aperto con distrazione. Ogni parola del nuovo testo delle sue canzoni, ogni riga sembrava sfocata mentre il viso di Fina le si sovrapponeva a tutto. Rivide il momento in cui i loro sguardi si erano incontrati, e come entrambe si erano subito ritratte, incapaci di gestire quell'improvvisa e profonda connessione.
"Perché non riesco a togliermela dalla testa?" si chiese Marta, quasi esasperata. Aveva cercato di convincersi che tutto quello che sentiva era solo frutto di un momento di debolezza, ma sapeva che era una bugia. Dopotutto, cosa è una verità non detta se non l'apoteosi di una bugia.
La sua vita si era inspiegabilmente riempita di menzogne, talmente piena che paragonandola a una spugna imbevuta d'acqua non avrebbe potuto raccoglierne un'altra goccia.
Mentire a sé stessi è una condanna, una tortura lenta e maligna che mette un velo davanti e non ti fa più vedere nulla, non ti fa più godere della vita e di quello che essa ha da offrirti.
Anche Marta, ogni volta che provava a concentrarsi su altro, si ritrovava con la mente che tornava a Fina, alla sensazione della sua vicinanza, al suono della sua voce che le sussurrava all'orecchio quelle parole.
Ripensò a come si erano guardate negli occhi, nessuna delle due disposta a cedere a una gentilezza. Eppure c'era stato qualcosa in quell'ultimo incontro che aveva messo in moto un nuovo ingranaggio.
Vi posso assicurare che quel giorno, non so bene in quale flebile istante, non so bene durante quale di quelli sguardi, entrambe hanno capito che nel caso in cui si fosse ripresentato un nuovo momento del genere, avrebbero imboccato una strada a senso unico dove alla fine c'era solo una voragine profonda pronta a inghiottirle.
Sembrava tutto così complicato, eppure così semplice allo stesso tempo: sarebbe bastato un solo gesto, una parola e tutto sarebbe potuto cambiare.
E proprio durante questa prima presa di coscienza, i pensieri della nostra cantante furono interrotti da una porta che si apriva. Pelayo era appena entrato nello studio alla ricerca di qualche modulo.
«Hai visto da qualche parte le pratiche di Proxess?» Le chiese mentre iniziava a cercare tra i cassetti della scrivania e gli scaffali delle librerie.
«Le cosa di chi?»
Una Marta doppiamente confusa sia dal ritorno alla realtà che dalla richiesta troppo specifica non potè far altro che rispondere in questo modo.
«Niente lascia stare, le ho trovate».
Il marito raccolse i fogli e in meno di dieci secondi fu già fuori dalla stanza.
La donna si voltò a guardare la porta e un'enorme senso di vuoto fece capolino nel suo petto. Chiuse un momento gli occhi e si lasciò andare a una piccola considerazione sottovoce.
"Sei andato via tanto tempo fa e me ne accorgo solo adesso, è troppo tempo..."
Proprio quest'ultimo pensiero fece scattare in lei una piccola fiamma. I pensieri di qualche istante prima si fusero con quelli di quel preciso momento e dopo molti mesi Marta De La Reina scrisse quasi completamente una nuova canzone.
Erano le 10:00 del mattino quando finalmente posò la penna ma andare a letto in quel momento avrebbe avuto poco senso e le avrebbe rovinato l'intera giornata. Peraltro da quel giorno partiva il nuovo abbonamento nella nuova palestra. Purtroppo si ritrovava spesso a dover cambiare i luoghi che frequentava perché in troppi la riconoscevano e veniva costantemente tempestata di domande alle quali non sempre era pronta a rispondere. Alcune di queste erano "A quando il prossimo disco? E il prossimo tour? Quando pensi di tornare sul palco?"
Era sfibrante e ansiogeno. E lei aveva deciso di staccare e prendersi una pausa dalle scene proprio perché era arrivata a desiderare solo un minuto di pace e tranquillità.
La palestra in cui si era iscritta era piccolina e ben attrezzata ma la cosa che l'aveva convinta a procedere all'iscrizione era il fatto che esistevano le turnazioni e potevano esserci in palestra solo un determinato numero di persone per non creare caos e file per utilizzare gli attrezzi.
In realtà aveva anche litigato con Pelayo per questa storia della palestra in quanto lui le aveva spesso proposto di comprare degli attrezzi e allestire una stanza fitness cosìcchè potesse allenarsi a casa. Questo però avrebbe significato toglierle un altro pezzo di normalità dalla routine e per Marta era assolutamente fuori discussione.
La donna arrivò in palestra alle undici in punto, l'orario in cui avrebbe dovuto iniziare l'allenamento e dopo un primo check con l'istruttore che le aveva stilato e spiegato una lista d'allenamento mensile diede un'occhiata alla struttura.
Di per sé era un ambiente piuttosto compatto ma dotato di una grande fornitura di attrezzi e senz'altro all'avanguardia: con ampie vetrate che lasciavano entrare molta luce naturale, creando un ambiente moderno e accogliente. La reception era minimalista e funzionale, con una lounge per il relax.
L'area cardio disponeva di tapis roulant, ellittiche, cyclette, vogatori e stepper, tutti con schermi touch-screen per allenamenti personalizzati e monitoraggio delle prestazioni. La zona pesistica offriva macchine multifunzionali, pesi liberi, manubri, bilancieri, kettlebell, e un'area dedicata ai power rack e alle panche regolabili su pavimentazione antiurto.
C'era persino uno spazio per l'allenamento funzionale con palle mediche, sandbag, corde da combattimento, TRX, box per il salto e una parete per l'arrampicata. La sala dei corsi invece aveva un pavimento in legno ammortizzato e specchi a tutta parete, ospitando lezioni di yoga, pilates, spinning, HIIT e danza.
Nella sua "piccolezza" la palestra aveva persino una piccola area relax che includeva due saune, due bagni turchi, poltrone massaggianti e zone per massaggi manuali. Gli attrezzi, di marchi rinomati come Technogym e Life Fitness erano tutti dotati di sensori biometrici per monitorare le prestazioni e integrarsi con app di fitness, offrendo un'esperienza di allenamento completa e personalizzata.
A occhio e croce in quel momento c'erano circa quindici o venti persone in sala, qualcuno l'aveva guardata, qualcuno invece le si era anche avvicinato per salutarla ma nel complessivo erano stati tutti molto gentili e poco indisponenti.
Il posto le piaceva, finalmente avrebbe potuto rilassarsi durante l'allenamento, perlomeno se non fosse stato per un unico problema. Volgendo lo sguardo all'area cardio, infatti, il suo occhio ricadde su una figura che riconobbe all'istante. "Vengo quì per toglierti dalla mia mente e ti ritrovo davanti, quale scherzo è mai questo?" Mormorò seccata a sé stessa. Sospirando poi abbassò gli occhi sul foglio degli esercizi, la prima parte prevedeva venti minuti di tapis roulant: ve ne erano quattro, uno solo di essi occupato, indovinate da chi?
Marta la vedeva di spalle ma da quella posizione potè notare qualche espressione del suo viso.
I suoi capelli lunghi e lucenti erano raccolti in una coda alta, ondeggiando leggermente ad ogni passo. In viso sembrava seria e pensierosa, con un'espressione concentrata e distante. Indossava un completo sportivo nero, aderente e sobrio, che metteva molto in risalto la sua figura tonica e atletica. E no, non l'aveva mai guardata come stava facendo in quel momento.
I suoi movimenti erano decisi e ritmati, ogni falcata sembrava quasi una fuga da qualcosa. Aveva le guance leggermente arrossate dallo sforzo, ma su di esse non vi era segno di quel sorriso che aveva sempre: solo una determinazione silenziosa. Le mani si muovevano in sincronia con le gambe, ma con una tensione che sembrava tradire il suo stato d'animo.
I suoi occhi sembravano fissi su un punto lontano, persa nell'ascolto della sua musica attraverso gli auricolari sembrava compleamente persa anche nei suoi pensieri. La luce naturale che filtrava dalle finestre illuminava la sua pelle leggermente sudata, conferendole un aspetto ancora più intenso e vulnerabile.
Ogni dettaglio del suo aspetto rifletteva non solo la sua bellezza, ma anche una profonda serietà e quais una ricerca di sollievo, come se stesse cercando di correre via da qualcosa.
La donna si domandò soltanto cosa le stesse passando per la testa, cosa le avesse tolto dal viso quel sorriso beffardo che portava sempre sulle labbra. Se lo domandò in silenzio e poi decise che sarebbe stato inutile rimanere lì inerme a guardarla.
Come si sarebbe dovuta comportare dopo il giorno precedente? Era nel suo carattere sfuggire dalle cose che non riusciva a controllare per cui posso dirvi che per quanto si fosse domandata anche questo, non ci pensò più di tanto. Sicuramente non era nel suo interesse andare da lei e fare conversazione sull'accaduto e dato che molto probabilmente la situazione era reciproca si era posta il problema solo nei margini della confusione che quella vicinanza le aveva provocato.
Con passo incerto si avvicinò a uno dei macchinari, tra quello di Fina e il suo però ne aveva saltato uno così da mettere tra loro una certa distanza e far finta, nel caso si fosse accorta di lei, di non aver notato la sua presenza. Ahi Marta, non avevamo detto niente menzogne?
La donna tuttavia prima di accendere il proprio macchinario si sistemò le cuffiette e diede un ultimo e fugace sguardo verso la direzione della ragazza, il suo telefono era incastrato nel porta cellulare del tapis roulant e dallo schermo acceso avrebbe potuto giurare di aver intravisto una copertina del suo album. Prese un bel respiro e iniziò la sua corsa immergendosi nella sua musica e cercando di non pensare a chi stesse correndo a qualche passo da lei.
Immersa nella sua seduta di cardio, Marta pur provando a pensare a qualcosa che non riguardasse la vicina, non riusciva in alcun modo a concentrarsi su nient'altro.
Avete presente quando fate qualcosa di veramente sbagliato e vi sentite pietrificati all'idea che qualcuno vi possa scoprire? Quella terrificante sensazione di brivido alla schiena e buco allo stomaco, la bocca secca e la voglia di gettare tutto in aria? Ecco, questa era la situazione in cui si trovava la nostra cara cantante.
Terminata la corsa, mentre rallentava e controllava il display del macchinario, si voltò verso la direzione del tapis di Fina notando che non c'era più.
«Mi cercavi?»
Una voce proveniente dalla direzione opposta a cui stava guardando la fece sobbalzare bruscamente. Girandosi si ritrovò dinnanzi a due occhi verdi che la squadravano, la ragazza si era con un braccio appoggiata al manubrio del tapis roulant mentre con l'altra teneva in mano un foglio.
«Ti sembra a modo spaventare le persone in questo modo?»
«Mh, ti sembra a modo non salutare la tua vicina di casa?» ribattè Fina con quel sorriso beffardo che le era ricomparso sul volto.
La mora strinse le labbra in senso di sconfitta, no... l'iniziale idea di rispondere che non l'aveva vista non avrebbe funzionato.
«Ti perdono se farai un buon allenamento» aggiunse poi alzando vistosamente il foglio che teneva con una mano e concentrandosi nel leggerlo.
«Quello è il prospetto dei miei allenamenti?»
«Sì, oggi ti seguo io».
«Scusami? In che senso?»
Marta fu visibilmente colpita da quella risposta e non capendone ancora il significato si guardò attorno quasi per cercare una risposta che non si sa da dove si aspettava che arrivasse. Al vederla così perplessa la ragazza le corse in aiuto.
«Il tuo trainer ha avuto un problema con delle tubature a casa ed è dovuto andare via con urgenza. Gli altri sono tutti impegnati per cui, dal momento che conosco la palestra da più tempo di te e me la cavo piuttosto bene, mi è stato chiesto di darti una mano».
«Non c'è veramente bisogno, so cavarmela da sola».
«Lo vedremo. Intanto ci spostiamo nella zona pesi».
«Tu non dovresti allenarti per conto tuo?»
«Ho finito. Quando mi hai notata ero al defaticamento in cardio».
«Bene, visto che hai finito puoi anche andare a casa».
Cosa le fosse passato nella testa non è dato saperlo ma credetemi quando vi dico che Marta stava dicendo tutto il contrario di ciò che pensava.
«Lo farei ma aspetto delle scuse per non essere stata salutata».
Marta sbuffò in segno di fastidio e anche un po' di resa, poi dopo aver recuperato il suo telefono dal porta cellulare iniziò a dirigersi verso la zona indicata dalla ragazza. Vedendo che non le stesse andando dietro però si fermò e si voltò un istante prima di proseguire.
«Non vieni?»
Inutile dirvi con quale immenso piacere Fina la raggiunse. Probabilmente quello è stato il primo vero momento in cui si sono parlate senza un reale battibecco.
L'allenamento durò un'ora e mezza e Marta non aveva alcun bisogno di un trainer che l'aiutasse, andando in palestra regolarmente da anni conosceva ogni tipologia di macchinario esistente e i rispettivi esercizi. La Valero si era solo limitata a guardarla e ogni tanto di ricordarle di tenere la schiena dritta. Per il resto avevano parlato veramente poco, uno scambio di battute ridotto all'osso e tutto preimpostato su consigli di allenamento.
Ciò che però avrebbe potuto colpire chiunque guardasse la più giovane mentre porgeva attenzione ai movimenti della nostra cantante, si sarebbe accorto che in quegli sguardi risiedeva una particolare scintilla. Di cosa si trattasse non mi è mai stato spiegato chiaramente e mai con parole chiare. Ad oggi posso solo pensare al desiderio.
Dopotutto si conoscevano troppo poco per qualsiasi altra cosa. Eppure in quello scenario semi affollato, attorno a loro sembrava esserci una bolla. Fina aveva scrutato ogni singola parte visibile di quella donna, senza averci passato chissà quanto tempo avrebbe potuto delineare ogni linea del suo viso, ogni sfumatura dei suoi capelli e probabilmente sarebbe riuscita a ricreare dal nulla persino quello strano colore verde militare della tuta che indossava.
«Allora, ho superato tutti gli esercizi, allenatrice?»
Marta non usava spesso quel tono beffardo ma in un certo senso stava ripagando la ragazza con la sua stessa moneta. Le loro minuscole provocazioni erano tanto scrupolose quanto dirette: l'attenzione alle parole di Fina era equiparabile alla stessa attenzione ai dettagli di Marta. Nel loro scambio di battute sembravano sempre completarsi a vicenda, sicuramente capirsi all'istante.
«Superati a pieni voti».
Fina si abbandonò finalmente a un sorriso vero: non era derisione, niente provocazioni o quant'altro, semplicemente era rimasta contenta di quella silenziosa ma piacevole compagnia. Avevano passato la loro prima ora e mezza senza rinfacciarsi nulla a vicenda, che fosse un primo passo verso la quiete?
Si erano salutate quasi amichevolmente e su entrambi i volti dopo quel tempo insieme era rimasto un sorriso caldo e genuino.
In realtà il loro tempo insieme non era ancora finito, infatti una volta fuori dalla palestra Marta si era incamminata verso casa ma un clacson la fece nuovamente sobbalzare e di nuovo la causa di quel piccolo spavento era Fina che, abbassato il finestrino dell'auto, si era rivolta a lei.
«Sali, ti do un passaggio».
«Tranquilla, farò due passi».
«Si gela oggi, non è il caso di prendersi malanni, non devo neanche fare chissà quale giro per accompagnarti, non farti pregare».
La donna sorrise e fece il giro dell'auto per arrivare alla portiera del passeggero e salì in auto allacciando la cintura.
«Grazie, continuo a dire che non c'era bisogno».
«Se non la smetti ti faccio scendere».
«Oh bene, allora faccio silenzio».
Quel nuovo tono amichevole tra le due emanava falsità da ogni lato, sebbene non ne fossero infastidite sapevano che stavano ovviando l'accaduto del giorno prima. Marta nel frattempo si rese conto che in quell'auto si sentiva quell'odore fortissimo di Fina. Quello a cui non aveva smesso di pensare un solo momento dell'istante in cui lo aveva sentito per la prima volta.
«Allora, dimmi tutto».
«In che senso?»
La richiesta di Fina era quasi una doccia fredda, come faceva a lasciarla sempre perplessa e senza parole?
In risposta la ragazzo sorrise e credetemi, era uno di quei sorrisi che rivolgi stupidamente al telefono quando ti arriva il messaggio che magari aspetti da tutto il giorno.
«Non abbiamo avuto modo di parlare come persone civili fino ad ora per cui sarebbe carino se mi parlassi un po' di te».
A quelle parole la mora rimase nuovamente sconcertata per qualche istante ma per non fare la figura di quella che quasi non riesce ad avere una conversazione si sforzò a rispondere.
«Non penso che tu stia dicendo seriamente, purtroppo su di me spesso le persone sanno ancor più di quanto ne sappia io su me stessa».
«Quello che dicono le persone combacia veramente con la persona che sei?»
Marta pensò che decisamente una domanda del genere non rientrava in una tranquilla chiacchierata tra persone che si sono appena conosciute, di certo non era tra gli standard delle conversazioni che aveva avuto negli ultimi mesi, forse negli ultimi anni. Ovviamente Luz a parte. Dovette riflettere un momento prima di trovare le parole giuste ma non sentendole arrivare decise di rispondere con un'altra domanda.
«Sei solita fare domande del genere a persone che conosci da poco?»
«Uhm fammi un momento riflettere... sì».
«Buono a sapersi, dovrò fare allenamento per riuscire a tenere una conversazione con te».
«Penso che tu sappia tenermi testa benissimo».
Era un complimento quello? Senz'altro si erano lasciate andare a una gentilezza improvvisa e senz'altro quella gentilezza era data dell'imbarazzo di non riuscire veramente ad essere loro stesse in quel momento. A meno che fossero proprio in quel momento loro stesse e non lo fossero state mai fino ad ora nella loro vita.
Pensieri più o meno simili da entrambe le parti furono interrotti dalle improvvise parole di Marta.
«Stai sbagliato strada, dovevi svoltare a sinistra all'incrocio».
«Lo so, non ho sbagliato strada. Semplicemente l'ho allungata».
Sì, quella ragazza aveva lo straordinario potere di lasciare la mora senza parole e troppo poche persone ci erano riuscite nel corso degli anni. Al silenzio creato da quella risposta mise nuovamente fine Fina.
«Finalmente stiamo riuscendo a parlare senza sguainare le spade al vento, lasciami godere del momento. Inoltre non è propriamente un dispiacere avere una star mondiale sul sedile passeggeri della mia auto».
La nuova provocazione della nostra Valero fece capolino negli occhi di Marta e insediò un nuovo sorriso sul volto della donna che decise di mettersi comoda.
«Qualche minuto in più fuori casa non farà mica male».
«Mh».
«Che cosa vuol dire mh? Che risposta è?»
«Riflessioni».
«Su?»
«Sul fatto che tu non abbia particolare piacere nel tornare a casa».
L'attenzione ad ogni singola parola da parte di quella ragazza era definibile quasi maniacale, chi mai avrebbe colto in quella breve frase un senso del genere senza conoscere la persona con cui sta a dialogando?
«Mio marito rimarrà in ufficio tutto il giorno e mia figlia ha un rientro a scuola per cui non troverò nessuno ad aspettarmi».
Sicuramente queste parole sarebbero state molto più convincenti e meno cruente di un "non voglio tornare in una casa dove si prova solo indifferenza nei miei confronti".
«Allora un po' di compagnia non guasterà a nessuna delle due».
Dopo una breve pausa data anche dalla concentrazione nel far passare un auto che usciva malamente da un parcheggio, Fina riprese il discorso interrotto.»
«Quindi? Nulla da dire?
«Sono troppo un libro aperto per parlare di me. Piuttosto, posso farti io una domanda?»
Marta stava disperatamente cercando di cambiare discorso ma con la ragazza che le sedeva accanto era una partita persa sin dall'inizio, se non fosse che la sua attenzione non avesse colto l'indisposizione nel parlarle di sé stessa... almeno per il momento.
«Per quanto io non pensi tu sia un libro aperto ti cedo il testimone della conversazione: dimmi pure».
La donna tentò di non sembrare nuovamente sorpresa dalla fluidità dei pensieri della più piccola nè tantomeno dal suo modo di parlare, dopotutto stava pur sempre parlando con una giovane ragazza che proprio per le sue doti intellettuali era arrivata nella posizione in cui si trovava.
«Confessando di averti guardata in palestra... non ho potuto fare a meno di notare che non ero la sola che ti rivolgeva qualche sguardo. Eri compiaciuta dalle attenzioni. Parli molto del peccato della superbia, quello cos'era?»
Le parole di Marta tagliarono persino l'aria all'interno dell'auto: quella quasi senza parole fu Fina stavolta e non riuscì a far altro che gettare lo sguardo verso la donna che aveva sul volto un'espressione curiosa e d'attesa.
«Touchè. E sarei io a fare domande scomode?»
Per quanto la mora fosse rimasta impassibile in cuor suo era terribilmente felice di essere riuscita a ridistinguersi in quella conversazione. Dopo un primo momento di silenzio però la ragazza prese finalmente parola senza sottrarsi alla domanda e facendo finta di non aver fatto caso alle prime parole della frase.
«È vero, mi piace che mi guardino. Non è superbia. Compiacersi di un'attenzione a volte può aiutarti ad avere più fiducia in sé stessi».
«La superbia non è il compiacimento di sè?»
«Beh, sì. Ma lo è solo se portata all'eccesso. Solo nel momento in cui ci si sente superiori. Ed io non mi sento superiore a nessuno. So stare al mio posto e nel mio posto, se mi guardano, mi fa piacere che lo facciano».
Marta riflettè sulla risposta appena data ma non ebbe tempo di replicare perché erano appena giunte a destinazione e la ragazza aveva appena accostato al vialetto di casa.
I loro sguardi si incrociarono nuovamente e con grande sorpresa, nonostante il dialogo sembrasse giunto al termine, Fina riprese parola rivolta direttamente verso di lei.
«Posso farti anch'io un'ultima domanda prima che tu scenda da questa macchina?»
La donna non rispose ma fece un flebile cenno con lo sguardo che le fece capire di aver accolto la richiesta.
«Pensi veramente tutto quello che hai detto su di me quella sera al Redmoon?»
Marta chiuse gli occhi un momento, sotto lo sguardo di Fina si sentiva sotto pressione e non riusciva a rispondere se quegli occhi verdi la fissavano in quel modo. Si sganciò la cintura e aprì lo sportello. Al vederla scendere dall'auto, l'insegnante rimase piuttosto perplessa all'idea che stesse scappando da quella domanda: se non le avesse dato una risposta sarebbe stata una conferma. Poi però la donna si appoggiò allo sportello e prima di chiuderlo e andare via disse tre semplici e imponenti parole.
«Forse non più».
Sembrava essere diventato un vizio quello di lasciarsi in sospeso, quasi a volersi riagganciare ai loro primi incontri. Se non lo faceva una lo faceva l'altra e Fina rimase ferma in macchina con le stesse sensazioni con cui aveva lasciato Marta il giorno prima dopo quel flebile bacio sul collo.
Quelle parole erano più importanti di quanto si possa immaginare, significavano in primis che la stava rivalutando e per rivalutare qualcosa o qualcuno devi pensare a quella persona per cui significava che la pensava. Quel forse inoltre evidenziava il fattore evolutivo di quel rapporto, indicava che probabilmente avrebbero dovuto parlare ancora per poterle far cambiare completamente idea e per parlare ancora avrebbero dovuto rincontrarsi e avere una nuova conversazione. Un nuovo momento da condividere insieme.
Quella mattina le due vicine si erano lasciate con il sorriso sulle labbra, aggiungerei finalmente. Ma com'è che si dice? C'è sempre quiete prima e dopo la tempesta. In questo caso ci trovavamo nel prima.
Ma di questo ne riparleremo al prossimo capitolo... per il momento, come sempre, seppur nella nostra storia Fina e Marta stanno sorridendo sotto il sole del primo marzo, noi ci salutiamo che per me è sera.
Per cui: buonanotte miei cari lettori, domani sarà un nuovo giorno. Sicuramente uno in meno.

La voce della crisalideLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora