Abbiamo aggiornato le nostre Linee Guida sul Contenuto.
Consulta le linee guida più recenti per continuare a condividere storie in sicurezza.

10.

197 16 25
                                        

Lo scrittore Guido Rojetti, in uno dei suoi racconti, scriveva "il tempo è spesso puntuale nel farci capire molte cose in ritardo".
Miei gentilissimi lettori, vi ho riportato questa sua citazione per un motivo ben preciso: stiamo proseguendo questa storia un po' a singhiozzi e me ne rendo conto ma come vi ho più volte spiegato non conosco molti dettagli della stessa e a volte ometto situazioni e giorni di routine che non gioverebbero all'arricchimento di questo racconto. Non considero sensato annoiarvi con inutili parole se queste non c'entrano a pieno con la nostra storia, in realtà con la storia di Marta e Fina... sempre che storia possa chiamarsi.
Vi ho lasciati a quel venerdì sera al Redmoon, vi riprendo il martedì 19 marzo. Siamo nel pomeriggio e ci troviamo a casa di Fina e come ogni martedì da qualche settimana, la nostra professoressa Valero è in compagnia di Julia per la loro solita lezione letteraria.
Prima di proseguire, so che vi starete chiedendo: ma cosa è successo dopo quella sera? Niente. Assolutamente nulla. Come potrete immaginare il carico di quella frase pronunciata dalla ragazza fu ancestrale: dopotutto chiunque di noi rimarrebbe pietrificato dinnanzi a un "comunque, io con te ci farei l'amore tutte le notti": vi sfido a rimanere impassibili di fronte a una simile affermazione. Tanto più se c'è del sentimento nei confronti di chi pronuncia quella frase e abbiamo fatto capire fin troppo che tra le due si era creato un legame magnetico incontrollabile. In quei giorni entrambe pensarono molto, in quei giorni entrambe avevano avuto modo di sedersi sul divano o sulla poltrona con la testa tra le mani a cercare di non farsi esplodere la testa. In quei giorni, entrambe, avevano dovuto ammettere a loro stesse che tutto quello che stava succedendo andava bloccato prima di un violento patatrak per utilizzare un termine bufaliniano e ricongiungerci nuovamente con Fina e Julia.
L'argomento delle due quel pomeriggio, infatti, era la connessione tra la vita e le opere che leggiamo e scriviamo con particolare attenzione alla vita e alle opere di un grande scrittore siciliano: Gesualdo Bufalino. Senza spoilerarvi troppo, sappiate che l'autore di cui parliamo e di cui Fina raccontava a Julia, morì a causa di un incidente stradale, mentre, accompagnato da un amico, tornava dalla moglie. Ironia della sorte, nel suo ultimo romanzo uno dei protagonisti moriva nello stesso identico modo e sulla tomba dello stesso era stato iscritto hic situs, luce finita, ovvero: qui riposo, spento l'ultimo raggio. Ciò che più colpisce è il fatto che Bufalino morì prima ancora di poter vedere la sua opera pubblicata perché appunto morì prima che essa potesse vedere la luce editoriale. E ciò che colpisce ancor più è che Bufalino, nel suo testamento, aveva lasciato scritto che sulla sua tomba, che si trova nel cimitero di Comiso, fosse posto l'epitaffio latino hic situs, luce finita. È un caso? Una tale somiglianza tra la sua morte e quella di un protagonista del suo romanzo è stata veramente un caso o Bufalino l'aveva fatto apposta? Se così fosse questo presupporrebbe un suicidio. L'unica cosa che possiamo fare, però, è leggere le sue opere per cercare di capirne di più su di lui.
Spiegato questo, Julia intervenne nella discussione con una domanda e non poche perplessità:
- Ma qual è il senso di scrivere qualcosa per poi compiere un atto simile?
Fina la guardò sorridendo:
- Beh, a volte gli scrittori hanno degli strani modi per cercare di farsi ricordare nel tempo.
- Modi macabri vorrai dire.
La giovane insegnante rise a quel'affermazione.
- Un po' hai ragione ma è qualcos'altro che sto cercando di spiegarti. Gli scrittori, i poeti, i cantanti e gli autori in generale, nella stragrande maggioranza dei casi riversano la loro vita su un foglio per darla al pubblico. Facendo così danno loro stessi, la loro stessa vita, nella ricerca di lanciare un messaggio e nella speranza di trovare qualcuno che in quel momento sta vivendo le sue stesse emozioni. Allo stesso modo, i lettori o gli ascoltatori, si ritrovano in quelle parole e ne fanno uso a loro piacimento: danno voce ai pensieri che a volte non saprebbero esprimere. È un ausilio al nostro modo di vivere.
- Però come dici tu, questo non succede sempre, come si fa a capire quando mentono e quando parlano di sè?
- Spesso questo importa poco: se ti rivedi in quelle parole non dovrebbe interessarti se è reale o meno. Però nello studio di qualcosa l'unico modo per capirlo è conoscere sia l'opera che l'autore.
Julia si fece un momento pensierosa.
- Quindi anche per la musica è lo stesso dici?
- Per rimanere nel nostro tema considera che Bufalino stesso, nella sua ultima opera scriveva "Ma io, se musica ha da essere, voglio che sia un massaggio serafico sulle cicatrici dell'anima". Per cui sì.
- Lo dici perché lo ha scritto lui o perché lo pensi tu?
- Considerazione perspicace. Ma lo dico perchè lo penso. Come ti ho spiegato, le parole degli scrittori possono essere un ausilio per esprimere qualcosa con parole che spiegano meglio di noi stessi i nostri pensieri.
Julia nuovamente acquisì un'espressione interdetta e Fina non potè far altro che accorgersene.
- Cosa ti turba?
- Beh, mia madre è una cantautrice.
La nostra giovane insegnante fu percorsa da un lieve brivido al sentire quelle parole.
- Sì e cosa ti preme capire?
- Non so se hai visto i video che circolano sui social della sua ultima canzone. Lei ha effettivamente sempre parlato della sua vita nelle canzoni. Perlomeno questo è quello che dice. Ma se così fosse, dall'ultima, sembrerebbe che c'è qualcosa che non va nella sua vita sentimentale.
Fina rimase in silenzio: come avrebbe potuto rispondere a quel'affermazione. Soprattutto alla luce di quanto stava accadendo... però rimanere in silenzio sarebbe sembrato strano per cui provò a sforzarsi.
- Ricorda sempre quello che abbiamo più volte detto oggi: a volte non è reale. Specie quanto gli autori si trovano in un blocco creativo ricorrono a parole che non sentono per portare qualcosa di nuovo al loro pubblico.
Stavolta fu Julia a rimanere per qualche istante in silenzio: dentro di lei si fece spazio un tumulto di pensieri. I suoi genitori... quando era stata l'ultima volta che li aveva visti scambiarsi un sorriso, un gesto di affetto? A parte quel giorno che li aveva visti scambiarsi quel bacio un po' forzato mentre si trovava proprio con Fina, per il resto non riusciva a ricordare altro. Ultimamente, sembravano solo coabitare la stessa casa, passando uno accanto all'altro come estranei, senza mai veramente incontrarsi. Il silenzio tra di loro era assordante, e i piccoli gesti quotidiani, un caffè preparato al mattino, una domanda di cortesia su come fosse andata la giornata, sembravano diventati obblighi privi di calore.
Julia sentiva una fitta al cuore ogni volta che pensava a quanto le cose fossero cambiate. Cercava di non ammetterlo a se stessa, perché riconoscere che c'era una frattura significava affrontare una realtà dolorosa: la possibilità che l'amore tra i suoi genitori si stesse spegnendo. Era una verità che non sapeva come accettare, e ancor meno come gestire. Pensava alle poche storie che leggeva da quando la giovane insegnante le aveva fatto scoprire il mondo della lettura, quelle storie erano piene di emozioni intense e di conflitti risolti con gesti eroici o con sacrifici dolorosi. Ma nella vita reale, non c'erano eroi pronti a sistemare tutto. C'era solo quella sensazione di vuoto, di qualcosa che si spezza lentamente.
In quel momento, Fina le chiese se fosse tutto a posto, interrompendo i suoi pensieri. Julia sollevò lo sguardo, cercando di afferrare il filo della conversazione. Si rese conto di quanto fosse difficile mantenere una facciata di normalità. Non poteva mostrare la sua afflizione a Fina, secondo lei così estranea a tutto. Non voleva farle vedere il lato oscuro della sua vita, né voleva che la sua sofferenza diventasse evidente. Si sentiva come se avesse un ruolo da interpretare, quello della studentessa attenta e serena, e non voleva abbandonarlo. Non in quel momento.
Così, fece un respiro profondo, cacciando indietro i pensieri cupi e rispose affermativamente alla domanda di Fina con un sorriso forzato, cercando di mascherare l'agitazione interiore. Julia sapeva che, almeno per ora, doveva continuare a nascondere quel tumulto di emozioni sotto una superficie calma. Le lezioni con Fina erano uno dei pochi momenti in cui poteva allontanarsi dai suoi problemi, immergendosi in un mondo di parole e di idee. Ed era determinata a non rovinare anche quello.
Dopo un'ulteriore approfondimento su alcuni argomenti riguardanti i generi letterari Fina chiuse con delicatezza il libro di letteratura italiana che stavano leggendo e sorrise a Julia. La giovane insegnante apprezzava molto il tempo che passava con la sua allieva. Julia era una ragazza brillante, con una curiosità vivace e una passione per la lettura che raramente si vedeva nei ragazzi della sua età anche se aveva cercato di tenerla segregata per troppo tempo. Si congedarono con la consueta cordialità, con Fina che le diede qualche consiglio su come sviluppare meglio il tema che le aveva assegnato per la prossima volta.
- Grazie mille, Fina! Scappo perchè devo vedermi con due amiche per una passeggiata. Ci vediamo giovedì.
Disse Julia raccogliendo le sue cose con una certa fretta.
-Di niente, Julia. Buon pomeriggio e divertiti con le amiche!
Rispose Fina mentre accompagnava la ragazza alla porta.
Julia uscì rapidamente dall'appartamento di Fina, attraversando il cortile e il cancemlo con la vivacità tipica della sua età. Appena raggiunse il portone di casa, l'adolescente si voltò verso la casa di Fina come se avesse dimenticato qualcosa, ma subito dopo scrollò le spalle e decise di ignorare il pensiero, ormai era già in ritardo per l'appuntamento con le sue amiche.
Nel frattempo, Marta, era in cucina a preparare una tazza di tè quando si rese conto che avrebbe avuto bisogno del suo tablet per controllare l'agenda elettronica. Si alzò, lasciando la tazza sul tavolo, e si diresse verso la camera di Julia, sicura che fosse lì perché da poco Julia aveva rotto il suo Ipad e Pelayo e Marta si erano rifiutati di comprargliene uno nuovo se prima non avesse imparato a trattare meglio le proprie cose.
Quando entrò nella stanza, però, si accorse subito che il tablet non era dove pensava di trovarlo. Cercò fra i cuscini del letto, aprì la scrivania e controllò anche negli zaini sparsi sul pavimento, ma niente. Il dispositivo non si trovava da nessuna parte.
Marta, un po' seccata, chiamò ad alta voce: -Julia! Dove hai messo il tablet? Mi serve!
Julia, che stava già infilando le scarpe nell'ingresso, si fermò un momento e rispose con noncuranza: - Sicuramente l'avrò lasciato da Fina. Se ti serve, devi andare a prenderlo tu, io sto per uscire.
Marta rimase interdetta per un istante, sorpresa dalla disinvoltura con cui la figlia le aveva risposto.
- Come sarebbe a dire che devo andare a prenderlo io? Sei tu che l'hai dimenticato, non io!
Julia alzò gli occhi al cielo, un gesto che Marta aveva imparato a interpretare come segno di crescente impazienza.
- Mamma, sto per uscire con Diana e Maria. Se vado io da Fina, faccio tardi, e avevamo già fissato quest'uscita da giorni. È solo qui di fianco, puoi andarci in un attimo.
La ragazza era già sulla porta quando aggiunse con un sorriso che voleva sembrare rassicurante:
-Grazie, mamma! A dopo.
E uscì di casa senza attendere una risposta.
Marta rimase in piedi per qualche istante, contemplando l'ingresso vuoto e cercando di decidere se arrabbiarsi o sorridere dell'audacia della figlia. Sospirò, sapendo che, in fondo, Julia aveva ragione: prendere il tablet da Fina non sarebbe stato un compito così arduo, giusto? Si mise le scarpe, prese le chiavi di casa e uscì, dirigendosi verso casa della vicina ma mentre percorreva il breve tragitto, Marta non poté fare a meno di riflettere su dove stesse andando e sulla frase di qualche sera prima: quelle parole le avevano marchiato la mente così tanto che ora che si ritrovava a dover andare a casa sua le sembrava che i suoi passi emettessero l'eco di quelle parole e non del ticchettio delle suole.
L'aveva pensata, così intensamente da sentirla vicina, così ossessivamente da considerarsi completamente fuori di testa.
Come avrebbe fatto a guardarla senza ripensare a quel sussurro? Come avrebbe fatto tra qualche istante a parlarle senza sentirsi sciogliere sotto il suo sguardo impetuoso?
Ogni volta che la vedeva, sentiva un piccolo battito d'ali nello stomaco, una sensazione che si sforzava di ignorare, ma che ritornava puntuale ogni volta che si trovavano vicine.
Arrivata davanti alla porta suonò il campanello.
Poco dopo, la giovane insegnante aprì la porta, sorpresa nel vederla. Indossava una tuta con dei pantaloni neri e una felpa bianca e i capelli sciolti le ricadevano tutti sulla schiena. Gli occhi della ragazza la scrutatorono curiosi.
- Ciao, Fina! Scusa il disturbo.
Iniziò Marta con un sorriso leggermente imbarazzato. - Julia ha dimenticato il suo tablet qui, e io... beh, mi tocca recuperarlo.
Fina rise piano, riconoscendo il tono di tutte quelle madri che conosceva bene.
- Ma figurati, non è un disturbo! Entra pure, lo prendo subito.
Mentre Fina si allontanava per recuperare il tablet, Marta si ritrovò a guardare con attenzione l'appartamento della vicina pensando nuovamente a quanto l'ambiente riflettesse la personalità di Fina: accogliente, pieno di libri e con una luce soffusa che dava alla casa un'atmosfera intima e rassicurante ma anche profondamente misteriosa. Marta si rese conto di quanto si sentisse a suo agio lì, e il pensiero la colse di sorpresa.
Quando Fina tornò, Marta non poté fare a meno di notare quanto fosse bella con quel modo naturale di muoversi, così sicuro e al contempo delicato.
Tutto di quella ragazza gridava meraviglia e pericolo: nella sua semplicità era una piccola opera d'arte, anche in quel momento, con una banale tuta era bella da mozzare il fiato.
La giovane insegnante le porse il tablet con un sorriso, e per un attimo i loro sguardi si incrociarono, rimanendo sospesi in un silenzio che pareva dire più di quanto qualsiasi parola avrebbe potuto.
- Ecco qua. Stava proprio accanto ai libri che abbiamo usato oggi.
Disse Fina rompendo l'incantesimo ma mantenendo quello sguardo che sembrava voler dire qualcosa di più.
Marta prese il tablet, cercando di ignorare la lieve tensione che sentiva crescere dentro di sé.
- Grazie mille. I ragazzi sono sempre con la testa fra le nuvole.
Fina annuì, e i suoi occhi brillarono di un'intesa silenziosa.
- Figurati, Julia è una ragazza fantastica ma come tutti gli adolescenti è normale che a volte si dimentichi qualcosa. Se ti può consolare, succede anche a me!
Marta esitò un attimo, come se volesse aggiungere qualcos'altro, ma alla fine decise di non forzare la situazione e le colse un silenzio che fece piombare nell'aria un calore che sembrava nascondere una corrente di emozioni non dette.
Fu Fina a spezzare quel silenzio:
- Hai da fare?
La donna rimase un po' di stucco a quella domanda ma non si tirò indietro dalla risposta, dopotutto non c'era niente di strano in essa.
- In realtà no, dovevo solo controllare dei file.
- Se potessi rimandare mi farebbe piacere che prendessimo un caffè insieme.
Marta boccheggiò un momento. In una situazione normale quell'invito non avrebbe sconvolto nessuno ma nella loro situazione sembrò accendersi un allarme che auspicava solo pericoli. Nonostante ciò un caffè non era mica la fine del mondo.
- In realtà non bevo piacevolmente il caffè però potrei accettare un tè.
Fina sorrise. A dire il vero non si sarebbe aspettata una risposta positiva al suo invito ma fu lieta che fosse stato accettato.
- Vada per il tè allora.
Pochi istanti dopo le due furono sedute dinnanzi a una tazza di tè per Marta e di caffè per Fina mentre il sole di marzo filtrava attraverso le persiane semi-aperte del salotto. L'aria era calda e densa per via dei riscaldamenti. Sul tavolo in granito, tra le mani di Marta, la tazza di tè fumava lentamente, diffondendo nell'aria un aroma di vaniglia e tiglio. Il profumo si mescolava con quello delle pesche mature appoggiate in una ciotola di ceramica decorata, creando un'atmosfera intima e quieta, quasi sospesa.
Fina, seduta di fronte a Marta, fissava il suo riflesso nel liquido scuro, i pensieri che turbinavano dietro quegli occhi verdi. Aveva venticinque anni, ed era abituata a essere sicura di sé. In classe, davanti ai suoi studenti, aveva sempre la parola giusta, il tono perfetto. Ma lì, nel suo salotto, con Marta seduta a pochi passi, l'insegnante sembrava aver perso quell'equilibrio. La vicinanza della cantante le faceva sentire il cuore battere più forte, in modo che non riusciva a controllare... in un modo che da tempo non sentiva più suo.
Marta, dal canto suo, manteneva uno sguardo sereno, ma dentro di sé c'era un tumulto che la rendeva inquieta. A quarant'anni, aveva vissuto abbastanza per capire che ciò che provava per Fina non era solo una banale infatuazione. C'era qualcosa di più profondo, di più viscerale, che la spaventava e la affascinava al tempo stesso. Eppure, la sua vita era tracciata da confini ben definiti: era sposata, aveva una figlia e il senso del dovere la teneva ancorata a quel ruolo.
- È buono, vero?
Chiese Fina, spezzando il silenzio con un sorriso timido. Aveva preparato quel tè con cura, scegliendo la miscela con la speranza che sarebbe stato gradito a Marta.
- Sì, molto. Grazie.
Rispose Marta, distogliendo lo sguardo dalla tazza per incontrare gli occhi di Fina. Quegli occhi così limpidi, pieni di vita, le facevano male. Ogni volta che la guardava, sentiva un senso di colpa invaderla, come una nebbia che le offuscava la mente.
Restarono in silenzio per un attimo, entrambe immerse nei propri pensieri. Le parole non dette sembravano più pesanti di quelle pronunciate. Fina si accarezzò una ciocca di capelli, un gesto che faceva ogni volta che era nervosa, mentre le dita di Marta giocherellavano con l'orlo della tazza, come se potessero trovare una risposta nel calore del tè.
- Parlami di te.
Disse infine Fina, con una voce morbida, quasi fragile.
- Non ti conosco così bene... o almeno, non come vorrei.
Marta sollevò un sopracciglio, sorpresa dalla richiesta, e poi sospirò.
- Tutto quello che c'è da sapere avrai già avuto modo di leggerlo sul web.
- Sì, della cantante Marta De La Reina ho letto varie cose ma di Marta e basta so ben poco.
La donna sembrò piacevolmente sorpresa da quella frase e un sorriso amaro le si accese sul volto.
- Beh, non c'è molto da dire. Sono sposata con Pelayo da otto anni dopo aver perso il mio primo marito, ho una figlia che è tutta la mia vita. La musica mi ha dato tanto, ma ci sono stati dei compromessi.
Si fermò, come se le parole si spegnessero sulle sue labbra.
Fina la guardava con attenzione.
- Compromessi?
Chiese, incoraggiandola a proseguire.
- Sì.
Continuò Marta, girando la tazza tra le mani.
- Quando hai una famiglia, tutto cambia. Le priorità... i sogni che hai da ragazza devono adattarsi a quella nuova realtà. Spesso, devi metterti da parte, lasciare che altre persone prendano il centro della tua vita.
- Ma tu sei al centro di molte vite, Marta. Hai una carriera, una voce incredibile... Non credo che tu sia messa da parte.
Fina si sporse un po' in avanti, il tono era sincero, ma sotto si celava qualcosa di più: un bisogno di capire se Marta si sentisse intrappolata, come lei temeva.
- Non è così semplice.
Rispose Marta, abbassando lo sguardo.
- Sì, canto, ma a volte mi sembra che la mia vita privata e quella pubblica siano in costante conflitto. E poi, c'è mia figlia. Lei viene prima di tutto.
Fina annuì, comprendendo il peso di quelle parole e decise di alleggerire un po' la conversazione.
- L'altra sera al Redmoon sei stata fantastica.
Disse poi cogliendo la donna di sorpresa per il complimento inaspettato.
Marta sorrise debolmente, voltandosi a guardarla.
- Sì dai, è andata bene. Non posso lamentarmi...
- Perchè non mi sembri felice?
- Perchè il messaggio che si celava dietro quella canzone è molto importante ma non so se sia effettivamente arrivato. Per i giornalisti e i social, dopo tanti anni, certe cose iniziano a diventare più routine che altro. Non so se mi spiego.
- Sì, ti capisco.
Annuì la ragazza.
-Anche a me capita a scuola. Ogni tanto mi sento intrappolata nella ripetizione, ma poi c'è sempre qualche momento che cambia tutto. Un gesto, una frase... qualcosa che mi ricorda perché amo quello che faccio.
Marta rifletté su quelle parole, accarezzando la tazza calda con le dita.
- Sì, è vero. C'è sempre qualcosa che ti fa ricordare il perché. Anche se è difficile, a volte.
Restarono in silenzio per un attimo, mentre Fina si sporse un po' in avanti, studiando l'espressione di Marta. La donna di fronte a lei sembrava sempre così sicura sul palco, ma da vicino, lontano dai riflettori, si poteva percepire una vulnerabilità che Fina trovava quasi commovente. La cantante che il mondo vedeva era forte, energica, quasi magnetica; la Marta che Fina conosceva era diversa, più quieta, più riflessiva.
- Immagino che sia difficile trovare un equilibrio.
- Lo è.
Confermò la donna. Poi alzò lo sguardo, fermandosi su Fina per un istante di troppo per poi intavolare lei una conversazione.
- E tu? Come stai? Chi sei? Di me bene o male qualcosa la conosci ma di te non so nulla eccetto che sei un'insegnante. Peraltro so che la scuola può essere impegnativa.
Fina sospirò e sorrise al tempo stesso.
- Non mi lamento. Mi piace lavorare con i ragazzi. A volte mi fanno impazzire, ma mi ricordano quanto tutto possa essere semplice, se lo guardi dal loro punto di vista.
- Sei così giovane.
Osservò Marta, con un tono che non voleva essere né invidioso né condiscendente, ma piuttosto carico di una nostalgia che non riusciva a nascondere.
- Hai ancora tutta la vita davanti.
Fina sorrise a quel commento, ma non rispose subito. In qualche modo, percepiva il peso di quelle parole e capiva che, anche se Marta parlava di lei, in realtà stava riflettendo sulla propria vita. Fina non voleva insistere, ma sentiva che c'era qualcosa che Marta teneva dentro, come un nodo che non riusciva a sciogliere.
- Non sei mica vecchia, Marta.
Disse infine, con dolcezza.
- A quarant'anni si è ancora giovani. Guardati, sei incredibile.
Marta rise, una risata breve e quasi nervosa.
- Non è questione di età, è più... una questione di quello che ho costruito finora. A volte mi chiedo se sia giusto... tutto questo.
Fina capì subito che si riferiva alla sua famiglia, a quella vita complessa che Marta aveva scelto, ma che forse, in certi momenti, le sembrava una gabbia dorata. Il silenzio tornò a posarsi su di loro, e per un istante, nessuna delle due osò parlare.
Poi Fina si appoggiò allo schienale della sedia, accarezzando il bordo della propria tazza.
- Sai, non credo che ci siano risposte facili. Ma qualsiasi cosa tu senta, è valida. Non devi sempre avere tutte le risposte pronte.
Marta la guardò, sorpresa dalla profondità di quelle parole. Forse non si aspettava che Fina potesse capirla così bene, o forse era proprio quello che temeva. Annuii lentamente, apprezzando la sincerità di quella giovane donna, così diversa da lei, eppure capace di farle sentire un conforto raro.
- Grazie.
Disse infine, le parole appena un sussurro.
Il loro sguardo si incontrò per un momento lungo, intenso, ma nessuna delle due si mosse. L'aria tra di loro era piena di domande non fatte, di gesti trattenuti. Come se non ci fosse bisogno di dirsi altro. Entrambe sapevano che qualcosa di più profondo si agitava sotto la superficie, ma nessuna era pronta a tuffarsi.
E così restarono per qualche istante in quel salotto tiepido, con il tè che lentamente si raffreddata nelle tazze e la consapevolezza che c'era un legame tra loro, sottile ma indissolubile.
Poi, quando quel silenzio fu troppo pesante Marta sospirò involontariamente troppo forte al che Fina non potè che chiederle il motivo di quel suo sbuffare.
- È che a volte ci sono situazioni che rendono tutto ancora più complicato.
Fina sentì il respiro farsi più corto. Capiva perfettamente a cosa Marta stesse cercando di alludere, anche se le parole erano rimaste sospese. Si riferiva senz'altro a quella sera al locale quando Fina si era spinta un po' troppo oltre con le parole. La tensione tra loro era palpabile, come una corda tesa tra i loro cuori. Eppure, nessuna delle due osava muovere il primo passo.
- Mi dispiace se ho detto qualcosa di sbagliato
Disse Fina, la voce più incerta di quanto wolesse.
- Non fartene una colpa.
Rispose Marta velocemente, quasi a volerla rassicurare.
- È solo... che non mi aspettavo di trovarmi in questa situazione.
Le parole caddero nel silenzio come piccole pietre che rimbalzavano sul fondo di un lago. Il cuore di Fina sussultò, ma cercò di mantenere la calma.
- Neanche io me l'aspettavo. Mi dispiace se spesso mi dimostro essere troppo impulsiva.
Marta annuì, stringendo la tazza un po' più forte.
- Ti ho scritto per chiederti di aiutarmi a non pegiorare questa situazione. Ho delle responsabilità, Fina.
- Ma io non ti sto chiedendo nulla.
La interruppe Fina, improvvisamente sentendosi più sicura. Quella conversazione così profondamente in bilico tra le allusioni e un quasi litigio stava iniziando a diventare insostenibile, bisognosa di maggiore chiarezza.
- So che c'è una barriera tra noi. Non voglio renderti le cose più difficili. Se ti ho invitata oggi a rimanere per il té è solo per chiederti scusa per essere stata così impulsiva e per dirti che mi farebbe piacere conoscerti, esserci, in qualunque modo tu voglia: da amica, vicina o confidente. Non mi capita spesso di conoscere persone come te.
Marta restò in silenzio per qualche istante, cercando di capire cosa dire, cosa fare. Sapeva che Fina non stava cercando di complicarle la vita, ma semplicemente di essere sincera. E quella sincerità la disarmava, la toccava in un modo che non era pronta ad affrontare.
- Grazie.
Disse infine, con un sorriso triste.
- Lo apprezzo davvero. Ma per ora... vorrei solo che ti attenessi alla mia richiesta.
Fina annuì, accettando la risposta. Un nuovo silenzio piombò impetuoso nella stanza e solo il ticchettio delicato del cucchiaino sulla ceramica riempiva quel silenzio fino a quando il trillo improvviso del telefono interruppe la quiete. Fina sussultò leggermente e, con un gesto veloce, afferrò il cellulare dal tavolo sussurrando un ansioso finalmente. Poi guardò Marta quasi con aria colpevole.
- Scusa, devo rispondere.
Marta annuì, guardandola mentre si alzava e si dirigeva verso il corridoio, il telefono già all'orecchio. Le parole di Fina si fecero via via più indistinte mentre scompariva dietro l'angolo, lasciando Marta da sola con i suoi pensieri.
Rimasta sola, Marta si appoggiò allo schienale della sedia, lo sguardo che vagava per la stanza. La luce calda del pomeriggio creava ombre morbide sulle pareti, ma la presenza di Fina aveva riempito lo spazio così tanto che ora, senza di lei, tutto sembrava meno vivo, quasi spento. Marta si chiese chi potesse averla chiamata per una reazione così ansiosa ma non era in posizione di fare domande. Si limitò a sorseggiare il tè ormai tiepido, aspettando che tornasse.
Passarono diversi minuti e il silenzio si fece sempre più pesante. Marta iniziò a sentirsi inquieta. Perché Fina ci metteva così tanto? Il tè, ora completamente freddo, non la distraeva più. Dopo un po', decise di alzarsi e andare a cercarla.

La voce della crisalideLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora