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18.

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La giornata di sabato scivolò via lentamente, sospesa in una monotonia quasi surreale. Dopo il bacio rubato la sera prima, Fina si era svegliata presto e ancora intorpidita dal sonno e dalle emozioni non del tutto assopite si era alzata prima ancora che Marta si svegliasse. Il garage, immerso in una quiete quasi spettrale, era silenzioso. L'aria del mattino, ancora fresca e pungente, filtrava dalle finestre, portando con sé una leggera brezza che rinfrescava l'ambiente, ma non spezzava il senso di attesa che aleggiava tra loro.
Il sabato mattina fu caratterizzato da piccoli gesti ordinari che sembravano allungarsi all'infinito: la colazione preparata in fretta e consumata in silenzio, con lo sguardo rivolto a una televisione che nessuno guardava veramente; le conversazioni fatte di monosillabi e sguardi furtivi, interrotti solo dal suono delle tazze poggiate sui tavoli o dal rumore delle sedie che venivano spostate.
Tasio e Gaspar si presero carico di qualche commissione, Clelia e Erika tentarono di organizzare un po' di ordine nel garage, mentre Digna e Esther si isolarono, forse riflettendo su tutto quello che stava accadendo. Marta, in preda a una leggera agitazione, tentò di leggere un libro, ma dopo qualche pagina rinunciò, lasciandosi cadere sul divano con uno sguardo perso nel vuoto.
Il pomeriggio trascorse in maniera simile, con le ore che sembravano dilatarsi senza mai davvero progredire. Le preoccupazioni per Claudia pesavano come una cappa invisibile sopra di loro, e nessuno voleva rompere quel fragile equilibrio fatto di piccole interazioni e lunghi silenzi. Persino il rumore del traffico fuori dalle finestre sembrava distante, come se il mondo esterno fosse stato sospeso, congelato in una bolla insieme a loro.
Fina, invece, non riusciva a sopportare quella sensazione di stasi. Ogni minuto trascorso senza notizie era un peso che le gravava sul petto. Si muoveva inquieta per il garage, incapace di trovare pace, scambiando parole veloci e vaghe con chiunque incrociasse il suo cammino. Non poteva più attendere passivamente.
Verso metà pomeriggio, mentre gli altri erano distratti, Fina prese la decisione di recarsi in ospedale. Aveva bisogno di sapere, di sentire dalle labbra di un medico la verità sulle condizioni dell'amica, di capire attraverso i suoi occhi se c'era speranza. Ma forse, più di tutto, sentiva la necessità di fare pace con se stessa. Gli ospedali le mettevano i brividi, ma doveva affrontare quella paura.
Lasciò il garage senza dire nulla agli altri, e montò sulla sua moto, che sembrava essere l'unica cosa capace di darle un po' di sollievo. Il tragitto verso l'ospedale fu rapido, il vento sul viso contribuì a spegnere per un attimo i pensieri tumultuosi, concentrando la sua mente solo sulla strada davanti a sé.
Arrivata in ospedale, parcheggiò la moto e si fermò un attimo a osservare l'ingresso, cercando di prepararsi emotivamente. Le pareti bianche, i corridoi freddi, l'odore inconfondibile di disinfettante e medicinali: tutto sembrava farsi sempre più opprimente man mano che avanzava. Cercava di non farsi sopraffare dalle emozioni, ma sentiva il cuore battere forte nel petto.
Finalmente, quando raggiunse il reparto, trovò Mateo ad in sala d'attesa. Lo vide subito, seduto su una delle sedie di plastica, con il viso segnato dalla stanchezza e dalla preoccupazione, non si era mai mosso da lì. Per un attimo, Fina esitò. C'erano stati troppi malintesi, troppi silenzi carichi di tensione tra loro negli ultimi giorni. Ma, nonostante tutto, Mateo era lì.
Si avvicinò, e quando lui alzò lo sguardo, non ci fu bisogno di parole. Un cenno, un sorriso stanco e, in quel momento, entrambi capirono che tutto ciò che era successo nei giorni precedenti non contava più. Claudia era ciò che davvero importava. Si abbracciarono, e quel gesto, semplice ma carico di significato, suggellò la loro completa riappacificazione.
Mateo le raccontò le ultime novità: le condizioni di Claudia si stavano finalmente stabilizzando. Dopo giorni di incertezza, c'era finalmente un barlume di speranza. I medici erano cautamente ottimisti, anche se il percorso di recupero sarebbe stato lungo. Probabilmente l'avrebbero risvegliata tra qualche giorno, il tempo di stabilizzarla ulteriormente; non ci sarebbe stato neanche bisogno del trasferimento. Quella notizia, quel respiro di sollievo, fu un balsamo per Fina. Sentì il cuore alleggerirsi, la tensione che l'aveva accompagnata per giorni iniziare a sciogliersi.
Decisero di tornare insieme dagli altri per condividere le buone notizie, ma prima che potessero farlo, Fina sentì il bisogno di allontanarsi per un momento. Gli ospedali non erano mai stati luoghi facili per lei. Troppo dolore, troppe cicatrici, e sebbene le parole di Mateo avessero sollevato il suo animo, il peso della realtà restava.
«Vai tu dagli altri, io vado a fare un giro» disse a Mateo con un mezzo sorriso «Ho bisogno di aria».
Lui non obiettò, capendo perfettamente di cosa avesse bisogno. Fina uscì dall'ospedale e montò di nuovo sulla moto. Il sole stava tramontando, dipingendo il cielo di sfumature dorate e arancioni, mentre il vento caldo della sera iniziava a soffiare. Mentre guidava, sentiva il mondo intorno a sé sfumare, lasciando spazio solo al rombo del motore e alla sensazione di libertà che la moto le regalava.
Non aveva una meta precisa. Vagava per le strade deserte, lasciando che l'adrenalina della guida e la tranquillità del crepuscolo la cullassero. Forse cercava solo di ritrovare un po' di pace interiore, o forse stava fuggendo, di nuovo, almeno per un po', da tutto ciò che la opprimeva.
Alla fine, quando il buio era calato completamente e le luci della città brillavano in lontananza, Fina si fermò in un punto isolato, una spiaggia deserta appena fuori città. Spense la moto e si sedette sulla sabbia, lasciando che il suono delle onde la calmasse. Si prese quel momento per sé, lontano da tutto e da tutti, cercando di mettere ordine nei propri pensieri, tra i ricordi dolorosi e le paure per il futuro.
Intanto la sera era ormai scesa completamente, avvolgendo il garage in una penombra tranquilla e quasi surreale. Dentro, l'atmosfera era sospesa. Tasio e Nicola, seduti sul divano, parlavano a bassa voce, mentre Clelia e Erika si erano rifugiate nella stanza adibita a dormitorio, cercando di passare il tempo tra chiacchiere leggere e sbadigli di stanchezza. Marta, invece, era inquieta. Seduta su una sedia accanto a Digna, continuava a fissare il suo cellulare, come se da un momento all'altro potesse ricevere notizie. Eppure, il telefono era rimasto muto e se dobbiamo anche dire la verità, Marta non aveva neppure il numero della ragazza di cui attendeva notizie.
«Ma dove sarà finita?» borbottò Digna, lanciando un'occhiata preoccupata verso Tasio, che cercava di mantenere un'apparenza calma, anche se era evidente la sua crescente agitazione.
Mateo, appena rientrato dall'ospedale, si era seduto con loro. Aveva portato la notizia che le condizioni di Claudia si stavano stabilizzando, e anche se non era ancora fuori pericolo, quel piccolo segno di miglioramento aveva sollevato il morale di tutti. Ma la preoccupazione per Fina persisteva.
«Per caso hai notizie di Fina?» chiese Esther, fissando Mateo con una luce d'attesa negli occhi.
Mateo esitò per un istante. Aveva visto Fina uscire dall'ospedale qualche ora prima, ma non le aveva chiesto dove sarebbe andata. Sapeva che lei aveva bisogno di spazio, di un momento per respirare, lontano da tutto quel caos, ma non avrebbe mai immaginato che sarebbe sparita per così tanto tempo.
«È stata in ospedale» rispose infine Mateo, sospirando.
«Ma perché non ce l'ha detto?» intervenne Tasio, alzando le mani in segno di frustrazione «Poteva almeno avvisare».
Digna alzò lo sguardo, riflettendo su quelle parole. Conosceva Fina meglio di tutti lì dentro, sapeva quanto le fosse difficile affrontare certi luoghi. Gli ospedali la destabilizzavano, la facevano sentire impotente, e se era andata lì da sola, doveva averlo fatto con un peso enorme nel cuore.
«In ospedale, da sola... gli ospedali la mettono sempre a disagio» disse Digna a bassa voce, più per sé stessa che per gli altri «la chiamo».
Tutti gli occhi si girarono verso di lei. Digna prese il cellulare e cercò il numero di Fina, aspettando con il fiato sospeso. Il tono di attesa sembrava infinito, e per un attimo temette che Fina non avrebbe risposto. Ma, proprio quando stava per chiudere la chiamata, una voce familiare si fece sentire dall'altro lato della linea.
«Digna» rispose Fina con tono calmo, quasi sereno.
«Dove sei?»
«Sono passata dall'ospedale» rispose Fina, il tono della sua voce leggermente più rilassato del previsto: «Claudia sta migliorando. Le cose si stanno stabilizzando, e questo mi ha fatto sentire un po' più tranquilla ma avevo comunque bisogno di stare un po' per conto mio».
Digna tirò un sospiro di sollievo: «Sì, Mateo ci ha già detto qualcosa... tu stai bene?»
Un breve silenzio seguì le parole di Digna. Dall'altro capo della linea, Fina guardava il mare, cercando di trovare le parole giuste: «Sì, sto bene» rispose infine Fina «Ma ho veramente bisogno di stare un po' da sola. Devo mettere ordine ai pensieri».
Digna si ammorbidì, capendo quella necessità «Va bene» disse con voce più calda «Prenditi il tempo che ti serve. Ma non sparire, d'accordo?»
«Non sparirò» assicurò Fina con un leggero sorriso nella voce.
Digna chiuse la chiamata e guardò gli altri che la fissavano in attesa.
«Tutto ok» disse guardando Tasio «Ha solo bisogno di un po' di tempo per sé».
Nonostante il sollievo per le condizioni di Claudia e per aver sentito Fina, la preoccupazione rimase come un'ombra in quel garage. Marta aveva capito che dietro quella tranquillità apparente si nascondeva qualcosa. Quella sera, quando tutti erano ormai pronti a ritirarsi, Marta non riusciva a darsi pace... avrebbe voluto chiamarla, continuava a chiedersi dove fosse e cosa stesse facendo, se davvero stava bene come aveva detto a Digna.
Nel frattempo, Fina era ancora sulla spiaggia con il rumore del mare che cullava i suoi pensieri ma poco dopo risalì sulla sua moto e si mise in marcia. La città alle sue spalle scomparve pian piano, e con essa la confusione, le preoccupazioni e le tensioni accumulate nei giorni passati. Non aveva una meta precisa in mente, ma sapeva di dover continuare a guidare, allontanandosi un po' da tutto. L'aria notturna era fresca e sferzava il suo viso mentre si perdeva nei pensieri, cercando sollievo.
Le strade erano quasi vuote, appena illuminate dai fari della moto che tagliavano la notte. Fina si concentrò sul percorso, lasciando che la città si allontanasse fino a ritrovarsi, quasi senza accorgersene, in autostrada, direzione Tarragona. Ogni chilometro che lasciava indietro la faceva sentire più leggera, come se per un momento potesse lasciarsi alle spalle tutte le responsabilità.
Arrivò a Tarragona ormai a notte fonda, con la città avvolta da un velo di tranquillità. Era esausta, il viaggio era stato lungo e in parte senza scopo, ma sentiva di averne avuto bisogno. Non voleva pensare a niente in quel momento, voleva solo spegnere tutto, isolarsi. Trovò un hotel poco lontano dal centro, uno di quelli semplici, anonimi, con l'insegna che lampeggiava debolmente. Il parcheggio era quasi vuoto, e Fina spense la moto, respirando profundamente prima di scendere.
Entrò nella hall dell'hotel e si avvicinò al banco della reception. Il receptionist, un uomo di mezza età che sembrava quasi addormentato, la guardò con un sopracciglio alzato, ma non fece domande.
«Una stanza per la notte» disse Fina, la voce leggermente rauca per il lungo viaggio.
«Stanza 280» rispose l'uomo con tono stanco, mentre le consegnava la chiave senza indugi.
Fina prese la chiave, annuendo. Non aveva bisogno di sapere di più, non le interessava nemmeno che tipo di stanza fosse. Salì in ascensore fino al secondo piano, sentendo finalmente il peso della stanchezza schiacciarle le spalle. Quando la porta a due ante si aprì davanti a lei, trovò uno spazio ben lontano dall'anonimo e spartano alloggio che Fina aveva immaginato inizialmente. Appenas dentro fu accolta da un ampio spazio luminoso e curato nei minimi dettagli. Le pareti erano rivestite di una seta color crema con dettagli dorati, che riflettevano delicatamente la luce soffusa delle lampade di design sparse per la stanza.
Il pavimento era in legno chiaro, lucido e perfettamente pulito, che emanava un senso di calore e accoglienza. Al centro della stanza troneggiava un letto king-size con una testata imbottita in velluto senape. Le lenzuola di lino candido, piegate in modo impeccabile, sembravano invitare al riposo.
Sulla sinistra c'era una spaziosa area relax, con un divano in pelle beige e un tavolino in vetro su cui erano posati un vassoio d'argento con bicchieri di cristallo e una bottiglia di vino. Accanto, un televisore a schermo piatto era montato a parete, perfettamente integrato nello stile moderno e minimalista della stanza. Di fronte, una grande finestra si apriva su una vista mozzafiato della città di Catania, con le luci notturne che brillavano in lontananza. Le tende, in velluto scuro, potevano essere tirate per oscurare completamente l'ambiente, ma Fina le lasciò aperte, preferendo godere della quiete notturna della città.
A destra della stanza, un'ampia scrivania con finiture dorate era adornata da un piccolo mazzo di fiori freschi e una serie di articoli di cortesia. Sopra di essa, uno specchio con una cornice decorata rifletteva la luce calda dell'ambiente, conferendo un ulteriore tocco di eleganza.
Infine, la porta del bagno rivelava un piccolo paradiso di lusso: pavimento e pareti erano in marmo bianco, con venature grigie che correvano lungo i muri. Un'ampia vasca troneggiava accanto a una doccia a pioggia in vetro, mentre gli asciugamani soffici, piegati con cura, e una selezione di prodotti di alta gamma attendevano sul piano di due grandi lavabi.
Nel visitar la stanza si rese conto che aveva ben due entrate: una sul lato della camera e una, la 281, sul lato dell'area relax.
L'ambiente, con il suo comfort e l'eleganza sottile, dava a Fina un senso di pace e isolamento. Qui, in questo rifugio temporaneo, il mondo esterno sembrava distante, e per un momento, poteva dimenticare tutto.
Posò la giacca di jeans su una sedia e si sedette sul bordo del letto, fissando il vuoto per un momento. Le immagini degli ultimi giorni scorrevano davanti ai suoi occhi, frammenti di dialoghi, sguardi, decisioni non prese. Si sdraiò lentamente, cercando di allontanare quei pensieri. Ma nonostante il silenzio e la solitudine, l'immagine di Marta continuava a riaffiorare, sempre più nitida. Era come se, in qualche modo, non potesse davvero sfuggire a quella connessione, come se fosse impossibile ignorare ciò che era cresciuto tra di loro.
Si girò su un lato, chiudendo gli occhi, sperando che il sonno la cogliesse rapidamente ma sembrava un lusso inaccessibile. Nonostante la stanza lussuosa, il silenzio ovattato, e la vista mozzafiato di Catania sotto le luci della notte, qualcosa dentro di lei la teneva sveglia. Ogni pensiero sembrava innescare una nuova ondata di ansia e inquietudine. L'ospedale, Claudia, Marta, il loro bacio... tutto si mescolava in un turbine di emozioni che non riusciva a spegnere.
Alla fine, si alzò dal letto, con la fronte aggrottata e il respiro pesante. Si sedette sul divano, stringendosi nelle braccia come a cercare un conforto che la stanza non riusciva a darle. Guardò fuori dalla finestra, il riflesso delle luci notturne di Catania sembrava raccontarle una storia diversa, una storia di solitudine e di scelte difficili. Era scappata lì per allontanarsi da tutto, per trovare un attimo di pace, ma in realtà si era portata dietro ogni problema, ogni ansia, ogni ricordo e anche Catania portava con sé tanti ricordi.
La sua mente poi tornò a Marta. A quel bacio rubato, pieno di desiderio e confusione. Non riusciva a smettere di pensarci, non riusciva a dimenticare l'intensità di quel momento. Eppure, c'era ancora tanto non detto, tanto da chiarire, da capire. Cosa significava davvero tutto questo?
Preso da un impulso incontrollabile, afferrò il cellulare. Le sue dita tremavano leggermente mentre scorreva tra i contatti, fino a quando non trovò il nome di Marta, un numero che non avrebbe nemmeno dovuto avere, rubato furbescamente dal diario di Julia. Si morse il labbro inferiore, esitante. Era davvero il caso di farlo?
Le mani sembravano agire da sole mentre iniziava a scrivere un messaggio. Ogni parola che digitava sembrava aumentare la pressione nel suo petto, come se stesse commettendo un gesto rischioso, qualcosa che non poteva più annullare una volta inviato.
"Raggiungimi. Hotel Paradise, Tarragona, Stanza 280/281. Se non verrai, lo capirò."
Inserì la posizione dell'hotel e, come a voler dare a Marta una via d'uscita, allegò anche un biglietto del treno per le 07:30 del mattino, giusto per darle una scusa se non se la fosse sentita di venire. Fina fissò lo schermo per un momento, il pollice sospeso sul pulsante di invio. Cosa stava facendo
Alla fine, con un respiro profondo, premette invio per poi lasciare cadere il telefono sul divano con la testa tra le mani, sentendo l'ansia crescere. E se non fosse venuta? E se invece lo avesse fatto?
Dall'altra parte, Marta era in veranda. Nonostante la tensione, il suo corpo non ne voleva sapere di cedere al sonno. Il trillo improvviso del telefono la fece sobbalzare e con un po' di confusione, si allungò per prendere il cellulare dal tavolino accanto al divano. Non si aspettava messaggi, e meno che mai a quell'ora della notte.
I suoi occhi scorsero rapidamente un nuovo messaggio. Mittente sconosciuto. Per un istante non capì bene ma lesse e rilesse quelle parole, cercando di comprenderne davvero il significato. Poi, il suo cuore accelerò.
Era lei.
Si sentì sopraffatta. C'era una parte della sua mente incredibilmente felice. Ma c'era anche un'altra parte, una parte insicura e spaventata. Cosa significava? Cosa sarebbe successo se avesse accettato di raggiungerla?
Marta si irrigidì sul divano, stringendo il telefono tra le mani, mentre cercava di calmare i pensieri che correvano impazziti nella sua testa. Si passò una mano tra i capelli, sbuffando leggermente. Era confusa ma sapeva che non poteva ignorare quel messaggio.
Il suo cuore le diceva di andare. Sapeva che non era solo un incontro qualunque. C'era qualcosa di più profondo, qualcosa di irrisolto tra loro che avrebbe dovuto essere affrontato. Il suo sguardo cadde sul biglietto del treno allegato. Aveva pensato a tutto.
Dopo qualche minuto di esitazione, si alzò, camminando lentamente verso la ringhiera, guardando il cielo notturno. Era ancora buio, eppure il bisogno di vedere Fina sembrava l'unica cosa chiara in quel momento. Erano quasi le cinque, aveva due ore per sistemarsi e prendere quel treno, senza un reale perché.
E così, Marta De La Reina, si ritrovò alle cinque del mattino a cercare un taxi che la portasse in stazione alle sette di una fredda domenica di fine marzo.
Decise di non rispondere a quel messaggi, semplicemente entrò in casa, si sciaquò il viso e sistemò i capelli e mentre passava al dormitorio per prendere il caricatore trovò Digna, sveglia, a fissarla: «Dove stai andando a quest'ora?»
Marta si fermò un attimo, voltandosi verso di lei: «Raggiungo Fina».
Digna non ne fu sorpresa e la guardò con un'espressione comprensiva: «È tardi, vedi di stare attenta, ok?» disse poi senza pressarla troppo.
La donna annuì, cercando di tranquillizzarla con un sorriso lieve: «Ho chiamato un taxi, tra poco farà giorno. Grazie» le rispose con un tono deciso ma affettuoso, per poi chiudere la porta dietro di sé.
Non appena uscì dal garage, l'aria notturna le colpì il viso, fresca e leggera, come un promemoria di quanto fosse strano e incredibile tutto quello che stava facendo. Il taxi era già lì ad attenderla, come se il destino avesse voluto facilitare ogni passo di quella decisione. Salì in macchina e si sedette sul sedile posteriore, chiudendo gli occhi per un attimo, lasciando che un fremito le attraversasse il corpo.
Mentre il taxi la portava verso la sua destinazione, guardava fuori dal finestrino, osservando le luci della città che sembravano sbiadire nel buio. Appoggiò la testa contro il vetro. Il paesaggio fuori era buio, le luci delle stazioni si alternavano a lunghi tratti di oscurità, come riflessi del suo stato d'animo. Chiuse gli occhi, cercando di calmarsi, di raccogliere le idee. La stava raggiungendo, stava andando verso di lei, e non aveva la minima idea di cosa sarebbe successo. Ma qualsiasi cosa fosse lo voleva, lo desiderava con tutta sé stessa.
Nel frattempo, Fina era sdraiata sul letto della stanza d'hotel, il telefono appoggiato accanto a sé, lo sguardo fisso sul soffitto. Il silenzio nella stanza era soffocante, interrotto solo dal leggero ronzio dell'aria condizionata. Il cuore le batteva nel petto, forte, irregolare, come un tamburo che scandiva il tempo mentre l'ansia cresceva. Da quando aveva inviato quel messaggio a Marta, ogni secondo sembrava interminabile.
Non aveva ricevuto risposta. Non un messaggio, non una chiamata. Nulla. Fina si passò una mano tra i capelli, sospirando profundamente. «E se non venisse?» si chiese, con una nota di delusione che iniziava a farsi strada. Forse aveva fatto un errore. Forse era stata troppo impulsiva, troppo emotiva. Aveva chiesto troppo.
Ogni minuto che passava senza una risposta la faceva sprofondare sempre più in un vortice di pensieri negativi. L'ansia la stava divorando, la mente ripercorreva ogni singolo dettaglio, ogni parola detta, ogni momento condiviso negli ultimi giorni. Ma il silenzio dall'altra parte sembrava parlare più di qualsiasi messaggio.
Si alzò dal letto, iniziando a camminare avanti e indietro per la stanza, incapace di stare ferma. Aveva bisogno di fumare, di calmarsi, ma nemmeno la sigaretta sembrava bastare. Ogni tanto prendeva il telefono, controllava lo schermo, sperando di vedere una notifica, ma niente.
Si sedette sul divano cercando di non lasciarsi sopraffare. Forse aveva fatto la scelta giusta nel non venire. Forse era meglio così. Ma dentro di sé, sapeva che quella non era la verità.
E così, mentre la notte avanzava e il tempo scorreva, Fina restava in bilico tra la speranza e la paura, aspettando, senza sapere che Marta era già in viaggio verso di lei.
La donna scese dal Taxi mentre le prime luci dell'alba cominciavano a filtrare tra i palazzi di Tarragona. L'aria mattutina era ancora fresca, quasi pungente, e il silenzio della città che si risvegliava sembrava avvolgerla in una bolla di calma irreale. Si strinse nel suo cappotto leggero mentre camminava veloce verso l'uscita della stazione, il cuore che batteva sempre più forte ad ogni passo. Sapeva di essere vicina, e quella vicinanza amplificava l'ansia, l'eccitazione, e anche un certo timore.
Arrivata all'Hotel Paradise si fermò un attimo davanti all'entrata. L'edificio era maestoso, con una facciata di vetro che rifletteva le prime luci del giorno. L'insegna luminosa si spegneva lentamente, mentre all'interno, la reception era già attiva. Marta entrò nell'hotel con passo deciso, cercando di mantenere un'aria di sicurezza. Passò davanti alla hall senza quasi accorgersene e si diresse verso l'ascensore, premendo il pulsante per il secondo piano.
Ogni secondo che passava le sembrava interminabile. Si guardò riflessa nelle pareti specchiate dell'ascensore, aggiustandosi i capelli in un gesto nervoso. Le luci al neon illuminavano il suo viso pallido, e i suoi occhi riflettevano tutta l'incertezza e la determinazione che la stavano spingendo in quel momento.
Quando le porte dell'ascensore si aprirono, Marta uscì e si diresse lungo il corridoio, i passi rimbombanti nel silenzio. Si fermò davanti alla porta della stanza 280/281. Il cuore le martellava nel petto, così forte che temeva potesse spezzarsi. Alzò la mano per bussare, esitò per un attimo, ma infine lo fece. Un leve colpo, poi un altro.
Fina era seduta sul divano, ancora in quella posizione che aveva mantenuto per tutta la notte. Gli occhi fissi sul pavimento, il telefono accanto a lei, spento. Non riusciva a dormire, non riusciva nemmeno a trovare un po' di pace. Ogni tanto la sua mente tornava al messaggio che le aveva mandato. Nessuna risposta. L'ansia si era trasformata in una sensazione di vuoto, come se la speranza si fosse lentamente dissipata con il passare delle ore. Il sole era ormai sorto, ma per lei il tempo sembrava essersi fermato.
Poi, all'improvviso, qualcuno bussò alla porta. Fina sollevò la testa, per un attimo non sicura di aver sentito bene. Si alzò lentamente, il cuore che iniziava a batterle forte nel petto. Si avvicinò alla porta con passi incerti, quasi non volendo permettersi di sperare che fosse davvero Marta dall'altra parte.
Aprì la porta ed era lì.
La luce tenue dell'alba illuminava il suo viso stanco. Non c me parole da dire, non c'era bisogno di spiegazioni. Solo la vista di lei in quella soglia era sufficiente a colmare quel silenzio e quell'ansia che l'aveva accompagnata tutta la notte.
Si sorrisero.
Per un istante, nessuna delle due parlò. Fina la guardava con un misto di sollievo e incredulità, come se non fosse sicura che fosse davvero lì. Marta, d'altra parte, sembrava stanca ma molto determinata, i capelli leggermente scompigliati dal viaggio e gli occhi penetranti. Quei suoi bellissimi occhi penetranti.
«Sei venuta...» mormorò Fina, quasi come se stentasse a crederci.
La donna annuì senza dire nulla. I suoi occhi profondi incontrarono quelli verdi di Fina «non potevo fare altrimenti» rispose a bassa voce, con un leggero sorriso che cercava di rompere la tensione.
La ragazza si fece da parte, facendola entrare. La porta si chiuse dietro di loro, lasciando solo il leggero rumore della città che si risvegliava oltre i vetri. Marta si guardò intorno per un attimo, osservando la stanza, il letto immacolato, le poltrone ben ordinate. Poi i suoi occhi tornarono su Fina, che sembrava quasi incerta su cosa fare.
«Perché non hai risposto al messaggio?» le chiese con la voce un po' spezzata dall'ansia accumulata.
«Non sapevo cosa dirti» risposeavvicinandosi a lei: «Non sapevo come avrei potuto spiegare il fatto che sarei venuta qui senza pensarci troppo. Non volevo dare spazio ai dubbi».
Il silenzio tra di loro si carico di significati e di domande irrisolte, di paure. Entrambe sapevano che le loro vite erano complicate, che il passato pesava come un macigno, ma in quel momento sembrava esserci solo la volontà di capire cosa potesse accadere.
Fina fece un respiro profondo, come per trovare la forza di esprimere ciò che sentiva. «Non so cosa stiamo facendo» ammise infine, abbassando lo sguardo «Non so perchè ti ho chiesto di raggiungermi... non voglio che tu ti senta obbligata a stare qui».
Marta si avvicinò ancora di più, posando una mano sul suo viso pallido, quasi per rassicurarla «Non mi sento obbligata. Sono qui perché lo voglio».
Quelle parole furono come una carezza. Fina alzò lo sguardo, cercando il suo, trovando una dolcezza e una comprensione che non si aspettava. Non c'era fretta, non c'era bisogno di risposte immediate. C'era solo quella connessione, fragile e preziosa, che le aveva attratte come calamite sin dalla prima volta che si erano viste.
«Ti andrebbe di fare due passi?» chiese Marta all'improvviso, rompendo quel momento di incertezza «C'è ancora tempo prima che la città si svegli del tutto ed io conosco poco questa città».
Fina annuì, grata di quel gesto semplice, di quella via d'uscita da un momento che rischiava di diventare troppo pesante «Sì, credo che ci farebbe bene».
Uscirono insieme dall'hotel, camminando fianco a fianco lungo le strade della città ancora semi-deserte. Il silenzio tra di loro non era più carico di tensione, ma piuttosto di una dolce tranquillità. Non c'era bisogno di parlare, di spiegare troppo. C'era solo la voglia di stare insieme, di prendersi il tempo necessario per capire e parlare, finalmente.
Ogni tanto si guardavano, con piccoli sorrisi, consapevoli che quel momento era solo loro. Che stavano facendo un piccolo passo per mettere ordine a quel caos. E anche se non sapevano dove le avrebbe portate quella giornata, per ora, era abbastanza.
E anche per me, per ora è abbastanza. I capitoli che seguono saranno impegnativi, datemi il tempo di riorganizzare le idee e tornerò da voi. Buonanotte miei cari lettori, domani è un nuovo giorno. Spero che il vostro sia migliore del mio. Ancora buonanotte.

La voce della crisalideLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora