Fina era in piedi davanti a loro, ancora stordita dal calmante e dalle emozioni tumultuose della giornata. Il suo corpo si sentiva pesante, come se un'invisibile mano la stesse trattenendo, ma la curiosità e una certa inquietudine la spinsero a restare lì immobile. Sapeva che Digna e Marta stavano parlando di lei, e la consapevolezza di essere l'oggetto di quella conversazione le fece battere il cuore più velocemente.
«Perchè? Non pensi abbia già dormito abbastanza?»
Digna sospirò pesantemente «Fina» le disse poi con voce calma ma autoritaria «forse dovremmo parlare. Da sole».
Marta, visibilmente a disagio, abbassò lo sguardo e, senza dire una parola, si diresse verso l'interno del garage. Prima di andarsene, lanciò un ultimo sguardo a Fina, pieno di qualcosa che Fina non riuscì a decifrare del tutto. La ragazza rimase a fissare quella porta chiusa per qualche istante, sentendo un vuoto crescere dentro di lei. Poi si girò verso Digna, con il viso contratto in un'espressione che cercava di mascherare il disagio e la confusione che le vorticavano dentro.
«Quanto l'hai traumatizzata con la meravigliosa storia della mia vita da uno a traumatizzata?» chiese con tono più duro e sarcastico di quanto avesse voluto.
Digna la osservò con attenzione, come se stesse scegliendo con cura le parole ma in realtà le rispose a tono «Uhm. Penso cinque».
Fina scosse la testa lentamente, il malessere latente che sentiva si mescolava con la rabbia «Mi sono appena svegliata... Mi sento ancora confusa... Cinque... hm, su una scala da uno a?»
Digna la guardò alzando un sopracciglio: «Direi dieci» poi lasciò che il silenzio riempisse lo spazio tra di loro per un attimo «Sai, mi ha visto infilarti un ago di cinque centimentri nel collo in una situazione non propriamente normale, ritengo avesse bisogno di spiegazioni. È preoccupata per te, Fina. Ho solo pensato che fosse giusto che ne sapesse di più».
Fina serrò le labbra prendendo posto accanto a lei, dove povo prima rta seduta Marta, una morsa di fastidio le stringeva il petto «cosa le hai detto esattamente?»
Digna sospirò, capendo che non poteva nascondere nulla a Fina «le ho detto quanto possa essere difficile e imprevedibile starti accanto»
Fina sentì il terreno crollarle sotto i piedi. La sua voce si fece più acuta, quasi stridente, mentre cercava di controllare l'ondata di emozioni che le montava dentro. «Come fai a sapere cosa io pensi che Marta debba o non debba sapere su di me? Quando smetterai di decidere per me?»
Digna non si fece intimidire, mantenendo il contatto visivo con fermezza «Fina, non è una questione di decidere per te. È una questione di proteggerti. Di proteggere entrambe. Tu sai quanto può essere distruttivo quando le persone intorno a te non comprendono appieno cosa stai vivendo».
Fina si sentì sconfitta, la sua rabbia lasciò spazio alla stanchezza, una stanchezza che le annebbiava la mente: «Cosa ha detto Marta?» domandò con voce stanca, quasi in un sussurro.
Digna esitò un attimo, poi parlò con una sincerità disarmante «Su questo nulla. Ma è confusa, molto. È anche spaventata, e ha tutte le ragioni per esserlo. Non voglio che le cose tra voi due diventino un'altra fonte di dolore nella tua vita, o nella sua. È una donna sposata. Ha una famiglia».
Fina chiuse gli occhi, cercando di isolarsi da quelle parole che la colpivano come pugni. Avrebbe voluto gridare, negare tutto, ma sapeva che Digna aveva ragione. Lo sapeva nel profondo. Quando finalmente riuscì a parlare, la sua voce era appena un filo: «è confusa a proposito di cosa?»
«Presumo tu possa capirlo da sola»
Un amaro sorriso si disegnò sul volto di Fina «Beh, non so nemmeno io cosa sento. Non dovrei nemmeno pensarci, non con tutto quello che sta succedendo».
Digna si avvicinò, stringendole il braccio con affetto «So che non è facile per te. E non voglio farti sentire in trappola. Ma se sei confusa, immagina come può sentirsi Marta, che non conosce tutto ciò che hai vissuto e con tutto ciò che potrebbe perdere. Le ho detto quello che ho detto per metterla in guardia. Ma tu, prima di tutto, devi capire cosa vuoi davvero».
Fina si irrigidì al tocco di Digna, combattuta tra la gratitudine per la sua onestà e l'ira per quella che percepiva come un'intrusione così Digna addolcì lo sguardo «Tesoro, tu però non puoi fare così. Forse non sei pronta».
Fina rimase in silenzio, il cuore pesante e la mente annebbiata. Sapeva che Digna aveva ragione, ancora, ma non riusciva a sopportare l'idea di affrontare l'ennesima battaglia, soprattutto quando non era nemmeno sicura di cosa volesse ottenere.
«Sono stanca» disse infine, con voce spezzata «di cercare di tenere tutto insieme».
Digna la guardò con una tristezza infinita, stringendola in un abbraccio forte e protettivo dal quale la ragazza si lasciò cullare cercando disperatamente un appiglio in un mare di incertezze e paure.
Poi, ancora con il braccio attorno a Fina, Digna cominciò a osservarla con la sua solita espressione indagatrice, cercando di leggere ogni piccola sfumatura nel suo volto. Il silenzio tra loro divenne di nuovo carico, pesante. Digna sapeva che non poteva fermarsi lì, non dopo tutto quello che era emerso. Così, con una delicatezza che non voleva far trasparire l'urgenza che sentiva, le pose un'altra domanda. Una domanda che sapeva avrebbe destabilizzato ancora di più Fina, ma che era necessaria.
«Ed Esther?» chiese quasi sussurrando.
Fina si irrigidì all'istante, distaccandosi appena dall'abbraccio di Digna. Quella domanda la colse impreparata, come se avesse colpito una parte di lei che stava cercando di ignorare da troppo tempo. Esther. Il nome le rimbombava nella testa come un eco distante, ma allo stesso tempo familiare, dolorosamente familiare. Il volto di Esther tornò a riaffiorare nella sua mente, con i suoi occhi profondi.
Si passò una mano tra i capelli, confusa, cercando di raccogliere le parole giuste, ma il tumulto che sentiva dentro le impediva di trovare una risposta immediata. Non sapeva come spiegare quello che provava, perché la verità era che non lo sapeva nemmeno lei.
«Non lo so» rispose infine, con un tono di voce basso e incerto «Io... io penso di provare ancora qualcosa per lei, ma non riesco a dimenticare il tradimento. Non posso perdonarlo. Non ci riesco. Le avevo chiesto solo una cosa nella vita. Avrebbe potuto farmi male in tutti i modi ma il tradimento...»
Digna la guardava con calma, ma i suoi occhi tradivano una profonda comprensione «Avete passato insieme sei anni».
Fina annuì, ma non era solo il passato con Esther a tormentarla. C'era qualcos'altro, qualcosa che la destabilizzava ancora di più. Un pensiero invadente, travolgente, arrivato come un'onda improvvisa chr ora la stava trascinando via.
«E poi... c'è Marta» mormorò Fina, con voce quasi rotta «non mi aspettavo di sentirmi così. Non mi aspettavo di poter provare qualcosa per lei»
Digna la scrutò con attenzione, quasi cercando di capire se Fina stesse finalmente aprendo la porta su quella parte di sé che teneva così ostinatamente chiusa.
Fina chiuse gli occhi per un attimo, cercando di trovare un po' di chiarezza nella confusione che la consumava «mi sento come se fossi stata colpita all'improvviso. E ora mi sembra tutto così confuso, troppo».
Digna rimase in silenzio, aspettando che Fina continuasse. Era chiaro che dentro di lei stava avvenendo una battaglia feroce, tra ciò che provava ancora per Esther e questo sentimento nuovo, sconosciuto e potentissimo per Marta.
«E... per quanto possa sembrare assurdo» continuò Fina «so di provare ancora qualcosa per Esther. Ma è diverso. È un legame che non si è mai completamente spezzato, anche se avrebbe dovuto. Quello che sento per Marta, invece... è come se fosse... non lo so. Mi travolge. Non riesco a controllarlo».
Digna annuì lentamente «Non sei mai riuscita a controlar neanche quello che provavi per Esther»
«Lo so... ma come ti ho detto... è diverso»
Digna la guardò con un certo grado di pragmatismo «C'è stato qualcosa tra di voi?»
Fina rimase in silenzio per un lungo istante, fissando un punto lontano nel vuoto. Il caos, pensò.
«L'ho baciata» ammise infine.
Digna stava per dire qualcosa, forse per rassicurarla o forse per dissuaderla ma non ne ebbe il tempo in quanto entrambe si accorsero di una figura in piedi davanti alla porta del garage e il cuore di Fina sprofondò immediatamente nello stomaco.
Esther stava lì, immobile, con un'espressione difficile da decifrare. I suoi occhi erano fissi su Fina, e in quell'istante, la ragazza capì che aveva sentito tutto. Il bacio, Marta, la confessione.
Digna si alzò lentamente, consapevole della tensione che aveva appena invaso la veranda. Non era sicura di come Esther avrebbe reagito, ma l'aria era carica di un'inquietudine palpabile.
Esther non fece alcuna scenata. Non ci fu rabbia, né parole taglienti. Rimase lì, sulla soglia, con gli occhi fissi su Fina, come se cercasse di leggere qualcosa di invisibile nei suoi movimenti. Per un istante sembrò volesse dire qualcosa, ma alla fine si limitò a un cenno quasi impercettibile, poi si voltò ed entrò di nuovo nel garage senza aggiungere nulla.
Fina restò immobile, sentendo un gelo strano scivolare lungo la schiena. Quel silenzio la colpì più di quanto qualsiasi parola potesse fare. Il silenzio di Esther aveva un peso, un significato che Fina non riusciva a decifrare, e la cosa la destabilizzava più di quanto avrebbe voluto ammettere.
Digna, che aveva osservato la scena con attenzione, si voltò verso Fina «Dovresti seguirla»
«Non credo sia una buona idea. Cosa dovrei dirle?»
«Se non altro fallo per quello che avete vissuto insieme. Non importa cosa le dici. Ma non puoi far finta che non sia successo niente. Ti ha amata anche lei. Ha fatto un'errore imperdonabile ma ti amava... e probabilmente ti ama ancora. Sei anni non si dimenticano così».
Fina si passò una mano tra i capelli sempre più scompigliati «ho già abbastanza casini per conto mio, Digna. Non voglio aggiungerne altri».
Digna la guardò intensamente «Non si tratta solo di te, Fina. Ther ha fatto delle scelte, come le hai fatte tu. Ma non puoi lasciare che il passato ti mangi viva. O affronti quello che c'è, o continuerai a portarti dietro questo peso per sempre. E farà male a te, a lei e beh. Non volevo dirlo ma mi ci porti... farà male anche a Marta».
Fina abbassò lo sguardo, sentendosi improvvisamente vulnerabile e rimase immobile con la mente in un vortice di emozioni. Sentiva lo sguardo di Digna su di lei, penetrante e in attesa, come se l'avesse sfidata a fare la cosa giusta, a non scappare di nuovo.
Con un respiro profondo, Fina si fece coraggio e si lasciò convincere. Senza una parola, si mosse verso la porta ed entrò nel garage trovandosi addosso gli occhi di tutti e dirigendosi verso Esther con passi pesanti, come se ogni passo la portasse più vicina a un abisso che non voleva affrontare. Ogni centimetro di quella breve distanza sembrava un chilometro, eppure continuava ad advancing, attirata da qualcosa di irrisolto, di spezzato, che non poteva più ignorare.
Gli occhi di tutti erano su di lei. Poteva sentire il peso degli sguardi dei suoi amici, che si scambiavano occhiate confuse. Marta, soprattutto, la osservava con uno sguardo che Fina non poteva evitare di percepire, nonostante si sforzasse di non guardare nella sua direzione.
Digna rientrò pochi secondi dopo vedendo Fina avanzare fino a raggiungere Esther.
Quando finalmente si trovarono faccia a faccia, il tempo sembrò fermarsi per un istante. Il respiro di Fina era irregolare, la tensione tra di loro palpabile. La donna non disse nulla. Non c'era bisogno di parole, non subito. Loro due avevano già condiviso abbastanza silenzi che parlavano da soli.
«Ther...» cominciò, ma non trovò il coraggio di finire la frase. Non sapeva cosa voleva dire, né cosa avrebbe potuto dire che avrebbe avuto senso in quel momento. Sentiva solo il peso delle sue scelte, delle sue contraddizioni, schiacciarla.
La donna inclinò la testa leggermente, un piccolo gesto che rivelava più comprensione di quanto Fina fosse pronta a riconoscere ma che conosceva molto bene nella personalità di quella donna.
«Non devi dire nulla» rispose con voce bassa e pacata.
Dietro di loro, Fina poteva sentire il gruppo mormorare piano, come se non sapessero esattamente cosa aspettarsi. Tasio, Teo, Digna, tutti osservavano in silenzio. E Marta... Marta era lì, e quel pensiero le faeva male più di quanto volesse ammettere.
Esther allungò una mano, quasi impercettibilmente, sfiorandole il braccio «Non sono arrabbiata e anche se volessi esserlo non ne avrei il diritto»
Fina sentì un nodo alla gola, incapace di formulare una risposta adeguata.
Dietro di loro, Marta continuava a fissarle, incapace di nascondere il tumulto interiore che stava vivendo. Non voleva intervenire, ma non poteva fare a meno di sentirsi travolta. Le vedeva così vicine, così complici, e sentiva un'ondata di emozioni salirle alla gola. La scena davanti ai suoi occhi la metteva davanti a qualcosa che non aveva mai voluto affrontare davvero: la sua stessa confusione, il desiderio e la paura.
Fina, senza voltarsi, sentiva tutto. Sapeva che ogni sguardo, ogni sospetto, era rivolto a lei, e sapeva anche che la sua fragilità stava diventando sempre più difficile da nascondere.
«Vieni» sussurrò Esther, tirandola dietro di sè e facendo un passo indietro verso il muretto che divideva il garage in due ambienti.
Dietro di loro, gli altri restarono in silenzio, interdetti e sospesi tra l'incredulità di quella vicinanza e la calma di Fina che da mesi non rivolgeva una sola parola alla donna.
Esther si fermò proprio sulla soglia del muretto, di modo che potessero parlare più tranquillamente, nonostante questo il sottile strato di cartongesso non le faeva completamente uscire dal campo visivo dei presenti nella stanza che se si fossero allungati un po' avrebbero tranquillamente potuto vederle.
l silenzio tra di loro era quasi assordante, spezzato solo dai suoni lontani delle conversazioni attutite.
«Ti sei innamorata di lei?»
La domanda cadde come un macigno. Fina sussultò leggermente, non aspettandosi una domanda così diretta e immediata. Sentì un nodo allo stomaco, e la sua mente si riempì di pensieri confusi e sconnessi. Il volto di Marta apparve nella sua mente, i suoi occhi scuri e dolci, il suo profumo, il bacio...
Fina cercò di evitare lo sguardo di Esther, fissando un punto indefinito oltre di lei. Sentiva il peso di quella domanda gravare sulla sua persona, come se la ragazza avesse appena messo a nudo una verità che lei stessa non era ancora pronta ad affrontare. L'aria sembrava farsi più densa, rendendo ogni parola più difficile da pronunciare.
«Ther...» sbottò Fina, quasi sussurrando. La sua voce tremava leggermente, ed era evidente che si sentiva a disagio con le emozioni che quella domanda aveva scatenato.
Esther la guardò attentamente, le labbra leggermente increspate:
«È solo una domanda, Fina»
La ragazza alzò lo sguardo, incrociando finalmente i suoi occhi. Sentiva una pressione enorme, un desiderio di fuggire da quella situazione, ma anche il bisogno di essere sincera, almeno con se stessa. «Non lo so, non me lo aspettavo»
«L'hai baciata» aggiunse Esther, senza accusare, ma come se stesse semplicemente enunciando un fatto «l'hai baciata e l'hai fatto perché volevi farlo, non perché te lo abbia chiesto qualcuno».
Fina annuì debolmente, sentendo il cuore battere furiosamente nel petto. Il ricordo di quel bacio era ancora vivido, intenso, e ogni volta che ci pensava, provava una strana sensazione di calore e disagio al tempo stesso.
«Anche lei sembrerebbe provare qualcosa per te...» continuò Esther, abbassando leggermente lo sguardo, quasi come se stesse cercando le parole giuste.
Fina rimase in silenzio per un momento, cercando di mettere ordine tra i suoi pensieri. Sentiva che, in fondo, Ther aveva ragione. Non poteva continuare a negare l'evidenza.
«E tu?» chiese Fina, cambiando improvvisamente argomento, come se cercasse disperatamente di allontanare l'attenzione da sé «Perché mi fai queste domande?»
Esther sorrise amaramente, scrollando le spalle: «Presumo tu sappia rispondere da sola a questa domanda».
Fina restò senza parole, immobile e con la mente in subbuglio mentre Esther colse l'occasione per avvicinarsi lentamente con quegli occhi azzurri fissi su di lei. Per un attimo, il silenzio tra loro si fece più profondo, quasi tangibile. Esther sembrava combattuta, come se dentro di lei si stesse svolgendo una battaglia tra la ragione e il cuore. E poi, senza preavviso, colmò la distanza tra loro, poggiando delicatamente le sue labbra su quelle di Fina.
Il bacio era dolce, ma carico di una tensione che rendeva ogni secondo eterno. Esther cercava una risposta, un segnale, qualcosa che le dicesse che tra loro c'era ancora quella scintilla, quel legame che una volta le aveva unite. Le sue mani scivolarono lentamente dietro il collo di Fina, come a volerla ancorare a quel momento, impedendole di scappare
Per qualche istante, Fina rispose al bacio. Le loro labbra si mossero all'unisono, come se fossero state trasportate indietro nel tempo, in un passato in cui le cose erano più semplici, più chiare. Ma quel trasporto che Esther cercava disperatamente non c'era. Nonostante la passione del gesto, Fina sentiva un vuoto, come se stesse cercando di rivivere qualcosa che non poteva più essere recuperato.
Mentre il bacio proseguiva e le loro lingue si ricorrevano in una corsa contro l'addio, Fina sentì il volto di Marta affiorare nella sua mente con quel bacio inatteso che l'aveva destabilizzata e fatta vacillare. Pensò ai suoi occhi, alle sue labbra e improvvisamente quel bacio con Esther non aveva più senso. Le labbra di Esther, un tempo familiari, ora sembravano distanti, come appartenenti a una vita passata, come appartenenti a qualcun'altra.
La ragazza lo percepì subito. Sentì che quel trasporto che tanto cercava non c'era, come se ci fosse un muro invisibile tra loro. Anche se Fina ricambiava il bacio, mancava l'intensità, la connessione profonda che avevano avuto un tempo. La mancanza di risposta vera, di emozione pura, fu come una doccia fredda per Esther. Il bacio non era altro che un riflesso del passato, qualcosa di automatico.
E poi Fina si staccò, con dolcezza ma in modo deciso. I loro volti rimasero vicini per un attimo, quasi come se le loro labbra volessero cercarsi di nuovo, ma Fina fece un passo indietro, il respiro accelerato e gli occhi leggermente abbassati.
«Mi dispiace» sussurrò Fina, quasi senza fiato. Sentiva il cuore battere forte, ma non per il bacio. Non per Esther.
La donna la guardò per un lungo istante, cercando di trattenere il dolore che le stava montando dentro. Non era arrabbiata, non poteva esserlo. Aveva sperato in qualcosa, ma la realtà era sotto i suoi occhi, chiara e innegabile. Quello che avevano avuto una volta era andato, e forse era stato così per molto più tempo di quanto volesse ammettere.
«Ho avuto la mia risposta» rispose Esther, con un tono di voce calmo, quasi sereno, ma con una nota di amarezza che Fina colse immediatamente «e anche tu l'hai avuta».
Fina scosse la testa lentamente, cercando le parole giuste «non posso far finta che non sia successo ciò che è successo e non posso mettere da parte quello che sento adesso».
Un silenzio pesante calò tra loro, carico di rimpianti e di parole non dette. La ragazza abbassò lo sguardo, cercando di nascondere la delusione e la tristezza che provava.
«Mi sono illusa che la nostra storia fosse intramontabile» mormorò Esther, quasi più a se stessa che a Fina «Ma ho capito che sei già andata via, molto tempo fa».
Fina non seppe cosa dire, perché in fondo sapeva che aveva ragione. Lei era già andata via, e forse non se ne era resa conto. Il loro rapporto si era incrinato a poco a poco, e ora tutto quello che restava era il ricordo di quello che era stato.
Esther fece un passo indietro, lasciando che l'aria fredda della sera le riempisse i polmoni «Non so cosa provi per Marta» disse infine, con voce più ferma «ma spero che lei possa amarti come ti ho amata io, se mai sarà possibile».
Fina la fissò, quasi con le lacrime agli occhi, con un misto di tristezza e rimpianto. Voleva dire qualcosa ma non ce la fece. E mentre Esther si allontanava, una parte di lei si sentiva finalmente libera, ma un'altra parte era gravata dal peso di tutto quello che si erano dette e non dette.
Dietro di loro, le luci soffuse dell'altra parte del garage brillavano, e dentro, sapeva che tutti avevano osservato quella scena. E soprattutto, sapeva che tutti in quella stanza avevano visto tutto... soprattutto qualcuno.
Marta, d'altro canto si alzò dal divano con un movimento improvviso, quasi scattante, come se quel bacio tra Fina e Esther l'avesse fulminata. Aveva ripreso posto accanto a Luz dopo essere rimasta per lunghi minuti a osservare la scena, incapace di distogliere lo sguardo da quelle due figure che un tempo erano state così vicine. Il cuore le batteva forte, troppo forte. Senza riuscire a trattenere il tumulto che le montava dentro, si rivolse ad Luz con una voce tesa, quasi soffocata.
«Ho bisogno di un po' d'aria» disse semplicemente, facendo un cenno verso la porta.
Luz la guardò preoccupata, ma senza fare domande. Marta aveva quell'espressione che non lasciava spazio a spiegazioni o confronti, quindi si limitò a seguirla con uno sguardo comprensivo, annuendo silenziosamente. Mentre Marta si affrettava verso l'uscita, Luz si alzò subito e la seguì, senza lasciarla sola.
Uscirono nella strada buia e deserta, illuminata solo da poche luci fioche dei lampioni. L'aria era fresca e pungente, e Marta respirò a fondo, come se l'aria fredda potesse alleviare il bruciore che sentiva dentro. Le mani tremavano leggermente, e la mente era annebbiata da un misto di confusione e rabbia. Non sapeva esattamente cosa la stesse consumando: era forse gelosia? O quella strana sensazione di sentirsi fuori posto in un mondo che fino a poco tempo fa le sembrava distante?
Marta mi ha confessato che tutt'ora non ha capito cosa avesse preso il sopravvento dentro di lei in quel momento ma allo stesso tempo ha affermato che in quell'istante molte delle sue domande avevano trovato una risposta.
Luz si fermò accanto a lei, osservandola senza dire nulla, rispettando il suo bisogno di silenzio. Il rumore delle loro scarpe sull'asfalto interrotto solo dal lieve fruscio delle foglie.
«Sembra che... tutto mi stia crollando addosso» mormorò Marta, rompendo il silenzio. La sua voce era roca, quasi soffocata «Non dovrei sentirmi così. Non dovrei... ma è più forte di me».
Luz la osservò con uno sguardo che mescolava empatia e comprensione «Provi qualcosa per lei: è evidente».
Marta scosse la testa, incapace di ammetterlo del tutto: «ma non posso... non posso permetterlo. Ho una famiglia, una vita...» La voce le si spezzò, e portò le mani al volto, cercando di trattenere le lacrime che premevano per uscire.
Luz si avvicinò, posandole una mano delicata sulla spalla «Non devi prendere una decisione ma solo far pace con con te stessa»
Marta non rispose subito, ma lasciò che l'aria fredda della notte riempisse i suoi polmoni. Poi, in un sussurro appena udibile, confessò: «Quando l'ho vista baciare Ther... mi sono sentita come se una parte di me fosse stata portata via» dece una pausa, stringendo i pugni «E non ho mai provato una cosa simile fino ad ora. Non so cosa fare, Luz. Non so nemmeno più cosa voglio».
«Capisco» mormorò l'amica «Ma questa cosa ti sta cambiando».
Le parole di Luz rimarsero sospese nell'aria per qualche istante, e Marta chiuse gli occhi, cercando di trovare un po' di pace in mezzo a tutto quel caos. Ma quella pace sembrava lontana, quasi irraggiungibile.
Restarono in silenzio, fianco a fianco, sotto il cielo scuro della notte. Marta sapeva che quella era solo una piccola tregua, e che presto avrebbe dovuto affrontare la realtà. Ma in quel momento, l'unica cosa di cui aveva bisogno era l'aria fresca e la presenza silenziosa di un'amica.
Camminava nervosamente avanti e indietro sul marciapiede, con il viso teso e il respiro che si faceva sempre più corto.
Marta scosse la testa, incapace di fermare i pensieri che le martellavano in testa: «Due giorni fa... mi ha baciata» le parole le uscirono di bocca all'improvviso, senza che riuscisse a fermarle.
Luz non sembrava sorpresa. Sospirò, annuendo appena, come se l'avesse sempre saputo: «L'avevo immaginato» ammise con tranquillità: «Ma avrei voluto che me lo dicessi, che mi dicessi tutto fin dall'inizio, come abbiamo sempre fatto».
Marta si fermò, lo sguardo fisso sul marciapiede, incapace di alzarlo: «Non avrei dovuto... non doveva ricambiare ma non riuscivo a fermarmi. Era come se qualcosa di più forte mi trascinasse verso di lei».
Luz restava in silenzio dando a Marta la forza di andare avanti e far ordine nella sua mente: «Ho un marito, ho Julia» disse Marta, la voce rotta: «dovrei essere felice, giusto?»
Luz la guardò con attenzione, cercando le parole giuste e sospirando «Tu non sei più felice da molto tempo» le disse con tono dolce ma deciso «Oltretutto non possiamo scegliere chi ci tocca l'anima, chi ci fa sentire vive. Ma non puoi lasciarti consumare dalla confusione. Fina... è una persona complicata, lo abbiamo appena constatato».
Marta abbassò lo sguardo: «Ma non posso neanche più fingere che vada tutto bene» confessò «Vederla così... mi ha fatto capire quanto lei mi attragga prepotentemente. Ma non posso... non posso rovinare la mia vita, non posso rovinare la mia famiglia. Eppure... Dio, quanto vorrei essere lì con lei adesso. Con tutto quello che sta passando».
Luz le mise di nuovo una mano sulla spalla, stringendola leggermente.
«Allora devi decidere cosa fare e affrontare la verità. Non puoi restare incastrata tra due vite».
La loro conversazione venne bruscamente interrotta dal suono del telefono di Marta. Sul display compariva il nome di Pelayo. Fino a quel momento, Marta aveva evitato di rispondere alle sue chiamate, presa dai suoi turbamenti e dalla confusione. Ora, non poteva più rimandare. Prese un respiro profondo e rispose.
«Pelayo...»
«Finalmente» la interruppe lui, il tono duro e irritato «vuoi spiegarmi cosa sta succedendo? Sei partita in fretta e furia senza dire quasi nulla e non rispondi alle mie chiamate. Che cazzo sta succedendo?»
«Starò via qualche giorno» disse Marta, cercando di mantenere la voce calma, ma sentiva il nodo di tensione stringersi nella gola.
Luz, che era accanto a Marta, sgranò gli occhi, sorpresa e un po' preoccupata.
«È successa una cosa grave. Una donna, amica di Fina... si è fatta del male, è una situazione delicata. Non posso tornare subito».
«Qualche giorno?» Pelayo ripeté con incredulità «E Julia? Io devo lavorare! Non siete neanche amiche!»
«Ti avrei chiamato per avvertirti» rispose Marta, forzando un tono più conciliante «Inoltre Julia ha la scuola ed è molto responsabile, andrà bene, sarà solo qualche giorno al massimo. Sto cercando di gestire la cosa, e non è semplice. Ma, per favore, cerca di capire. Non sarebbe giusto lasciare Fina sola adesso. Almeno saprà di avere un appoggio da noi».
«D'accordo, va bene» Pelayo tagliò corto, evidentemente irritato.
«Julia?» domandò Marta con naturalezza.
«Cosa vuoi che faccia a quest'ora?» replicò lui con un tono pungente: «sta dormendo, come qualsiasi ragazzina della sua età all'una di notte».
Marta si morse il labbro, sentendo il peso di tutto: l'assenza, la distanza, il senso di colpa «okay» sussurrò: «ci sentiamo domani?»
Pelayo rimase in silenzio per un attimo, come se stesse decidendo cosa rispondere. Poi, senza nemmeno un saluto, chiuse la telefonata con uno stacco netto.
Marta rimase lì, con il telefono ancora in mano, fissando lo schermo spento. Luz osservava la scena, ancora senza parole.
«Qualche giorno?» chiese con stupore, chiaramente confusa.
«Sì» rispose Marta, senza distogliere lo sguardo dal vuoto «non posso tornare... non ancora».
Nel frattempo Fina, uscendo dalla penombra del muretto di cartongesso aveva appena notato l'assenza di Marta, vuoto tangibile e impulso irrazionale di cercarla, cosa che fece dopo aver guardato per un momento i volti confusi degli amici.
Uscì dalla porta e l'aria fredda della sera la colpì immediatamente in netto contrasto con il calore soffocante del garage. Camminò rapidamente lungo la strada, fino a quando vide Marta ed Luz più avanti, illuminate dai lampioni giallastri della strada.
«Hei...» disse Fina quando le raggiunse. Marta si girò di scatto.
«Tutto bene?»
Entrambe annuirono falsamente e dopo un primo silenzio Fina ruppe di nuovo quel vuoto.
«Domani mattina posso accompagnarvi in aeroporto, forse sarebbe meglio se tornaste a casa». Era evidente che aveva riflettuto sulla situazione e, nonostante il desiderio di avere Marta vicino, sapeva che non poteva coinvolgerla in quella spirale caotica.
Luz fu la prima a rispondere, con un'espressione rassegnata: «purtroppo, io devo davvero tornare» disse: «e domani mattina sarebbe perfetto. Ho lasciato troppi impegni in sospeso» il suo tono era sincero, ma si poteva sentire anche un leggero sollievo. La tensione dell'intera situazione era stata troppo pesante per lei.
Marta, d'altra parte, non si mosse di un centimetro. Aveva lo sguardo fisso su Fina, e nonostante il tumulto interiore che la travolgeva, era fermamente convinta della sua decisione:
«Io resto» disse con forza. La sua voce era carica di determinazione, ma anche di una vulnerabilità che non riusciva a nascondere. Restare lì non era solo una decisione razionale: era il suo cuore a parlare.
Fina la guardò per un lungo istante, incapace di trovare le parole giuste. Non si sarebbe aspettata tanta fermezza da parte di Marta. La tensione tra loro era palpabile, e per un momento il mondo sembrò fermarsi attorno a loro.
Luz, che percepiva l'energia tra le due, si voltò verso Marta, sperando che cambiasse idea. Ma vedendo l'espressione di quest'ultima, capì che non c'era nulla da fare. Sospirò, incrociando le braccia: «Sei sicura?» le chiese, anche se conosceva già la risposta.
«Sì»
Fina abbassò lo sguardo, combattuta. Avrebbe voluto dirle di andare, che sarebbe stato meglio per tutti. Ma sapeva che non aveva il diritto di decidere per lei, e sentiva una parte di sé che non voleva affatto che se ne andasse.
«D'accordo...» mormorò infine, cedendo a quella strana complicità che sembrava legarle in maniera sempre più intensa poi sospirò, cercando di non lasciarsi sopraffare dalle emozioni: «Comunque, sarà meglio se andate a riposare» disse, cercando di mascherare la sua preoccupazione con un tono pratico.
«Al garage c'è una stanza adibita a dormitorio, con alcuni letti. Non è il massimo ma ci abbiamo dormito spesso. Purtroppo, non penso sia il caso spostarsi da qui. È meglio che rimaniamo tutti insieme, nel caso arrivino notizie dall'ospedale».
Marta ed Luz si scambiarono uno sguardo. Nonostante il disagio e la sensazione di essere fuori posto, sapevano che Fina aveva ragione. Rimanevano in silenzio, lasciando che lei continuasse.
«Spero vi troviate bene» aggiunse Fina con un tono un po' più morbido, ma sempre distante «domani mattina ti accompagnerò all'aeroporto, Luz» disse rivolgendosi alla donna poi si rivolse a Marta «e poi torneremo qui ad aspettare di avere notizie di Claudia».
Fina si voltò verso la porta del garage, indicando con un cenno della testa. "Entrate. Gli altri vi daranno tutto ciò che vi serve per la notte."
Luz, ancora un po' titubante, annuì e si diresse verso l'ingresso. Prima di varcare la soglia, si voltò verso Marta, aspettandosi che la seguisse. Ma Marta rimase ferma, lo sguardo incollato a Fina. Luz la osservò per un istante, poi, senza dire nulla, entrò nel garage.
Fina rimase immobile per qualche secondo, osservando la porta che si chiudeva dietro Luz, poi si girò verso Marta, che non si era mossa di un millimetro estraendo una sigaretta dal pacchetto e accendendola con mani leggermente tremanti.
Marta, nuovamente, non si mosse. Si limitò a rimanere ferma mantenendo una piccola distanza. Il silenzio tra di loro era denso, carico di parole non dette, ma nessuna delle due sembrava voler rompere quell'equilibrio fragile. Il crepitio della sigaretta e il rumore lontano della strada erano gli unici suoni.
Fina espirò una lunga boccata di fumo, osservando la nube dissolversi nell'aria della sera. Il suo sguardo era perso, fisso in un punto indefinito davanti a sé. Accanto a lei, Marta la osservava di sottecchi, cercando di cogliere qualche indizio sul suo stato d'animo, ma Fina rimaneva imperscrutabile.
Per qualche minuto, rimasero così, in un silenzio che non era né comodo né scomodo. Era semplicemente ciò di cui entrambe avevano bisogno in quel momento.
Fina continuò a fumare poi, quasi improvvisamente, si voltò verso Marta, osservandola attentamente. Esitò per un attimo, come se stesse valutando se fosse la cosa giusta da fare, poi disse con voce bassa e calma: «Ti va di fare un giro?»
Marta la fissò per un istante, sorpresa dalla proposta. Non era sicura di cosa rispondere, ma qualcosa negli occhi di Fina, un misto di vulnerabilità e determinazione, la convinse.
«Sì» rispose alla fine: «tanto non riuscirei comunque a prendere sonno».
Fina spense la sigaretta con un movimento deciso, gettandola a terra e schiacciandola con il piede. Senza aggiungere altro, si diresse verso la moto parcheggiata poco più in là. Marta la seguì in silenzio, sentendo l'aria fresca della notte che le accarezzava il viso, in contrasto con l'agitazione che le montava dentro.
Fina le porse il casco e una volta salita sulla moto accese il motore con un rombo familiare e Marta salì dietro di lei, appoggiando istintivamente le mani sui suoi fianchi. Un contatto che, sebbene apparentemente casuale, fece scattare qualcosa dentro entrambe. Per un attimo, Marta si chiese se Fina lo avesse sentito, quella scintilla di tensione che si sprigionava dal loro contatto, ma la ragazza davanti a lei sembrava concentrata solo sulla strada.
Il rumore del motore riempì l'aria mentre si allontanavano dal garage, scivolando lungo le strade deserte della notte. Il vento sferzava i loro volti, ma nessuna delle due parlava. L'andatura era sostenuta, come se Fina volesse sfuggire a qualcosa, o forse cercare risposte nel movimento veloce e nel rumore meccanico che copriva il tumulto dei suoi pensieri.
Marta, seduta dietro di lei, sentiva il battito del suo cuore aumentare, non tanto per la velocità, ma per la vicinanza fisica a Fina, per il suo odore, per il calore del suo corpo attraverso i vestiti. Aveva la sensazione che Fina stesse cercando di sfogare qualcosa, di lasciare indietro tutto quello che era successo fino a quel momento, e lei non voleva fare altro che andare ovunque l'avesse portata.
Dopo qualche minuto di viaggio, Marta si sentì più sicura, e le sue mani sui fianchi di Fina si strinsero un po' di più, come se volesse trasmetterle qualcosa.
La ragazza, percependo quel gesto, non fece nulla per allontanarla. Anzi, sembrò rilassarsi leggermente, lasciando che la moto scivolasse con più morbidezza lungo le curve della strada. Il vento, l'oscurità, la sensazione di libertà: tutto sembrava sospeso in quel momento, come se il mondo esterno potesse aspettare.
Alla fine, dopo quasi mezz'ora di strada, Fina rallentò. Si fermarono su un piccolo promontorio che si affacciava sul mare.
Il vecchio faro abbandonato, una figura imponente e solitaria si stagliava sulla scogliera all'orizzonte, immerso nel buio. Il vento sibilava tra le rocce, e il rumore del mare, che si infrangeva contro le pareti rocciose, riempiva l'aria.
«Sei mai stata all'interno di un faro?» le chiese Fina con una nota di sfida nella voce.
Marta scosse la testa, i suoi occhi seguendo la figura imponente che si stagliava contro il cielo notturno «No, mai».
«Vieni allora» le rispose poi prendendole la mano senza pensarci troppo, come se quel gesto fosse la cosa più naturale al mondo. Le loro dita si intrecciarono delicatamente, e per un istante, entrambe restarono immobili. Marta sentì un brivido attraversarle la schiena, una scossa che si propagò dal punto di contatto con la mano di Fina fino a farle battere il cuore più forte.
Fina, d'altro canto, cercava di mantenere il suo solito distacco, ma non riusciva a ignorare la sensazione di calore che quella stretta le aveva lasciato. Non era un contatto casuale, non con Marta. Mentre camminavano verso il faro, mano nella mano, con Fina due passi avanti a lei, sentiva crescere dentro di sé un tumulto di emozioni che non riusciva a definire.
C'era qualcosa nell'aria, un senso di mistero, di connessione che non riuscivano a spiegare, e l'idea di entrare in quel faro insieme, in quel momento, le intrigava e le spavaitava allo stesso tempo.
L'ingresso era sbrecciato, una vecchia porta arrugginita si aprì con un cigolio spettrale sotto la spinta di Fina. L'interno del faro era avvolto nell'oscurità, illuminato appena dalla luce tremolante della luna che filtrava dalle finestre rotte. L'aria sapeva di salsedine e muffa, un odore antico e selvatico.
«Fai attenzione ai gradini» le disse Fina, mentre iniziava a salire una scala a chiocciola che conduceva in cima senza mai lasciarle la mano.
Marta la seguì a ruota, il cuore che batteva forte, sia per l'adrenalina che per la vicinanza a Fina, che sembrava stranamente calma, come se quell'ambiente decadente le desse una sorta di pace.
La stanza nella parte più alta del faro era un piccolo spazio circolare, quasi completamente vuoto, se non fosse per una lanterna di ferro arrugginita un tempo usata per guidare le navi in lontananza e un vecchio divano. Le pareti erano curve, dando alla stanza una sensazione di raccoglimento, come se il luogo fosse destinato ad accogliere solo chi fosse davvero intenzionato a salire fino in cima.
Una serie di finestre panoramiche, seppur sporche e incrinate dal tempo, circondavano l'intera stanza, offrendo una vista mozzafiato sul mare e la costa. Le onde si infrangevano contro gli scogli sotto di loro, e il rumore del mare era più presente, quasi amplificato dall'altezza. L'aria era fredda e pungente, carica di salsedine e umidità. La luce della luna illuminava la stanza in modo etereo, riflettendosi sui frammenti di vetro e creando un gioco di ombre e riflessi.
Il pavimento, di legno logoro e cigolante, aveva alcune assi spaccate che rivelavano l'usura del tempo e della salsedine, mentre piccole pozzanghere d'acqua piovana si raccoglievano qua e là. In un angolo, c'era un vecchio banco di legno, forse usato dai guardiani del faro per annotare qualcosa o per riposarsi durante i turni notturni.
Ma la vera bellezza di quella stanza non era il suo interno, bensì ciò che si vedeva all'esterno. Le luci lontane della città sembravano piccole stelle terrestri, mentre il mare sconfinato si perdeva all'orizzonte, un'immensa distesa scura interrotta solo dal luccichio della luna che si rifletteva sulla superficie increspata. Era un luogo isolato e remoto, sospeso tra terra e cielo, in cui il mondo sembrava fermarsi per un attimo.
Marta, salita fino a quel punto insieme a Fina, guardava fuori, rapita dalla bellezza e dalla tranquillità del panorama, mentre sentiva il battito del suo cuore aumentare. L'atmosfera era carica di qualcosa di indefinito, come se quel luogo avesse il potere di far emergere tutto ciò che fino a quel momento era rimasto celato dentro di lei.
Finalmente, quasi in un momento di presa di coscienza, si lasciarono le mani e Fina si appoggiò a una delle finestre, guardando il mare lontano. Anche lei sembrava immersa nei suoi pensieri, come se ogni onda e ogni stella avessero qualcosa da dire. Nonostante tutto il dolore che portava dentro, quel luogo sembrava offrirle un rifugio temporaneo, una pausa dalla realtà, anche solo per qualche istante.
E mentre Fina veniva rapita da quello spettacolo della notte, Marta, dietro di lei la osservava incantata.
STAI LEGGENDO
La voce della crisalide
RomanceRomanzo LGBT 《In aggiornamento》 Trama: Cosa succede quando i confini del proprio mondo protetto crollano improvvisamente? Serafina Valero, una professoressa dalla vita ordinaria e metodica, si trasferisce in una nuova casa. Non sa ancora che la s...
