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Ted Lenders guardava la sua immagine riflessa nello specchio appannato, nel bagno del piano superiore di casa, in quell'estate di Yokohama.

Era pallido, emaciato. Da alcuni giorni aveva perso l'appetito: da quando cioè, suo fratello Mark lo aveva chiamato per informarlo della sua prossima visita in Giappone.

Una visita che sarebbe stata tutt'altro che gradevole.
Mark era furibondo per le voci che gli erano arrivate sul fratello minore, e a nulla era valso negare, inventare balle, cercare giustificazioni.
Non sapeva come era potuto succedere, ma il maggiore dei Lenders era venuto a sapere dei suoi affari.

Ted si era scervellato per capire come la cosa fosse giunta alle sue orecchie, e non aveva trovato una risposta.
Mark era in Italia, in un altro continente, fuori dalla realtá giapponese.

Sua madre Anne non poteva aver fatto la spia, perché non voleva far preoccupare il suo primogenito che era già così stressato dalla sua vita di calciatore professionista.  

E allora, chi? Chi diavolo era andato da lui a spifferare tutto?

Andó in camera sua e aprì l'armadio.
La merce era ancora lì, in un grosso sacco azzurro. Il suo futuro capitale.
Il suo riscatto.
No, non sarebbero state le sfuriate di Mark a fargli cambiare programma.
Aveva un piano ed era una cosa solo sua, nessuno doveva intromettersi.
Non era mica uno stupido, aveva solo diciotto anni ma aveva già chiaro tutto quanto, così come Mark, che alla sua stessa età aveva preso in mano la sua vita.

Hiroshi Lenders non aveva allevato citrulli.

"È ancora lì quella roba?" sentì una voce femminile dirgli, in malo modo. "Cosa ti avevo detto?"

Ted si giró.

Sua madre lo osservava con aria severa, a braccia conserte.

Chiuse le ante del mobile e giró la chiave.

"...sì. E qui rimane."

"Ted, ti ho parlato chiaro l'altro giorno. Non voglio prodotti rubati in casa nostra. Prendi quel saccone e portalo fuori di qui. Non importa dove. Ma fuori dalla nostra proprietà." insisté Anne.

Lui sorrise. "Ti devo ricordare che questa casa non è nostra proprietà. È di Mark. Così come la macchina, le nostre assicurazioni, e perfino il cibo. Tutta la nostra dannata vita è finanziata da Mark."

"Ancora quel tono. Quel disprezzo, quell'astio nella tua voce. Ma cos'hai contro tuo fratello? Perché odi quello che grazie a lui abbiamo?" ribattè la donna.

"Odiare Mark?" rispose Ted, allargando le braccia. "Ma chi puó odiare Mark? Tutti amano Mark! Il grande, invincibile Mark Lenders." poi rise. "Guardaci. Viviamo nel benessere no? Non ci manca niente. Ogni mese lui ci fa arrivare sul conto di famiglia cifre che molti nostri vicini non vedono in un anno. Tu hai ottime cure, Naty vestiti firmati, Matt fa tutti i corsi che vuole, io ho avuto la macchina...e non ci resta che aspettare. Aspettare che Mark ci riempia di soldi ogni trenta giorni . È tutto perfetto, no?"

"Preferiresti tornare alla vita di prima, in quella casa di legno? Ti ricordi cosa abbiamo passato, gli inverni freddi, le rinunce...? La paura di non poter nemmeno sostenere le mie spese mediche. Abbiamo avuto una benedizione dal cielo. Tuo fratello ci ha salvati dal dolore. E tu...tu mostri una tale ingratitudine. È vergognoso, Ted." continuó Anne. "È perfino immorale quello che dici. E adesso ti metti in giri sporchi, pure...ma cosa vuoi dimostrare?!"

"Di non essere il fratello fallito di Mark Lenders, mamma." disse Ted.

Anne rimase interdetta a quelle parole. "F-fallito...? Chi mai ti ha considerato tale, qui?!"

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