Corvi neri

9 1 0
                                        

"Beh che ti devo dire...non c'è da stare allegri qui." disse Mark, guardandosi intorno. La sua fidanzata lo aveva trascinato in un camposanto, fuori Dublino.

"Scusami. Lo so, è deprimente, ma era necessario per me venire da lei. Da anni non portavo fiori a Kate. Lei dorme qui." rispose Marty. Prese il contenitore in rame, sulla lapide, e lo portó a una fontanella.
Era vuoto, nessuno andava più a quella tomba da mesi.

Mark osservó la foto della ragazza incastonata nel marmo bianco: era giovanissima, un'adolescente con i capelli bruni tagliati a caschetto e gli occhi blu. Diversa sia da Marty che da Charlotte.
Lesse la sua data di nascita e morte: aveva lasciato la vita ad appena quattordici anni.

La fidanzata tornó con il vaso pieno. Avevano acquistato un mazzo di roselline bianche, che tanto piacevano a Kate in vita.
Marty lo pose nella conca sulla lapide e si fece il segno della croce. "Dammi due minuti, Mark."

Lui annuì e si allontanó, lasciandola sola con le sue preghiere. Guardó verso il cielo, che aveva ritrovato il suo tipico grigiore atlantico. Faceva anche un po' freddo e Mark si mise la sua giacca di denim.

Tutta la celebrazione per la laurea di Marty era stata un enorme peso per lui. Era stato felice per il suo traguardo, ma relazionarsi ai genitori, ai parenti, ai vecchi amici d'infanzia l'aveva prosciugato. Per non mettere in imbarazzo la sua compagna aveva dovuto abbozzare e fare bella cera con tutti, ma dentro si sentiva esplodere. Per quanto si sforzasse di aprirsi al mondo, rimaneva il ragazzo di periferia di Tokyo e la durezza della strada era sempre in lui.

Come se non fosse bastato, Marty quel giorno era molto malinconica, e aveva finito per deprimere il morale anche a lui. Capiva la nostalgia verso la cuginetta, ma ritrovarsi in un cimitero il giorno dopo a una festa non era il massimo. Tra l'altro, era uno di quei cimiteri tipici del Nord Europa, con le lapidi in bella vista attorno alla Chiesa, coperte di muschio e visitate da gruppetti di corvi neri e gracchianti, che vi si appollaiavano sopra. Era un luogo sinistro.

Sbuffó e si auguró che Marty non la facesse tanto lunga. Voleva tornare in albergo. E poi voleva tornare in Italia e poi finalmente dedicarsi a pianificare il viaggio in Giappone. Aveva visto le chiamate di Ted sul suo telefono, ma non l'aveva ricontattato. Il fratellino, evidentemente preoccupato per la strigliata che Mark voleva dargli, stava cercando di parlargli per rabbonirlo.
Tutto inutile.

Prima avrebbe dato al fratello una dose di quella che il loro defunto padre aveva definito un po' di sana educazione, e poi, forse, l'avrebbe ascoltato.
Non voleva picchiarlo, non l'aveva mai fatto nè l'avrebbe fatto mai. Non avrebbe mai alzato un dito sui fratelli. Ma il ragazzo andava rimesso in carreggiata e alla svelta. Bisognava assolutamente che si concentrasse sul suo futuro, un futuro serio. Intanto, non aveva ancora scelto il corso di laurea universitaria. Era bravo a scuola, avrebbe potuto ad esempio provare con Ingegneria. Avrebbe potuto fare molte cose, e Mark era pronto a sostenerlo. Ma il motivo per cui avesse avuto quel colpo di testa andava chiarito. Ebbe il sospetto che fosse anche una rivalsa verso di lui. Una specie di strana vendetta per il successo che stava ottenendo come calciatore, anche se l'ipotesi che suo fratello fosse invidioso faceva troppo male.

Non dovevano esserci sentimenti negativi tra fratelli e con tutto quello che Mark aveva fatto per la sua famigliola, negli anni, era addirittura indecente che Ted gli si fosse girato contro.

"Hey." Marty lo chiamó.

Lui si giró a guardarla. "Tutto bene?"

"No." disse lei. "Non direi."

"Questo posto è peggio che avvilente. Usciamo di qua, ti sentirai meglio. Vuoi andare in un pub a prendere un caffè, o una cioccolata?" replicó lui.

"Ti dispiace se ci sediamo su quella panca un secondo?" propose invece Marty.

Rose TeaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora