"Aspetti. Si fermi."
Ed Warner aveva di nuovo la nausea.
L'autista di Arthur Sawyer accostò e spense la macchina in prossimità di una strada di provincia. Era mattina molto presto, non c'era nessuno nei paraggi. Sii benedetto, Iddio... pensò Sawyer, seduto sui sedili posteriori. La stampa locale ci aveva già marciato sopra abbastanza con la storia di sua figlia.
Ed saltò fuori dalla berlina nera e con una mano premuta sulla bocca camminò svelto fra le sterpaglie di quel boschetto a bordo strada. Sparì dietro a un cespuglio.
"Va' a vedere." comandò Sawyer al suo autista. L'uomo aprì la portiera e scese.
Arthur sospirò affranto e seccato. Quel ragazzo aveva preso molto male tutta la faccenda. Lo poteva capire: la visione di Elise stesa sul quel materasso con gli occhi spalancati e quei segni sulle tempie avrebbero sconvolto il più insensibile degli stronzi. Avevano sconvolto lui, la prima volta, al punto da fargli perdere il controllo in quell'ospedale. Due infermieri erano stati necessari - e una grossa dose di Valium - per riportare Sawyer alla calma.
Ed invece non aveva inveito nè perso il lume della ragione: quando avevano visitato Elise insieme, era rimasto in quella stanza grigia immobile per lunghissimi minuti, quasi inebetito dalla visione.
Quella era la seconda volta che ci andavano, e ora la stavano riportando a casa.
Sistemata su un'ambulanza privata, e in compagnia di un'infermiera reclutata personalmente da Sawyer fra decine di specialiste, la ragazza stava ritornando alla sontuosa residenza di famiglia, per tornare a occupare la sua camera da letto dopo sette anni.
L'autista tornò dal suo capo. "Sta male. Ha dato di stomaco, mi ha chiesto di attendere qualche minuto."
"Tanto l'ambulanza sarà già arrivata a casa nostra a quest'ora. Sistemeranno mia figlia prima che arriviamo, forse è un bene. Senza me intorno, il personale sarà più rilassato. I miei domestici sono già abbastanza tesi per questa storia." poi aprì uno sportelletto davanti a lui e prese una bottiglietta di acqua naturale. "Rivedranno Elise, e sarà molto diversa da come se la ricordano."
Un movimento sul ciglio della strada catturò la sua attenzione.
Ed stava camminando lentamente verso la macchina. Aprì la portiera e si sedette vicino a Sawyer. "Scusate."
"Animo, ragazzo mio... è difficile per entrambi." gli diede una pacca sulla spalla. "Avanti bevi un po' d'acqua. Stephen, ripartiamo per favore."
Mentre la macchina si rimetteva sulla strada principale, Sawyer guardò attentamente il suo giocatore. Ed era davvero sbattuto in volto, come se fosse passato attraverso una terribile carestia.
"Ti avevo suggerito di non andare da Elise. Te l'avevo detto che non era una buona idea, ma tu hai voluto fare di testa tua." gli disse Sawyer. "Lo sai che quel giornalista stava seguendo te, quando ha scoperto tutto? Ti stava pedinando..."
Ed lo guardò. "Lei lo sapeva? Sapeva che era in queste condizioni...che le facevano quelle cose...??"
"Non sapevo un accidente. Il primario è un ottimo professionista e quell'istituto è all'avanguardia nella medicina psichiatrica. Mi avevano solo fatto firmare dei documenti per sollevare l'ospedale da responsabilità, ma è una prassi comune. Non potevo immaginare..." rispose Arthur. "Ho chiesto spiegazioni. Mi hanno detto che l'elettro shock si usa ancora, con un voltaggio basso, per contrastare episodi di schizofrenia e depressione grave. Hanno detto che è un metodo che può dare importanti risultati." poi si passò la mano sul volto, per togliere la patina di sudore da sotto agli occhi. "Insomma, come potevo non fidarmi di un medico e del suo intero staff? Una struttura privata per di più."
"Sette anni....sette anni chiusa là dentro a subìre quella cosa orrenda....e nessuno lo sapeva, non riusciva neanche a parlare...come avete potuto, anche sua moglie che andava a trovarla...come avete potuto??" replicò Ed, incredulo e arrabbiato.
"Non ne sapevamo niente, nè io nè Catherine... credi che sia un padre snaturato?? Credi che avrei lasciato mia figlia lì dentro?"replicò Arthur.
"Credo che sia un pessimo padre." fu la risposta gelida di Ed. "Questo credo. E' stata la mia visita furtiva all'ospedale a fare venire fuori tutto. Se io non ci fossi andato, se avessi seguito il suo consiglio di non avvicinarmi mai a quel posto... lei sarebbe rimasta lì. E mi viene a dire che non è colpa sua. Non so proprio di chi è allora!"
"Ed, vedi di non esagerare. Non dico che le tue azioni siano state sbagliate, ma ti ricordo che a causa di questa situazione la mia famiglia è finita su tutti i maledetti quotidiani della prefettura di Yokohama. E sono riuscito con i miei soldi ad evitare che diventasse una notizia nazionale. Ho pagato i principali editori per il loro silenzio, meglio che tu lo sappia. Non aggiungere stress a questo casino." disse l'uomo. "Ne hanno parlato a Tokyo, ma ho limitato i danni..."
"Già...lei si preoccupa solo della cattiva pubblicità, di non venire sbattuto suo giornali, vero? E di sua figlia, che mi dice?? Si preoccupa per lei, le dispiace? Non ha visto che faccia ha...non ha guardato quegli occhi?!! Le hanno fritto il cervello!" esclamò Ed. Si portò una mano alla fronte.
"Ti senti responsabile, eh? Lo sai che sotto sotto mia figlia è impazzita anche a causa tua? Forse aveva già dei problemi suoi, ma tu ... tu ci hai messo del tuo! Meglio che inizi a riflettere su questo fatto, ragazzo. Ti consiglio di rifletterci molto bene."
"Sì e può darsi che io mi senta in colpa. Mi sono sentito molto in colpa in questi giorni. Avevo come un presentimento, a Barcellona. Mi era venuta in mente Elise, improvvisamente. Non capivo perché, ma pensavo a lei dopo anni in cui credevo di aver archiviato la cosa. Forse il mio istinto mi ha suggerito di andare in quell'ospedale. Forse è stato il mio inconscio a cercarla." rispose Ed, bevendo un sorso d'acqua da un'altra bottiglietta. "Ma dovevo andarci prima."
"Adesso starà a casa con me. Mai più istituti nè dottori. Ho assunto un'infermiera che starà con lei di giorno e un'altra per la notte, per controllare che non si faccia del male. Forse tornando in famiglia può pian piano riprendere a parlare. Quando la portai in quel posto, sette anni fa, non faceva che delirare. Parlava di te, del vostro amore, del Signore che vi aveva fatti incontrare, di quella tua amica... la detestava. Non volevo altro che la curassero, che le rimettessero in sesto la mente. Almeno che la riportassero a interessarsi di altre cose...della sua vita. Ma non migliorava mai, era sempre immersa nelle sue idee ossessive ogni volta che la vedevo. E così gli anni passavano. Vidi un cambiamento tre anni fa...era silenzosa, come assente. E' stato l'anno in cui è iniziato il trattamento speciale. Ma non me ne resi conto. La misi in mano ai medici e vidi solo che non si tormentava più. Mi bastava quello. Non mi venne in mente di approfondire." spiegò Sawyer. "Questa sera cena da noi, Ed. Sta' un po' con lei, ti prego. Forse la tua vicinanza potrà avere qualche effetto."
"Non mi guarda neanche. Ha gli occhi aperti e non mi vede. Che diavolo posso fare io?" obiettò lui.
"Forse riesci a smuoverla. Sai, come quelle persone in coma che quando sentono una voce cara si risvegliano? Che ne dici, vuoi provare?" lo implorò di nuovo l'altro. "E' un padre distrutto che te lo chiede. Aiutala, Ed. Aiutaci, adesso che è fuori."
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Rose Tea
FanfictionDue giovani ex innamorati si ritrovano sette anni dopo la fine del loro rapporto in una città lontana. Tempo di confidenze, condivisione di vecchi ricordi e confessioni amare. Cosa resta da chiarire e da scoprire? Atto conclusivo della storia fra E...
