The twist 42.2

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Asher POV

È passata una settimana. Settimana che non so nemmeno descrivere. Il tempo si è sfilacciato tra giorni troppo lunghi e notti troppo corte. Il gruppo ha smesso di fingere di stare bene: ci sono stati litigi, silenzi, risate nervose, qualche notte di troppo passata a bere più del dovuto e a fare finta che vada tutto bene.

Siamo di nuovo lì, nella solita sala d'attesa dell'ospedale. Stessa sedia, stesso odore di disinfettante nell'aria, ma questa volta nessuno parla. Nate scrolla nervosamente il piede, Joshua gioca con una moneta tra le dita, Madison guarda il telefono come se aspettasse un messaggio che non arriverà mai. Maya è seduta a gambe incrociate sul divanetto, occhi persi nel vuoto.

Io resto in piedi, appoggiato alla parete, le mani in tasca.

Jace entra nella stanza con due caffè in mano. Ne allunga uno a Madison, l'altro a me. Lo prendo, senza dirgli niente.

"È una merda," dice dopo il primo sorso.

"È caffè da ospedale," gli rispondo. "Che ti aspettavi?"

Lui fa una mezza smorfia e si lascia cadere su una sedia.

Per qualche minuto, solo il ronzio della macchinetta automatica riempie il silenzio.

Poi, Nate rompe il ghiaccio. "Ce ne andiamo da qualche parte stasera?"

Joshua lo guarda storto. "Dove cazzo vuoi andare?"

"Non lo so... ovunque. Basta che non sia qui."

Maya fa una risata stanca. "Come se ci fosse ancora un posto dove ci sentiamo a casa."

E ha ragione. Perché da quando tutto questo è iniziato, da quando le certezze hanno iniziato a sgretolarsi una a una, nessuno di noi ha più trovato davvero un posto sicuro.

"Ragazzi..." dice Jace, e tutti alziamo lo sguardo verso di lui.

"Non sarà sempre così, okay?" aggiunge, abbassando la voce. "Giuro che non sarà sempre così."

"Non puoi saperlo," mormora Madison, ma nessuno la contraddice.

Perché è vero.

Perché per quanto ci ripetiamo che prima o poi passerà, che torneremo quelli di prima... dentro di noi lo sappiamo che non succederà.
Eppure siamo ancora qui.
Distrutti, stanchi, arrabbiati.
Ma insieme.

"Non voglio stare chiuso qui stanotte," dice Joshua dopo qualche secondo di silenzio. Ha la voce bassa, ma ferma. "Non dico di andare a far casino... solo... da qualche parte."

Maya annuisce piano. "Andiamo a casa di qualcuno. Guardiamo un film di merda, ordiniamo schifezze. Qualcosa di semplice."

"Da me no," dice Madison. "Mia madre ha cominciato a rompere di nuovo."

"I miei sono via," Nate si offre. "Possiamo andare da me."

"Non voglio che tua madre poi scleri." dice Joshua

"Non le importa," risponde lui, amaro. "Anzi, se non torno a casa fa pure prima a dimenticarsi che esisto."

Madison gli dà una leggera spinta con la spalla. "Allora da te."

Ci mettiamo d'accordo così, senza entusiasmo, senza sorrisi veri. Solo la voglia di respirare da un'altra parte, anche solo per qualche ora.

"Pizza?" propone Joshua.

"Pizza," confermiamo tutti in coro.

E per un secondo, è quasi normale. Aspetto che gli altri si avviano, li guardo mentre si infilano nell'ascensore, poi torno indietro. Passo lungo il corridoio che ormai conosco a memoria, contandone ogni passo.

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