Now everything makes sense 43.2

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Jelena POV

La luce del mattino filtra dolcemente attraverso le persiane, accarezzando il mio viso e riportandomi alla realtà. Non sono più nel buio, e il silenzio che mi circonda non è più opprimente. Mi sento strana, quasi disorientata, come se ogni suono, ogni movimento fosse nuovo.

Mi guardo intorno. La stanza dell'ospedale è familiare, ma allo stesso tempo lontana. C'è una calma surreale qui dentro. Eppure, il vuoto che sento dentro di me è tutt'altro che calmo.

Cerco di concentrarmi sulla colazione che mi è stata portata. La tazza di tè è calda tra le mani, ma la mia mente è altrove. I ricordi della notte precedente, della paura che mi ha avvolto, sono ancora freschi, e l'unica cosa che riesco a desiderare ora è la normalità.

Il medico entra nella stanza, con il suo passo sempre professionale, ma c'è un'espressione meno distante nel suo viso. Si ferma accanto al letto, osservandomi con attenzione, come se volesse verificare che io sia davvero qui, davvero sveglia. Ma è la domanda che sento sorgere dentro di me a farmi parlare.

«Posso vedere i miei amici?» La mia voce è più debole di quanto avessi sperato, ma le parole sono già uscite. «I miei fratelli... Voglio vederli.»

Il medico mi guarda per un attimo, il suo volto che esprime una comprensione che, in qualche modo, mi conforta. Poi annuisce con calma, come se si aspettasse quella richiesta.

«Possono venire, ma devo ancora monitorare alcuni parametri.» Il tono è rassicurante, ma sa che non posso aspettare a lungo.

Un respiro di sollievo mi sfiora, ma è accompagnato da un nuovo nodo in gola. Quanti giorni sono passati? Quanto è durata questa solitudine, questa distanza da loro? Non mi era mai sembrata così pesante.

L'idea di vederli, di abbracciarli, mi fa battere il cuore più forte. Non sono più sola. Non lo sarò più. Mi sforzo di sorridere, anche se so che il mio corpo è stanco e il mio cuore è ancora fragile.

Mentre il medico si allontana per dare le indicazioni, non riesco a non sentire quella sensazione di speranza che cresce. È strano, lo so. Ma sono pronta. Pronta a rivederli. A sentire le loro voci, a vedere i loro volti. I miei fratelli.

La porta si apre piano, e quando li vedo entrare insieme — Jace, Maya, Nate, Joshua, Madison — il cuore mi batte così forte che mi si mozza il respiro.

Per un secondo restano tutti fermi lì, a guardarmi. Occhi lucidi, visi tesi, come se non sapessero se potevano davvero avvicinarsi. Come se avessero paura che fossi ancora di vetro.

«Oh cazzo, Gigi...» sussurra Maya, e poi basta. Mi viene addosso di corsa, si butta sul letto e mi stringe così forte che quasi mi toglie il fiato. Ma non mi importa. Le affondo il viso nel collo e scoppio a piangere.

Nate arriva dall'altro lato e mi passa una mano fra i capelli, poi si china e mi bacia la fronte. «Ci hai fatto uno scherzo di merda, Gigi.»

Joshua si siede ai piedi del letto e mi stringe una caviglia tra le mani, come faceva quando eravamo ragazzini e voleva farmi ridere. Ha le lacrime agli occhi. «Ti giuro, non sapevo più a chi rompere le palle senza di te.»

Madison si avvicina in silenzio, ma quando le nostre mani si toccano, capisco tutto. Capisco il vuoto che le ho lasciato. «Non farlo mai più, G.» Mi sorride attraverso le lacrime, e il suo abbraccio è stretto, sincero, di quelli che curano.

Ridiamo e piangiamo tutti insieme. Uno sopra l'altro. Le loro voci che si mischiano, le mani che mi accarezzano i capelli, che mi stringono le dita, che mi tolgono la paura di essere rimasta sola.

«Vi amo,» riesco a dire, con la voce rotta.

«Lo sappiamo.» risponde Jace, sorridendo davvero per la prima volta.

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