19- Obsession

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Il viaggio in metropolitana fu una decompressione violenta, come emergere troppo in fretta dalle profondità marine. Passare dalla luce dorata e morbida del tramonto universitario al ventre di cemento armato, piastrelle sporche e luci al neon della stazione di Hongik fu come essere strappati da un sogno a schiaffi.

Mi lasciai trascinare dalla fiumana di gente dell'ora di punta, un corpo tra i corpi, spintonata verso il vagone della Linea 2. Trovai un angolino precario vicino alle porte scorrevoli, schiacciata tra una signora anziana con le buste della spesa che mi premevano contro le gambe e uno studente con le cuffie che muoveva la testa a ritmo di una musica che solo lui poteva sentire. L'aria nel vagone era pesante. Sapeva di metallo riscaldato dall'attrito, di umidità sotterranea, di kimchi stantio e di deodoranti a buon mercato che stavano perdendo la loro battaglia contro la giornata lavorativa.

Chiusi gli occhi per un secondo, isolandomi dal caos, e inspirai piano dal naso, affondando il mento nel colletto della mia felpa. C'era ancora. Sotto quella patina di odori urbani, riuscivo a sentire il profumo di Seung Joon. Era rimasto impigliato nel tessuto dei miei vestiti, nei miei capelli sciolti che lui aveva accarezzato. Un profumo dolce, inconfondibilmente domestico, di biscotti alla vaniglia appena sfornati, di zucchero a velo e di ammorbidente al cotone. Non era un profumo costoso o complesso. Era un odore che sapeva di domeniche pigre, di colazioni a letto, di mani che non fanno male. Di cose semplici. Mi strinsi nelle spalle, cercando di trattenere quella fragranza come se fosse un'armatura invisibile, uno scudo fragile contro il mondo di plastica verso cui stavo correndo.

«Prossima fermata: Hapjeong.»

Riaprii gli occhi al suono metallico dell'annuncio. Il mio sguardo, privo di un punto fisso, vagò verso l'alto e cadde involontariamente sugli schermi LCD appesi al soffitto del vagone, che trasmettevano notizie e pubblicità a ciclo continuo sopra le teste dei pendolari stanchi. Una pubblicità di integratori finì. Lo schermo divenne nero per un istante, riflettendo le luci del tunnel che scorrevano veloci. Poi, un basso profondo vibrò, percepibile persino attraverso gli altoparlanti gracchianti del treno. Un logo argentato apparve, tagliando il nero con un'eleganza aggressiva: BLAZE.

Il mio respiro si bloccò in gola. Era lo spot del nuovo profumo di lusso di cui erano testimonial globali. Sullo schermo, in una risoluzione altissima che rendeva ogni poro della pelle irreale e levigato, apparve lui. Min Ho.

Non era il Min Ho che mi aveva urlato contro con gli occhi rossi di rabbia, né quello che mi aveva cantato una canzone con la voce rotta dalla vulnerabilità. Era l'Idol. Il Re. L'entità superiore. L'inquadratura era un primo piano stretto, in un bianco e nero artistico e contrastato. Indossava uno smoking bianco sbottonato che lasciava intravedere la linea perfetta del collo e l'inizio dei pettorali. I capelli neri erano pettinati all'indietro in un'onda lucida e impeccabile, senza un capello fuori posto. Ma erano gli occhi a dominare tutto. Fissava la telecamera con un'intensità magnetica, glaciale, predatoria. Uno sguardo studiato per far sentire ogni singola persona che lo guardava come se fosse l'unica al mondo, e allo stesso tempo, come se non fosse degna di stargli accanto.

Era bellissimo. Di una bellezza che faceva male agli occhi. Era perfetto. Ed era, inequivocabilmente, irraggiungibile.

Guardai la sua immagine sovrastare i passeggeri stanchi, che scorrevano i loro feed di Instagram indifferenti. Lui era lì, un gigante di luce digitale, un dio intoccabile che vendeva sogni in boccetta. E io ero qui, una ragazza con le scarpe sporche di polvere, schiacciata contro il vetro unto della metro, con l'odore di biscotti di un altro uomo addosso e il cuore che batteva per una colpa che non avrei dovuto sentire.

Il contrasto mi diede la vertigine. Seung Joon era la mano calda che potevo stringere, la risata che potevo sentire. Min Ho era l'immagine sullo schermo, il pixel freddo che non potevo nemmeno toccare senza lasciare un'impronta. A chi sto provando a mentire? pensai, mentre lo spot finiva e il volto di Min Ho svaniva nel nero. Lui appartiene a quel mondo. Io appartengo a questo vagone.

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