32- Scacco Matto al Leader

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Il clic metallico della serratura che scattava alle mie spalle risuonò nel corridoio buio come un verdetto definitivo. Restai ferma, con la schiena appoggiata alla porta di legno del mio appartamento, lasciando che le borse scivolassero a terra con un tonfo sordo.

Il silenzio mi investì con una violenza inaspettata. Era un silenzio denso, polveroso, che rendeva il ronzio del frigorifero in cucina simile a un trapano. Per ore le mie orecchie erano state sature: le urla forsennate delle fan fuori dagli studi, il gracchiare delle radioline dei tecnici, la voce impostata di Kim Sang-hyun e le risate registrate. Lo studio era un'esplosione di oro e luce accecante; casa mia era solo un rettangolo di ombre.

Iniziai a sfilarmi le scarpe con gesti lenti, quasi meccanici. Sentivo le gambe pesanti, come se l'adrenalina che mi aveva tenuta in piedi per tutto il giorno fosse stata l'unica cosa a impedirmi di crollare. Ora che la missione era compiuta, ora che l'intervista era andata bene e la paura di essere licenziata si era temporaneamente dissolta, la corazza che mi ero costruita si sbriciolò all'istante.

Senza più l'urgenza dell'emergenza a tenermi occupata, rimase solo il vuoto. E in quel vuoto, il pensiero di Min Ho tornò a colpirmi con la precisione di una lama.

«Non ricordo nulla di sabato notte.»

Quelle parole, pronunciate prima di entrare in ascensore con una freddezza così autentica, continuavano a rimbombare nella mia testa. Mi faceva male il petto al solo pensiero. Lui non stava mentendo per proteggersi come durante l'intervista; sembrava davvero convinto che tra noi non fosse successo nulla. Per lui, quella notte ad Hannam-dong era solo un buco nero causato dal whiskey e dalla stanchezza. Il bacio, le sue lacrime contro la mia spalla, il modo in cui mi aveva stretta come se fossi la sua unica ancora... tutto era stato cancellato dalla sua mente.

Mi portai le mani al viso, premendo i palmi contro gli occhi stanchi. Mi sentivo una stupida. Mi ero illusa che quel momento avesse creato un legame, che avessimo condiviso un segreto profondo, e invece ero l'unica a portarne il peso. Ero stata il suo rifugio durante la tempesta, ma per lui quel rifugio non era mai esistito. Ero invisibile. Ero stata solo un'ombra che lo aveva accudito mentre lui affogava, e ora che era tornato a galla, non sapeva nemmeno chi lo avesse salvato.

Era la solitudine di chi custodisce una verità che non ha più un destinatario. Avevo lavorato duramente per salvare la carriera di un uomo che, guardandomi, non vedeva assolutamente nulla.

Mi trascinai in salotto, cercando di darmi un contegno e ricacciando indietro il groppo che mi stringeva la gola. La luce bluastra della TV illuminava la stanza, proiettando ombre danzanti sulle pareti. Soo Jin era letteralmente affondata tra i cuscini del divano, con una confezione di snack aperta sulle ginocchia e gli occhi incollati allo schermo.

«Emily! Sei tornata!» esclamò senza distogliere lo sguardo dal monitor. «Vieni qui, siediti! Ho registrato l'intervista di stasera. Sono stati... incredibili. Non potevo perderla per nulla al mondo.»

Avrei voluto solo chiudermi in camera mia e piangere finché non mi fosse passata l'immagine di Min Ho dagli occhi, ma non potevo insospettirla. Mi sedetti accanto a lei, sforzandomi di sorridere mentre le immagini di The Golden Night scorrevano sullo schermo. Rivedere quei sorrisi studiati e quegli inchini perfetti, sapendo cosa c'era dietro, mi faceva quasi girare la testa.

«Guardalo, Emily,» disse Soo Jin, indicando Hwan che in quel momento stava ridendo di gusto a una battuta del presentatore. «Dimmi la verità, tu che ci lavori insieme... ma è davvero così perfetto come sembra? È davvero quel raggio di sole senza macchia che vediamo noi fan?»

In quell'istante, la mia mente tornò alle parole che Min Ho mi aveva sussurrato in segreto. Pensai alla verità su Hwan: un ragazzo così terrorizzato dall'idea di non essere più amato, una volta spenti i riflettori, da cercare rifugio in una scia infinita di notti senza nome e donne diverse. Sapevo che quel sorriso smagliante serviva a coprire una voragine di insicurezza, il timore cronico che nessuno avrebbe mai amato la persona reale dietro l'idol perfetto.

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