6- Un patto con il diavolo

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Erano passati due giorni da quando quella maledetta foto era comparsa online, ma il campus della Hongik University sembrava ancora sotto incantesimo. O forse ero io a sentirmi come se camminassi in una bolla di vetro che distorceva tutto. Ogni angolo mormorava. Ogni sguardo pesava una tonnellata. Quando entravo in un corridoio, le conversazioni si abbassavano di colpo, trasformandosi in bisbigli che mi graffiavano la pelle. Razionalmente sapevo che non stavano parlando di me, per loro ero solo Emily, la ragazza straniera invisibile che stava sempre in fondo all'aula, ma la paranoia era una lente che deformava la realtà. Mi sentivo come se avessi un bersaglio rosso dipinto sulla schiena.

Mentre aspettavo di entrare in aula, due ragazze davanti a me stavano scorrendo il feed di Twitter. «Dicono che Min Ho stia frequentando una ragazza misteriosa,» sussurrò una, con tono cospiratorio.

«Magari è una stagista. O una sasaeng che l'ha seguito,» rispose l'altra, sprezzante.

«Hai visto i capelli? Sembrano sporchi.»

«Potrebbe essere chiunque. I fan stanno analizzando l'altezza di ogni donna a Seoul.»

Mi strinsi nelle spalle, abbassando la testa finché il mento non toccò il petto. Sono solo ipotesi, pettegolezzi in libertà. Eppure ogni parola mi colpiva come uno schiaffo fisico. Nessuno sapeva che la ragazza accanto a Min Ho, quella "ombra misteriosa" dai capelli sporchi, era seduta a pochi metri da loro, a trattenere il respiro.

Nel laboratorio di design, il silenzio era ancora più rumoroso del chiacchiericcio. Tutti erano piegati sui loro sketch, concentrati sui propri sogni di gloria. Io fissavo il mio foglio bianco come se potesse mordermi. La mano non ne voleva sapere di muoversi. L'ombra del Professor Kang cadde sul mio tavolo. Osservò il mio bozzetto, tre linee incerte che non formavano nulla, con la sua solita calma chirurgica.

«Questo... non dice niente, signorina Wang.» La frase cadde come una ghigliottina tra noi. Provai a spiegare il concetto, a inventarmi qualcosa sul minimalismo, ma lui alzò una mano, fermandomi. «Il design è comunicazione. Qui non c'è messaggio. È corretto, ma dimenticabile. E lei può fare meglio di così.»

Dimenticabile.

Una parola peggiore di qualunque insulto. In quel momento, avrei voluto urlargli che non dormivo da quarantotto ore, che la mia testa era un groviglio di ansia e che ogni corridoio era diventato una trincea. Che ero tutt'altro che dimenticabile per mezza Corea del Sud. Ma non dissi nulla. Feci solo un cenno rigido col capo. «Riparta da ciò che la spaventa,» aggiunse lui, prima di allontanarsi verso il tavolo successivo. «Lì c'è sempre qualcosa di vero.»

Uscendo dall'aula, tirai un lungo respiro, l'aria fredda che mi riempiva i polmoni senza darmi sollievo. Il sole stava scendendo dietro i palazzi del campus, dorando tutto con una luce calda e bugiarda che faceva sembrare Seoul una città accogliente. Poi, il telefono vibrò nella tasca dei jeans. Un brivido gelido mi salì lungo la schiena ancor prima di vedere lo schermo.

NUMERO SCONOSCIUTO.

Esitai qualche secondo, il pollice sospeso. Poteva essere un call center. Poteva essere un errore. Ma il mio istinto gridava di scappare. Risposi.

«Pronto?»

«Parlo con Emily Wang?» La voce era cortese, ma impersonale. Precisa come un bisturi e fredda come il marmo.

«Sì, sono io.»

«Buon pomeriggio. La chiamo dall'ufficio del signor Choi Sang Ho, manager della Starlight Entertainment.» Il cuore mi perse un battito, poi riprese a galoppare furiosamente. La Starlight. Min Ho.

«Le chiediamo di recarsi oggi alle 16:00 presso la nostra sede per discutere una questione urgente che la riguarda.»

Mi appoggiai al muro di mattoni dell'edificio, sentendo le gambe cedere. «Posso sapere di che si tratta?» chiesi, la gola secca come carta vetrata.

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