Le settimane successive al ritorno da Fukuoka trascorsero in una bolla di sospensione dorata, dove il ritmo frenetico del tour era stato sostituito dal battito regolare e rassicurante della mia vecchia vita. Seoul non mi sembrava più quella giungla di vetro e cemento pronta a inghiottirmi, ma uno scenario complice, un labirinto di vicoli e caffè dove potevo finalmente mimetizzarmi.
Il campus universitario era diventato il mio santuario: amavo perdermi tra i corridoi silenziosi della biblioteca, dove l'odore acre della carta vecchia e quello del caffè dei distributori creavano un'atmosfera di pace assoluta. Seduta a quei tavoli di legno graffiato, immersa nei miei libri, mi sentivo una ragazza qualunque che lottava con le scadenze e i seminari. Mi sentivo una studentessa modello che, per un capriccio del destino, di notte varcava le soglie di una realtà ultraterrena.
Tra me e Min Ho le cose non erano mai andate meglio. Quel "Ti amo" scambiato sotto il cielo gelido di Fukuoka aveva agito come un esorcismo, spazzando via le ombre e le insicurezze che ci avevano logorato per mesi. Vivevamo in un limbo segreto, uno spazio di mezzo dove le regole del mercato coreano non sembravano avere giurisdizione.
Il paradosso era che la nostra vicinanza era stata cementata proprio dal cinismo di Choi. Il Manager era stato irremovibile: prima del prossimo comeback, il volto di Min Ho doveva tornare a essere una tela impeccabile, priva di ogni segno di stanchezza o umanità. Lo aveva costretto a sottoporsi a una serie di interventi mirati, filler per cancellare micro-rughe quasi invisibili attorno agli occhi, una correzione millimetrica al setto nasale e trattamenti dermatologici quotidiani che gli lasciavano la pelle lucida e ipersensibile.
Poiché la Starlight doveva proteggere a ogni costo il mito della sua "bellezza naturale", a Min Ho era stato ordinato di sparire dalla circolazione finché ogni minimo gonfiore non fosse svanito. Per i paparazzi era in "pausa creativa"; per me, era il regalo più grande che Choi potesse farmi senza volerlo. Quella clausola estetica lo obbligava a restare prigioniero della sua villa, permettendoci di consumare colazioni a mezzogiorno e cene al buio di candela nella sua cucina con una spensieratezza che sapeva di vittoria.
In quei momenti di quiete, perfino il pensiero di mia madre, rimasta a Chicago del tutto ignara del pericolo che stavo correndo, era scivolato sullo sfondo come un rumore bianco. Mi sentivo quasi in colpa durante le nostre videochiamate domenicali: lei mi sorrideva dallo schermo, chiedendomi dei miei voti e se mangiassi abbastanza verdure, totalmente inconsapevole che sua figlia stava vivendo una vita clandestina nel cuore dell'industria più spietata dell'Asia. Per lei ero ancora la "brava ragazza" che cercava un futuro accademico; non poteva nemmeno immaginare che il mio cuore batteva a tempo con quello di un uomo il cui volto appariva sui cartelloni pubblicitari di Seoul. L'immagine di Choi che mi porgeva il biglietto della clinica era diventata un ricordo sbiadito, un fastidio lontano che sceglievo deliberatamente di ignorare per non rovinare la melodia.
In quei giorni mi sentivo letteralmente intoccabile. Camminavo per le strade di Gangnam con la testa alta, guardando i cartelloni pubblicitari che ritraevano il volto perfetto di Min Ho e sorridendo tra me e me, custode dell'unico segreto che contasse davvero. Credevo che avessimo trovato il modo di piegare il sistema ai nostri desideri, che il nostro amore fosse un codice criptato che nessuno, nemmeno la spietata macchina della Starlight, sarebbe mai riuscito a decifrare. Era un'illusione di onnipotenza, la dolce e pericolosa certezza che il mondo potesse continuare a girare senza mai accorgersi di noi, lasciandoci liberi di amarci nel cuore di una tempesta che credevamo di aver finalmente domato.
***
La serata a casa di Min Ho profumava di libertà e spezie coreane, un connubio che in quei mesi avevo imparato ad associare alla vera felicità. L'immenso salone, solitamente una vetrina di design ordinata e fredda come un museo, era stato letteralmente invaso dalla vita. Pile di scatole di pizza si alternavano a bottiglie di soju che riflettevano la luce calda dei lampadari, mentre l'odore pungente del kimchi e quello dolce delle salse glassate riempivano ogni angolo della stanza.
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Blazing Hearts
FanfictionIn una Seoul, dove i sogni brillano ma i segreti oscurano la realtà, Emily Wang è una studentessa di design che cerca di costruirsi un futuro luminoso nella capitale. Emily ha sempre cercato di proteggersi dalla luce del mondo, ma tutto cambia quand...
