Non appena varcammo la soglia dell'ufficio di Choi, il silenzio della stanza venne stuprato da un rumore che mi avrebbe perseguitato nei sogni per anni: il ronzio. Sul tavolo di mogano, tre telefoni diversi continuavano a vibrare freneticamente, spostandosi millimetro dopo millimetro sulla superficie lucida come insetti impazziti. Erano le notifiche di Naver, i messaggi di Dispatch, le chiamate degli azionisti. Era il suono di un impero che veniva divorato vivo dai piranha digitali.
L'aria non era solo irrespirabile per il fumo; era densa, satura di un'elettricità statica che mi faceva rizzare i peli sulle braccia. Choi era immobile, le dita intrecciate sotto il mento, avvolto in una penombra che lo rendeva ancora più inquietante.
Ma il vero orrore era al centro della stanza.
Sulla scrivania, la foto di Soyeon era stata stampata in un formato così grande che riuscivo a vedere il riflesso del flash nelle mie stesse pupille terrorizzate. In quello scatto, la mia mano cercava quella di Min Ho con una fiducia che ora mi appariva come un suicidio assistito. Eravamo lì, giganti di carta pronti a essere bruciati. Guardare quell'immagine in quel contesto era come fissare la foto della propria autopsia mentre si è ancora coscienti.
Quando Choi finalmente sollevò lo sguardo, le sue pupille erano ridotte a due spilli neri, carichi di una furia così pura da risultare gelida.
«Da quanto tempo mi state prendendo per il culo sotto il mio stesso tetto?»
La domanda rimase sospesa nell'aria, carica di una violenza repressa che faceva tremare i vetri.
«Avevo intuito che c'era qualcosa, ma non pensavo fino a questo punto.»
Sbatté il palmo della mano sulla scrivania, facendo saltare i telefoni.
«Cosa ti è saltato in mente, Min Ho? Ti ho costruito io dal nulla. Ogni centimetro della tua faccia, ogni passo che fai sul palco, ogni centesimo che hai in banca... è roba mia. E tu hai deciso di buttare tutto nel cesso per questa straniera?»
Si voltò verso di me.
«E tu. Ti ho assunta per portargli il caffè e pulire i suoi casini, non per infilarti nel suo letto. Sei solo una parassita che è venuta qui a sporcare quello che non le appartiene. Credi di essere speciale? Sei solo spazzatura occidentale che si è attaccata al pezzo di carne più costoso della Corea per sentirsi qualcuno.»
Tornò a fissare Min Ho, ignorando il suo tremito di rabbia.
«Ogni tour, ogni maledetto secondo in cui avresti dovuto lavorare, eri impegnato a scoparti questa qui? Hai trascinato il nome dei Blaze nel fango per una ragazzina che non vale nemmeno un decimo di quello che abbiamo perso in borsa negli ultimi dieci minuti. Mi fai schifo, Min Ho. Hai preferito una qualunque rispetto all'onore del tuo paese e alla carriera dei tuoi compagni.»
Mentre le parole di Choi mi frustavano la faccia, sentii qualcosa spezzarsi dentro di me. Non era paura, era la fine della speranza. Ormai era fatta. Il mio volto era su ogni tabloid, il mio profilo Instagram era stato. Ero finita. E proprio in quel vuoto, tra le macerie della mia vita a Seoul, trovai una rabbia lucida, gelida. Se dovevo cadere, lo avrei trascinato con me nell'inferno della verità.
Feci un passo avanti, invadendo il suo spazio vitale, ignorando il modo in cui le sue pupille si contraevano per l'odio.
«Lei è un fallito. Ha costruito un impero sul sangue e sulla fame di questi ragazzi. Li costringe a diete disumane, a digiunare per giorni solo perché una telecamera non deve inquadrare un grammo di grasso. Li fa lavorare diciotto ore al giorno, trascinandoli da un palco all'altro finché non svengono dietro le quinte, per poi riempirli di flebo e rimandarli fuori a sorridere.»
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Blazing Hearts
FanfictionIn una Seoul, dove i sogni brillano ma i segreti oscurano la realtà, Emily Wang è una studentessa di design che cerca di costruirsi un futuro luminoso nella capitale. Emily ha sempre cercato di proteggersi dalla luce del mondo, ma tutto cambia quand...
