17- Un fazzoletto per il panda triste

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Il tempo smise di scorrere in modo lineare. Le tre settimane che seguirono non furono fatte di ore o minuti, ma di una sostanza grigia e viscosa che mi si incollava addosso, rallentando ogni movimento.

Da quel momento, da quando avevo alzato il muro dicendogli che per me era solo lavoro, Min Ho si era adeguato con una velocità terrificante. Aveva spento la luce dietro i suoi occhi. Se mi incrociava nei corridoi della Starlight, il suo sguardo non mi evitava: mi attraversava, come se fossi un pezzo di arredamento trasparente. Mi dava ordini con frasi monosillabiche: «Caffè», «Auto», «Cancella», con un tono piatto, metallico, privo di qualsiasi inflessione umana. Era tornato a essere il padrone viziato, e io la sua ombra muta. Mi ripetevo che era meglio così. Mi ripetevo che era quello che volevo: professionalità, distacco, sicurezza. Ma ogni volta che la sua voce fredda mi colpiva, sentivo un fastidio bruciante allo stomaco, come se avessi ingoiato un pezzo di vetro.

Ma la cosa peggiore non era il gelo del giorno. Era lo squallore dell'alba.

Ogni mattina, quando arrivavo alla villa alle sei in punto per svegliarlo, la casa mi accoglieva con lo stesso odore stantio. Era un mix dolciastro e nauseante di whisky evaporato, fumo di sigaretta freddo e sudore raffermo. Trovavo le tracce della sua sistematica autodistruzione sparse per il salotto come un campo di battaglia silenzioso. Bottiglie di Hibiki da mille dollari vuote, rovesciate sul bancone di marmo della cucina come soldati caduti. Bicchieri di cristallo con il fondo incrostato di liquido ambrato abbandonati sul tappeto persiano, o in bilico sui braccioli dei divani di velluto scuro che ormai avevano assorbito quell'odore acre come una seconda pelle.

Mentre raccoglievo i cocci, sentivo il vetro freddo sotto le dita e pensavo che fosse patetico. Pensavo che fosse la prova definitiva che avevo ragione: era instabile, viziato, incapace di gestire la realtà senza anestetizzarsi. Ecco il vero Min Ho, mi ripetevo con rabbia mentre gettavo le bottiglie nel riciclo, facendo un rumore assordante nel silenzio della cucina. Quello della chitarra, quello che cantava la sua anima, era solo una recita. Questo relitto è la verità.

Ma il vero orrore arrivava dopo. Quattro volte, in tre settimane. Quattro mattine in cui mi ero ritrovata a dover bussare alla porta della sua camera padronale, con la mano che esitava sulla maniglia fredda e la bile che mi risaliva in gola. La stanza non era mai vuota. L'aria lì dentro era soffocante, calda, satura di profumi femminili costosi: tuberosa, vaniglia, gelsomino, che coprivano l'odore naturale di lui. E poi uscivano loro. Ragazze diverse. Sempre bellissime, modelle dalle gambe chilometriche o influencer dai visi perfetti, che emergevano dalla penombra della stanza aggiustandosi i vestiti stropicciati, con i capelli arruffati e il trucco sbavato sotto gli occhi. Uscivano con l'aria smarrita e delusa di chi pensava di aver conquistato il principe delle favole e si era svegliata accanto a un estraneo di ghiaccio che non le aveva degnate nemmeno di un "buongiorno".

Il mio compito era diventato un rituale orribile nella sua semplicità burocratica: intercettarle nel corridoio, accompagnarle alla porta d'ingresso evitando i loro sguardi, chiamare un taxi prepagato e porgere loro un tablet con mano ferma, mentre dentro ribollivo di disgusto. «Per favore, firmi qui. È un accordo di non divulgazione. Tutto ciò che è successo in questa casa, resta in questa casa» .

Il rumore del pennino digitale sullo schermo era l'unico suono nell'ingresso.

Scratch, scratch.

Una firma veloce per cancellare una notte. Loro firmavano. Alcune piangendo sommessamente, altre furiose, lanciandomi occhiate di disprezzo come se fossi io la carceriera. Io le guardavo e mi sentivo superiore, e allo stesso tempo incredibilmente sporca. Mi chiedevo cosa ci trovassero in lui, in quel guscio vuoto che le usava come ansiolitici umani e le gettava via prima che il sole sorgesse.

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