40- L'economia della speranza

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Il mattino filtrò attraverso le trame sottili delle tende, portando con sé una luce lattiginosa che restituiva i contorni familiari all'appartamento di Mapo-gu. Mi svegliai lentamente, con la sensazione di galleggiare in uno stato di sospensione, come se il peso del mondo non mi avesse ancora trovata.

Allungai una mano sotto le coperte, cercando istintivamente quel calore solido e rassicurante che mi aveva cullata fino a poche ore prima. Ma le lenzuola erano fredde. Riaprii gli occhi e il vuoto accanto a me sul divano, che nella notte avevamo trasformato in un letto di fortuna tra cuscini sfusi e una coperta troppo stretta, mi colpì con una fitta di malinconia immediata. Eppure, lui era ancora lì. Il suo odore era rimasto intrappolato tra le fibre del cuscino e del mio pigiama. Rimasi immobile per qualche minuto, respirando a fondo, cercando di imprimere quella fragranza nella memoria come se fosse un amuleto contro la giornata che mi aspettava.

Era un silenzio strano. Una pace che sapeva di segreto, ma anche di una fragilità estrema, come una bolla di sapone che brilla sotto il sole poco prima di svanire.

Mi sollevai a fatica, scostando i capelli disordinati dal viso, e lo vidi. Sul tavolino basso, proprio sopra lo schermo scuro della Nintendo Switch, spiccava un quadratino giallo fluorescente. Mi trascinai verso il mobile e presi il post-it tra le dita. La grafia di Min Ho era veloce, decisa, con quei tratti eleganti ma leggermente disordinati di chi ha scritto di corsa, al buio.

«Svegliarmi e doverti lasciare è stata la parte più difficile della mia carriera. Stanotte, per la prima volta dopo anni, non ho sognato di essere su un palco: ho sognato di essere a casa. Mi manchi già da morire.

Ps: Quella vittoria a Mario Kart è stata solo fortuna. Rivoglio la mia dignità (e un altro bacio).»

Un sorriso involontario mi piegò le labbra, mentre sentivo una vampata di calore irradiarsi dal petto. Rilessi quel 'Mi manchi già' finché le parole non mi si impressero sotto la pelle, come se quella confessione potesse colmare il vuoto che lui aveva lasciato nel mio soggiorno e, soprattutto, dentro di me.

Sapevo bene che quello che stavamo facendo era un gioco d'azzardo con la realtà. Fuori da quelle pareti, lui era la proprietà di un'industria spietata e io ero solo un ingranaggio invisibile della sua macchina promozionale. Ma mentre stringevo quel pezzetto di carta, capii che non mi importava più. Il pericolo, Choi, le fan, i contratti... tutto sembrava un rumore bianco in sottofondo.

Per la prima volta nella mia vita, non ero spaventata dal futuro. Ero terrorizzata, certo, ma ero anche immensamente, incredibilmente felice. Avevo scoperto che l'unico posto in cui valeva la pena vivere era proprio lì, dentro quella bolla di sapone, finché fosse durata.

***

Le giornate iniziarono a scivolare via come fotogrammi di un film accelerato, un montaggio frenetico fatto di sguardi negati e sospiri trattenuti. Per le tre settimane successive, la mia vita si sdoppiò con una precisione chirurgica. Negli uffici della Starlight, il gelo era la nostra unica difesa. Camminavo tre passi dietro di lui, lo sguardo fisso sulla punta delle mie scarpe o sullo schermo del tablet, trasformandomi in un'estensione meccanica del suo programma. Gli porgevo l'acqua o gli asciugamani senza mai sfiorargli le dita, evitando il contatto visivo come se i suoi occhi fossero punte di spillo capaci di far esplodere la nostra copertura. Lui, dal canto suo, indossava la sua maschera da Idol con una maestria spaventosa: distaccato, quasi algido, rispondeva ai miei promemoria con brevi cenni del capo che non lasciavano trasparire nulla.

Eppure, sotto quella crosta di indifferenza professionale, bruciava un linguaggio segreto. Quando sull'agenda condivisa compariva la nota "Revisione testi ore 22:00", il mio cuore faceva un balzo che faticavo a nascondere sotto la camicia d'ordinanza. Quella dicitura non aveva nulla a che fare con i testi delle canzoni; era il segnale che a fine turno non sarei tornata a Mapo-gu, ma avrei raggiunto casa sua.

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