9- Non toccarmi

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Il calendario sul mio telefono segnava l'inizio della settimana, ma per me segnava l'inizio della fine della mia vita come essere umano libero. Il telefono vibrò sul comodino alle 6:00 in punto. Nessuna sveglia melodiosa, solo un messaggio laconico dell'autista sul gruppo criptato di lavoro Team Min Ho. «Posizione: Arrivo tra 15 minuti. Target: Sveglia alle 07:00. Traffico: Scorrevole.»

Mi alzai come una molla, con lo stomaco già chiuso in un nodo stretto. Non c'era tempo per pensare, per lamentarsi o per godersi un caffè caldo guardando l'alba. Indossai la mia nuova "armatura": pantaloni neri sartoriali, camicia bianca stirata alla perfezione la sera prima, blazer scuro oversize. Legai i capelli nella coda bassa e stretta che Ji Eun aveva approvato come "professionale e invisibile", controllai di avere il pass magnetico, l'auricolare trasparente, il telefono di servizio e il thermos con l'Americano di riserva (tre cubetti di ghiaccio, non uno di più). Mi guardai allo specchio dell'ingresso. La ragazza che mi fissava non era Emily Wang, la studentessa di design che amava i colori. Era l'Assistente Personale Esecutiva. Un fantasma efficiente in scala di grigi. «Andiamo a combattere,» sussurrai al mio riflesso pallido.

L'auto nera con i vetri oscurati mi lasciò davanti al cancello della villa di Hannam-dong alle 6:45. Il quartiere era immerso nel silenzio costoso ed esclusivo di chi non ha bisogno di svegliarsi presto per prendere la metro. La villa di Min Ho non sembrava una casa; era un cubo di vetro, acciaio e cemento armato che sembrava uscito da una rivista di architettura minimalista: freddo, imponente, impenetrabile. Digitai il codice di sicurezza sul tastierino nascosto tra l'edera. 4-8-1-5. Il cancello scattò con un ronzio elettrico pesante. Il training mi rimbombò in testa: «Entra, disattiva l'allarme perimetrale entro 30 secondi digitando il secondo codice, controlla le uscite di sicurezza.» Lo feci col cuore in gola, le dita che tremavano sulla tastiera all'ingresso, aspettandomi che una squadra SWAT mi saltasse addosso se avessi sbagliato un numero.

Bip-bip. Allarme disattivato.

La prima cosa che mi colpì, entrando nell'atrio a doppia altezza, fu l'odore. Non profumava di celebrità, di fiori freschi o di soldi. Sapeva di chiuso, di aria condizionata riciclata e di una profonda, stagnante solitudine. La seconda cosa fu il caos. La "reggia" era un disastro. Sneaker di lusso in edizione limitata erano abbandonate nel corridoio come se fossero state calciate via con rabbia appena entrato. Una giacca di pelle firmata era buttata per terra, calpestata. Sul divano italiano di velluto scuro, che costava probabilmente trenta milioni di won, c'erano scatole di delivery unte impilate in equilibrio precario. Non sembrava la casa di un perfezionista ossessivo. Sembrava la tana di un adolescente in crisi che odiava il mondo.

Stavo per fare un passo verso la zona notte, cercando di non calpestare una maglietta Balenciaga, quando un'ombra nera si staccò dalla parete del salotto. Un ringhio basso, profondo, vibrò nell'aria, congelandomi il sangue nelle vene. Un Doberman enorme mi sbarrava la strada. Era una macchina da guerra: muscoli tesi sotto il pelo lucido, zampe massicce, occhi scuri e intelligenti puntati alla mia giugulare. Le sue orecchie non erano tagliate a punta come nei film, ma ricadevano morbide e naturali ai lati del muso, il che paradossalmente lo rendeva ancora più grosso e reale. Protocollo Sicurezza: Animali domestici. Ji Eun non aveva menzionato un cane da guardia mangia-uomini. Alzai le mani, lentamente, mostrando i palmi vuoti.

«Ehm... ciao? Bel... cane? Sono amica. Sono staff. Non mangiarmi, sono piena di caffeina, ti farei male.» Il cane fece un passo avanti, ringhiando più forte, mostrando una dentatura bianca e letale. Il mio cervello andò in tilt. Cosa fare? Correre? No, i predatori inseguono chi scappa. Mi inginocchiai lentamente sul pavimento freddo, abbassando lo sguardo per non sfidarlo, e tesi una mano chiusa a pugno, come avevo visto fare a Soo Jin mille volte con i cani difficili in clinica. «Sono Emily,» sussurrai, la voce che tremava. «Sono qui per lui. Non ti faccio niente.»

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