Rimasi a fissare i fanali rossi della limousine che sparivano nella notte di Seoul, inghiottiti dal traffico della circonvallazione come se non fossero mai esistiti. La rabbia che mi aveva fatto tremare le mani pochi istanti prima non era svanita. Si era solidificata. Era diventata una lastra di ghiaccio nel mio stomaco, fredda e pesante, che mi permetteva di restare in piedi nonostante l'umiliazione. Il rumore della festa continuava ovattato all'interno, indifferente. Mi strinsi nelle braccia, non per cercare conforto, ma per tenere insieme i pezzi. Se Min Ho voleva trattarmi come una dipendente senza sentimenti, allora sarei stata esattamente quello: una macchina perfetta. Aveva voluto la guerra? Bene. Avrebbe scoperto che sono un soldato molto più efficiente di lui.
«Emily?»
Mi voltai lentamente. Jae-young era rimasto sulla soglia dell'uscita di servizio, una sagoma scura ritagliata contro la luce al neon intermittente e violacea dell'insegna di sicurezza. Accanto a lui era spuntato Hwan. Il Visual del gruppo teneva in mano un calice di cristallo con dello champagne ormai caldo e sgasato, e aveva l'aria smarrita di chi ha appena visto crollare un palazzo in silenzio. «Se n'è andato, vero?» chiese Hwan, sospirando. Si passò una mano nervosa tra i capelli, rovinando l'acconciatura perfetta che aveva richiesto due ore di lavoro.
«Sì,» risposi. La mia voce suonò estranea alle mie orecchie, ferma ma svuotata di ogni timbro, come un guscio vuoto. «Con lei.» Jae-young fece un passo avanti, istintivamente protettivo, le braccia aperte.
«Non dovresti stare qui fuori da sola. Fa freddo e... beh, è stata una serata di merda.» Mi guardò con occhi dolci, pieni di una compassione che mi feriva più dell'indifferenza. «Il van è qui fuori. Ti accompagniamo a casa noi. Nessuno dovrebbe tornare a casa da solo di sera.»
Stavo per rifiutare, per dire che potevo cavarmela da sola, quando il telefono vibrò nella mia pochette di velluto. Non fu una vibrazione breve. Fu lunga, insistente, cattiva. Come un allarme antiaereo. Lo tirai fuori con dita intorpidite. Sul display, illuminato a giorno nel buio del vicolo, lampeggiava il nome di Ji Eun (Capo Staff Starlight). Lessi l'anteprima del messaggio e sentii lo stomaco chiudersi in un nodo stretto e doloroso.
«Codice Arancione. Choi mi ha detto che Min Ho non è lucido. Tu eri l'unica sobria lì con lui. Ho bisogno di te in sede. ORA. Dobbiamo ricostruire la timeline dei danni prima che i media inizino a fare domande.»
Alzai lo sguardo su Jae-young. La prospettiva di un letto caldo svanì all'istante, sostituita dalla realtà fredda del mio contratto.
«Non posso,» dissi, la voce che tremava appena. Mostrai loro lo schermo illuminato. «Ji Eun mi vuole in ufficio. Adesso.»
Hwan sgranò gli occhi, quasi facendo cadere il bicchiere. «A quest'ora? Ma sono passate le cazz... scusa, la mezzanotte. È disumano.»
«È il protocollo,» dissi, raddrizzando la schiena e cercando di assumere un'aria professionale, anche se mi sentivo un fantasma. «Choi ha avvisato Ji Eun che Min Ho non è... in sé. Dobbiamo assicurarci che non ci siano leak. Se sbaglio a riferire un dettaglio e domani esce un video che smentisce la versione ufficiale... è un disastro per lui. E per voi.»
Jae-young sospirò, frustrato, dando un calcio a un sassolino. «Odio questo posto a volte. Odio come ci trattano come macchine da riparare in corsa.» Mi mise una mano calda sulla spalla nuda. «Sei sicura? Possiamo darti un passaggio fino all'agenzia almeno.»
«No, andate. Riposatevi.» Li salutai con un cenno veloce, guardandoli rientrare nel van scuro dai vetri oscurati. Mi diressi verso la strada principale per chiamare un taxi, sola, con i tacchi che risuonavano sull'asfalto come il conto alla rovescia di una bomba inesplosa.
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Blazing Hearts
RomanceIn una Seoul, dove i sogni brillano ma i segreti oscurano la realtà, Emily Wang è una studentessa di design che cerca di costruirsi un futuro luminoso nella capitale. Emily ha sempre cercato di proteggersi dalla luce del mondo, ma tutto cambia quand...
