8- Manuale di sopravvivenza per assistenti

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Le due settimane successive non furono un periodo di formazione. Furono un addestramento militare sotto copertura, condotto in stanze prive di finestre al settimo piano della Starlight, dove l'aria condizionata era sempre impostata su "Artico" e il caffè della macchinetta sapeva di acqua sporca e disperazione. Le mie giornate non avevano più un ritmo umano: iniziavano alle sei del mattino e finivano alle dieci di sera. Quattordici ore di indottrinamento continuo. Quando tornavo a casa, mi trascinavo su per le scale del condominio usando il corrimano per tirarmi su, perché le gambe tremavano troppo per spingere. Spesso mi addormentavo vestita sul divano, con una mano ancora stretta attorno al cellulare, prima ancora che Soo Jin potesse chiedermi com'era andata. La mia testa era un alveare ronzante di codici, orari, protocolli e divieti.

Giorno 2
Eravamo sedute in una sala riunioni gelida. Il tavolo era coperto di foto segnaletiche che avrei dovuto memorizzare come se dalla mia memoria dipendesse la sicurezza nazionale. Ji Eun, la caposegreteria, camminava avanti e indietro con un righello di plastica in mano, usandolo per indicare i volti come un generale davanti a una mappa di guerra.

«Chi è questo?» chiese, sbattendo il righello sulla foto di un uomo di mezza età con gli occhiali spessi e l'aria apparentemente innocua.

«Reporter Kim, di Dispatch,» risposi meccanicamente, massaggiandomi le tempie che pulsavano. «Specializzato in scandali amorosi e appostamenti notturni.»

«Livello di minaccia?»

«Codice Rosso. Non rispondere mai alle sue domande. Non guardarlo negli occhi. Se si avvicina a meno di tre metri, chiamare la sicurezza Alpha e creare un muro visivo con il corpo o con ombrelli neri.»

«Bene. E questo?» Indicò una donna elegante che sorrideva a un gala.

«Lee Su-jin, direttrice di Vogue Korea. Amica. Livello Verde. Bisogna essere gentili, ma mai lasciarla sola con il telefono di Min Ho o con il suo tablet personale.» Ji Eun annuì, soddisfatta ma spietata. Poi cambiò foglio, passando a una lista fitta di dati medici.

«Passiamo alle intolleranze. Hai sbagliato ieri. Se sbagli oggi, ricominciamo da capo.» Feci un respiro profondo. Le avevo ripetute mille volte in metro quella mattina, sussurrando come una pazza mentre la gente mi guardava male.

«Niente lattosio, mai. Se beve latte vaccino si gonfia e non entra nei costumi di scena slim-fit su misura. Niente crostacei, rischio shock anafilattico immediato. Niente polline di giglio in camerino, starnutisce per tre ore e gli si arrossano gli occhi.»

«E il caffè?»

«Americano ghiacciato. Tre cubetti di ghiaccio. Non due, non quattro. Se è troppo annacquato lo butta nel cestino, se è troppo forte gli viene acidità e canta male.» Ji Eun mi fissò, cercando una crepa nella mia armatura.

«E se lo butta?»

«Ne ho sempre uno di riserva pronto nel thermos termico, nascosto nella borsa.»

«Brava. Forse sopravviverai alla prima settimana.»

Giorno 4
Mi portarono nelle cucine della mensa aziendale, un luogo sterile e lucido. Lì, un nutrizionista severo in camice bianco mi mise davanti una bilancia di precisione digitale.

«Il corpo di Min Ho è il nostro asset principale,» disse senza giri di parole, come se parlasse di una Ferrari e non di un essere umano. «In vista del comeback e del tour, deve essere al 4% di massa grassa. Non un grammo di più.» Mi fece pesare petti di pollo bolliti e verdure scondite per tre ore. «150 grammi. Non 155. Se ne mangia troppi, si sente pesante durante le coreografie e perde agilità. Se ne mangia troppo pochi, sviene sul palco per ipoglicemia. Tu sei il guardiano del suo stomaco.» Mi consegnò una lista di integratori lunga come un elenco telefonico e una serie di contenitori di plastica grigia divisi per orari.

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