La stanza al quarantesimo piano aveva smesso di essere un tempio per trasformarsi in una scatola di vetro fredda e spietata. La luce livida dell'alba filtrava attraverso le vetrate non più come una carezza, ma come un neon inquisitorio che metteva a nudo ogni dettaglio del disordine lasciato dalla notte: i vestiti sgualciti abbandonati sul tappeto, i resti di una cena mai finita e il letto sfatto, le cui lenzuola portavano ancora l'impronta dei nostri corpi e l'odore muschiato di Min Ho. Non c'era più traccia dell'incanto clandestino; rimaneva solo il senso di vuoto di una stanza d'hotel che ci aveva ospitati come fuggitivi, pronta ora a restituirci al tritacarne del tour.
Mi alzai con una lentezza quasi rituale, sentendo ogni muscolo protestare. Ogni mio movimento era accompagnato da una nuova, vibrante consapevolezza fisica: il dolore sordo e persistente tra le cosce era un promemoria costante della sua irruenza, mentre il bruciore delizioso dei piccoli lividi sui fianchi, proprio dove le dita di Min Ho avevano affondato la presa per tenermi ferma contro il vetro, pareva pulsare sotto la pelle. Era una marchiatura invisibile, un segreto che bruciava intensamente sotto il tessuto rigido della divisa della Starlight che mi stavo apprestando a indossare. Mi guardai allo specchio, osservando quei segni scuri sulla pelle chiara: mi facevano sentire orgogliosa, come se portassi addosso il trofeo di una battaglia vinta, ma allo stesso tempo mi terrorizzavano. Erano la prova tangibile che il confine tra l'assistente e l'uomo che il mondo intero bramava era stato polverizzato.
Il silenzio carico di ricordi venne squarciato da una serie di bussate violente e ritmiche contro la porta, così forti da far vibrare il legno. La voce del Manager Choi esplose nel corridoio, priva di qualsiasi empatia, carica solo dell'urgenza burocratica che governava le nostre vite. Gridava ordini, sbraitava contro i ritardi e annunciava che il van per Nagoya sarebbe partito esattamente tra quindici minuti. Non c'era tempo per i saluti, non c'era tempo per un ultimo sguardo o per un respiro condiviso nell'ombra. Il risveglio fu brutale, un secchio d'acqua gelida sulla schiena che mi costrinse a rientrare istantaneamente nel ruolo dell'Assistente Wang. Mentre infilavo febbrilmente le scarpe e nascondevo i segni sul collo con un velo di correttore e il colletto della camicia, sentii la maschera dell'efficienza riposizionarsi sul mio volto. Ero di nuovo un ingranaggio, un fantasma senza nome incaricato di servire una divinità, portando però dentro di me il calore di un possesso che nessuna regola della Starlight avrebbe mai potuto estinguere.
***
Nagoya non fu una meta; fu un'immersione brusca nel cuore d'acciaio del Giappone. Oltre i vetri oscurati del van, la città si srotolava come un nastro trasportatore infinito: i sovrappassi ciclopici della superstrada sopraelevata tagliavano l'orizzonte, mentre la sagoma futuristica della Oasis 21 sembrava un'astronave di vetro atterrata nel grigio del mattino. L'aria fuori sapeva di pioggia fredda e fumi industriali, un odore metallico che pareva voler penetrare fin dentro l'abitacolo. Ma per noi, Nagoya era un'illusione che sfrecciava a cento all'ora: la vedevamo solo attraverso i riflessi dei palazzi asettici, prima di venire inghiottiti dalle viscere di cemento dell'arena, un labirinto di corridoi dove il cielo era sostituito da file di neon ronzanti.
Dentro lo stadio, l'atmosfera era satura di un'urgenza quasi violenta. Min Ho sedeva immobile davanti alla postazione del trucco, una statua di carne circondata da tre truccatori che si muovevano attorno a lui con la precisione chirurgica di chi sta assemblando un'arma. Lo guardavo dall'angolo della stanza, con il tablet stretto al petto come uno scudo, osservando la metamorfosi: il pennello che passava rapido sulla sua mascella, la cipria che opacizzava la pelle, l'ombretto che rendeva il suo sguardo profondo e fatale. Era tornato a essere il "Re del k-pop", il prodotto perfetto e irraggiungibile della Starlight. Solo io, nel silenzio della mia osservazione, sapevo che l'ombra violacea sotto i suoi occhi che il correttore stava tentando di cancellare non era solo il risultato del fuso orario o della stanchezza del tour. Sapevo che quel segno era colpa mia, il residuo della nostra fame consumata contro la vetrata di Tokyo. Per un istante infinito, i suoi occhi trovarono i miei attraverso il riflesso dello specchio; fu un lampo di complicità così viscerale e proibito da farmi bruciare la pelle, prima che l'urlo improvviso di Choi, che imprecava contro un tecnico per un cavo mal posizionato, lo costringesse a spegnere ogni luce nel suo sguardo e a tornare l'idol gelido che il mondo si aspettava.
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Blazing Hearts
FanfictionIn una Seoul, dove i sogni brillano ma i segreti oscurano la realtà, Emily Wang è una studentessa di design che cerca di costruirsi un futuro luminoso nella capitale. Emily ha sempre cercato di proteggersi dalla luce del mondo, ma tutto cambia quand...
