52- Zuppa di Alghe e Addii

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Hannam-dong, alle cinque del mattino, era una terra di nessuno. Il quartiere più d'élite di Seoul si era trasformato in un labirinto di cemento e vetro, soffocato da una nebbia gelida che scendeva dalle colline di Namsan come un sudario umido, masticando le ville fortificate dell'UN Village fino a renderle ombre indistinte. Non c'era vita, non c'era movimento. Solo il ronzio elettrico dei lampioni a vapori di sodio, che sputavano una luce giallastra e malata sull'asfalto lucido di rugiada.

Ero rannicchiata sul sedile posteriore del SUV di Jin Woo, rimpicciolita fino a diventare un mucchio di stoffa e brividi. Mi ero spinta così in basso che le mie ginocchia premevano contro lo schienale anteriore. Avevamo spento tutto. Il riscaldamento era morto da mezz'ora per evitare il sibilo della ventola; il freddo non entrava più solo dalle fessure delle portiere, sembrava nascere direttamente dal metallo dell'auto, risalendo lungo le mie gambe fino a stringermi il cuore.

Ma non era la temperatura a farmi battere i denti. Era il peso del silenzio. Un silenzio che sapeva di imboscata.

Davanti a me, la sagoma di Jin Woo era immobile, una statua di ossidiana ritagliata contro il grigio dell'alba. Non sbatteva nemmeno le palpebre. Le sue mani non stavano solo tenendo il volante in pelle; lo stavano stritolando. Le nocche erano diventate creste di marmo bianco, tese fino a sembrare sul punto di bucare la pelle.

Accanto a lui, Jae-young era l'esatto opposto. Era un fascio di nervi scoperti. Il riverbero azzurrino dell'orologio digitale sul cruscotto illuminava la sua mascella contratta ogni volta che abbassava lo sguardo. Lo faceva ogni trenta secondi. Un tic nervoso, ritmico, come se contasse i battiti di un countdown verso un'esecuzione.

«Cinque e tre minuti,» sussurrò Jae-young. La sua voce non era più dolce o melodiosa; era un filo di metallo teso al massimo, pronto a spezzarsi e ferire chiunque fosse vicino. «Dovrebbero già essersi mossi.»

Jin Woo non mosse un muscolo. I suoi occhi rimasero piantati sul cancello nero della villa di Min Ho.

«Usciranno,» rispose Jin Woo, e il tono era quello di una sentenza. «Choi non lascia mai nulla al caso. È un maniaco della precisione. Specialmente quando si tratta di sbarazzarsi di ciò che non può più controllare.»

Una vibrazione sorda, più simile a un battito cardiaco che a un motore, scosse l'asfalto sotto le ruote del SUV. Mi sollevai di pochi centimetri, strofinando un cerchio nel vapore del finestrino.

Dalla coltre di nebbia emerse un'ombra opaca. Era la Triumph Bonneville di Hwan, una belva di metallo nero opaco che sembrava fatta della stessa sostanza dell'oscurità. Avanzava al minimo, un brontolio gutturale trattenuto a stento per non svegliare il vicinato. Hwan era una sagoma rigida, i polsi tesi sul manubrio corto. Dietro di lui, quasi fuso alla sua schiena, Tae-hyung stringeva al petto una borsa termica imbottita. La teneva con una cautela quasi religiosa, come se all'interno non ci fosse del cibo, ma l'ultima speranza rimasta ai Blaze.

Hwan non rallentò fino all'ultimo. Fece ruotare la moto di traverso, piantandola esattamente al centro della carreggiata in discesa. Bloccò la strada. Spense il motore, ma il faro anteriore rimase acceso: un unico occhio bianco e violento che trapassava la nebbia come una lama.

Tae-hyung scivolò giù dalla sella. Il cappotto lungo gli sbatteva contro le gambe mentre si sistemava il cappello di lana, gli occhi fissi sul cancello della villa. Fece un cenno secco verso di noi. Un ordine silenzioso: Siamo in posizione.

«Siete sicuri?» Il mio sussurro graffiò l'aria gelida dell'abitacolo. «Se abbiamo sbagliato i calcoli... se Choi aspetta che sorga il sole... ci cacceranno via prima di poterlo vedere.»

Jin Woo non si voltò nemmeno. Il suo sguardo era inchiodato ai led di sicurezza del cancello. «Nonsan non aspetta, Emily. E Choi odia le folle. Preferirebbe morire piuttosto che farsi fotografare dai giornalisti mentre consegna Min Ho all'esercito come un pacco postale.» Strinse le mani sul volante fino a far scricchiolare la pelle. «Deve passare dal ponte Hannam prima che la città si svegli. Uscirà adesso. Non ha altra scelta.»

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