34- Sotto la tempesta

572 42 29
                                        

Il taxi mi lasciò davanti all'ingresso monumentale della villa di Min ho proprio mentre l'atmosfera si faceva irrespirabile. Sopra di me, il cielo di Seoul aveva smesso di essere nero per tingersi di un viola livido e maligno, una tonalità elettrica che sembrava pulsare a ogni lampo lontano. Le nuvole si rincorrevano basse, gonfie di pioggia non ancora caduta, mentre il vento ululava tra le intercapedini dei grattacieli producendo un fischio acuto, quasi un lamento umano. L'elettricità statica nell'aria mi faceva rizzare i piccoli peli sulle braccia, presagio di una tempesta che non avrebbe avuto pietà di nulla.

Mi strinsi nel cappotto, sentendo i muscoli del viso ancora tesi e doloranti per il pianto di poco prima. Mi sentivo fragile, come se la minima folata di vento potesse spezzarmi, ma la necessità di recuperare quel tablet prima che il mattino portasse con sé la fredda realtà del lavoro mi spingeva avanti.

Digitai in fretta il codice. Il bip elettronico e il successivo scatto metallico della serratura risuonarono nel corridoio deserto con un'eco quasi sacrilega. Entrai, richiudendo la porta alle mie spalle, e venni immediatamente avvolta dal silenzio sepolcrale dell'appartamento.

La casa era immersa in un'oscurità densa e vellutata, interrotta solo dai riflessi bluastri che entravano dalle enormi vetrate a tutta altezza. La luce dei lampi, che ora si facevano più frequenti, illuminava a tratti il salone minimalista, proiettando ombre lunghe e distorte sui mobili di design e sulle pareti grigio fumo. L'aria profumava di lui: un mix inconfondibile di sandalo , tabacco dolce e quell'odore di menta che sembrava far parte della sua stessa pelle.

Non feci in tempo a muovere un passo che il rumore ritmico delle unghie sul parquet ruppe la quiete. Miso, il maestoso Doberman di Min Ho, emerse dalle ombre del corridoio come uno spettro scuro. Era un animale imponente, una massa di muscoli guizzanti sotto il pelo nero e lucido, ma non appena mi riconobbe, la sua ferocia si sciolse.

Mi chinai verso di lui e il cane spinse il muso contro il mio petto, cercando il mio calore. Min Ho aveva sempre rifiutato con sdegno l'idea di mutilarlo per estetica, così le sue orecchie erano rimaste intatte: grandi, morbide e incredibilmente vellutate, pendevano ai lati del muso dandogli un'aria quasi malinconica. Le accarezzai con dita tremanti, affondando le mani in quella morbidezza inaspettata. Miso emise un piccolo gemito sommesso, socchiudendo gli occhi, e per un istante quel contatto onesto fu l'unica cosa che mi impedì di crollare di nuovo sul pavimento.

«Shhh, buono Miso... sono solo io,» sussurrai, la voce ridotta a un filo roco.

Raddrizzai la schiena, scrutando con attenzione la penombra. Non c'era un lume acceso, non un rumore che indicasse la sua presenza.

Un sospiro di sollievo, così profondo da farmi male ai polmoni, mi scivolò dalle labbra. 

È fuori, pensai. 

Era ancora fuori a bere con i Blaze, probabilmente cercando di cancellare la giornata appena trascorsa tra i fumi dell'alcol e la musica assordante di qualche club. Era la mia unica fortuna. Avrei preso il tablet di Ji Eun in cucina e me ne sarei andata prima che il temporale esplodesse davvero, prima che lui tornasse e mi trovasse lì, ridotta in quello stato pietoso.

Mi incamminai verso l'isola della cucina, muovendomi come un'intrusa nel santuario dell'uomo che non avrei mai potuto avere.

Le mie dita sfiorarono finalmente la superficie fredda e ruvida del tablet. Mi concessi un secondo, uno solo, per chiudere gli occhi e appoggiare la fronte contro il bordo del bancone, espirando tutto il terrore di quella serata.

Ce l'ho fatta. Prendo questo e scappo.

Ma il destino non aveva ancora finito di giocare con la mia vita.

Blazing HeartsLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora